“Come si può dire che uno stile è migliore degli altri?”
Il 17 febbraio del 1673 muore Jean Baptiste Poquelin ovvero Molière. Un autore che ha avuto molto a che fare con la censura, le miserie di che è toccato dalla satira. Per Molière ci sono vizi che sopportiamo di veder criticati (ad esempio le “intellettuali pretenziose”, i mariti cornificati, i medici ignoranti), e altri meno: sopra tutti l’ipocrisia, spesso ammantata di religione. Molière si chiede ad esempio perché a un autore italiano che prende in giro il Cielo si permetta di dire tutto e si risponde: perché ai potenti non interessa che venga messo in ridicolo il Cielo, ma loro stessi. Poi però si mette sotto la protezione del re e può lo stesso far rappresentare “Il Tartufo”, vero processo all’ipocrisia. Uno scandalo. E tuttavia è la stessa ambiguità dello scandalo che attira folle e consensi. Lo si vede dagli introiti di ben 37 rappresentazioni. Incassi a fine stagione: “L’Avaro” 2.500 luigi; “Anfitrione” 2.130;” Il Misantropo” 2.000; una piéce di Corneille 88; “Tartufo” 45.000.1
4 marzo 2007. La pièce teatrale del regista argentino Rodrigo Garcia “Accidens, matar para comer” giunge in Italia dopo essere stato rappresentato in mezza Europa. Lo spettacolo prevede che un astice venga effettivamente cucinato e mangiato in scena. I rumori della sua morte sono amplificati per il pubblico in sala. Forse senza questo dettaglio non avrebbe fatto molto parlare di sé. Arriva una diffida del procuratore della Repubblica di Milano Riccardo Targenti, che ha avviato la procedura su denuncia del Garante comunale per la tutela degli animali e di associazioni animaliste. Ha sbottato Garcia: “Italia cattolica appestata di profumo”, ricevendo immediata e totale solidarietà da Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura (che peraltro ha recentemente dichiarato di percepire per una serata in tv più di quanto prende in un mese come assessore). E pensare che molti animalisti accusano i cattolici di una visione antropocentrica che non rispetta i “diritti” degli animali. Ma la documentazione non è evidentemente un obbligo per tutti.
Andy Warhol ha scritto: “Come si può dire che uno stile è migliore degli altri? .. questo stile o quello, questa o quella immagine dell’uomo, non fa nessuna differenza” (La filosofia di Andy Warhol. Dalla A alla B e ritorno, 1975). Nel 1997 i suoi dipinti a stento raggiungevano il mezzo milione di dollari. Nel 2006 hanno superato i 10 milioni di dollari. Un “Mao” lo potete trovare da Christie’s per 17.376.000 dollari. Forse è questo il criterio.
10 marzo 2007. I giornali sono pieni delle polemiche per la pubblicità di una casa di moda. Siamo in Israele. Una modella di 18 anni posa seminuda, abbandonata su una pala meccanica, accanto a sacchi di immondizia. L’ha ripresa il noto fotografo Meir Kadosh, con l’esplicita intenzione di alludere alle foto dei cadaveri di ebrei, corpi umani “movimentati” come materiali inerti di un cantiere, a opera di escavatrici meccaniche e ruspe. I pubblicitari e i fotografi dicono naturalmente che vogliono dare il loro contributo alla conoscenza dello sterminio. Già. È perlomeno curioso che la neodiciottenne modella ungherese Zuzana Gregorova abbia dichiarato di non aver sentito parlare della Shoah. In attesa di informare il mondo magari potevano cominciare a informare lei. I familiari delle vittime hanno protestato. “Siamo scioccati da una campagna che usa i temi dell’Olocausto per promuovere le vendite”.
Stesso giorno. Una pubblicità di una nota casa di moda italiana viene così definita: “Bambine molto giovani utilizzate in modo pericoloso per richiamare l’attenzione. È intollerabile, una istigazione al turismo sessuale”. La condanna colpisce la pubblicità che utilizza l’immagine di due bambine di cinque anni, truccate e vestite in bikini e shorts, in posa non propriamente infantile. La durissima critica non viene da qualche bacchettone represso, ma da Canalda, garante dei diritti dei minori nella laicissima Spagna di Zapatero. Ma tant’è. I giornali pubblicano la foto ed è pubblicità gratis per l’azienda. Li chiamano “creativi”. Non sembra che creino molto. Piuttosto hanno bisogno di prendere qualcosa creato da altri, nel bene e nel male, e di strumentalizzarlo, banalizzarlo, renderlo merce. Certo, non dipende solo da loro. Siamo tutti sotto una pressione fortissima, persone comuni e no. C’è da dire casomai che le laute somme che ricevono per subire come tutti questa pressione fortissima non giustificano gran che l’aria sofferta e impegnata da artista, magari incompreso o perseguitato.
Da Molière ai creativi siamo effettivamente discesi un bel po’. Ci rimangono molte domande, cui francamente non è facile dare una risposta, ma che forse è bene custodire. Esiste un modo per cui la libertà di espressione non divenga offesa, dileggio, violenza, sopraffazione? Esiste un modo per cui la difesa di valori comuni non divenga pretesto per la censura da parte del potere? Esiste un modo per rendere omaggio a chi ha saputo sfidare la repressione e suscitare uno scandalo che spezza il pregiudizio? Esiste un modo per riconoscere chi punta sull’effetto scandalistico e si ammanta dell’aura del perseguitato per accendere i riflettori su di sé?
Ci sono Stati nei quali negare lo sterminio degli ebrei nella seconda guerra mondiale è un reato. Ci sono Stati che finanziano convegni di “storici” nei quali si sostiene che lo sterminio non è mai avvenuto. In alcuni importanti Stati occidentali ci sono forti movimenti di opinione che sostengono la “libera autodeterminazione” anche dei bambini nella vita affettiva (detto in altri termini, intendono legalizzare la pedofilia) contro alla “tirannia” dei genitori. Per dirla con Andy Warhol, è possibile dire che qualcosa è migliore di un’altra? E in che modo?
Per finire, un episodio piuttosto surreale, che ci dà il senso dell’aria dei tempi. Il regista Malaponti, che ha diretto il film “7 km da Gerusalemme” (dal romanzo omonimo di Farinotti, edito da San Paolo), ha dichiarato che le riprese sono state autorizzate con grande disponibilità dal gran muftì della Siria, dove sono state effettuate le riprese, nonostante la presenza di quel “Gerusalemme” nel titolo e il riferimento a Gesù. Ma ha dichiarato anche la seguente vicenda:“In una scena Alessandro (protagonista del film, affermato pubblicitario in crisi) offre a Gesù una lattina di Coca-Cola, dicendogli: Saresti un perfetto testimonial. I legali della Coca-Cola ci hanno inviato una lettera in cui ci diffidano dal mostrare questa scena perché sarebbe lesiva dell’immagine della bibita”.La Coca-Cola censura una scena del film perché “lesiva dell’immagine della bibita. Il regista dichiara che non lo farà. Non c’è scampo: in ogni caso abbiamo fatto pubblicità. Straniante, almeno un po’.
Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena,Facoltà di Filosofia
****
Rubrica “ReciprocaMente“Questo mese: “Ma cosa ti salta in mente?”