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Il “bene comune” va ancora di moda

di Giorgio Campanini

L’annunciata settimana sociale di Pistoia-Pisa (18-21 ottobre 2007), su Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano, ripropone all’attenzione della comunità cristiana e della società civile un tema (quello, appunto, del “bene comune”) che appare un poco logorato dall’uso, e dall’abuso, che se ne è fatto nei decenni passati. Non è un caso che, nel centenario cammino delle “settimane” (iniziato giusto un secolo fa a Pistoia) questo sia stato uno dei temi sistematicamente ricorrenti, con una tenacia che non ha fatto i conti con il quasi totale abbandono di questa categoria da parte della scienza politica contemporanea.

“Ostinarsi” a proporre questo tema espone indubbiamente al rischio della inattualità. Ci si deve tuttavia domandare se altre categorie concettuali che ne hanno preso il posto – da quello di “pubblica felicità” a quello di “benessere” o, più semplicemente, di “sviluppo” – abbiano segnato un realistico salto di qualità per effetto di un approccio più concreto alla politica, o non abbiano invece rappresentato un arretramento della politica rispetto all’individuazione dei fini generali di una società.
Giunto probabilmente al termine di una fase di sviluppo economico protrattasi quasi ininterrottamente per sessant’anni, dalla fine della seconda guerra mondiale sin quasi ai nostri giorni, l’Occidente sembra ora costretto a fare i conti con un problema troppo a lungo accantonato, quello cioè della non coincidenza fra sviluppo economico, e conseguente crescita delle risorse, e autentico sviluppo umano. È questo il problema che sta di fronte agli uomini e alle donne del XXI secolo.

Sotto due aspetti in particolare il tema della futura Settimana sociale dei cattolici italiani merita di essere ripreso e riproposto con forza nei nuovi orizzonti della globalizzazione. Il primo aspetto concerne il superamento di una visione localistica, e dunque “provinciale” (anche se, in ipotesi, di una “provincia europea”) del bene comune, riferito tradizionalmente a una comunità locale, a una nazione o a un gruppo di Stati. Il grande tema della Populorum progressio – e cioè il principio della “destinazione universale” dei beni della Terra – va ripreso e riconsiderato non solo sotto il profilo della equità e della solidarietà ma anche dal punto di vista, più pragmatico ma non meno importante, della sua sostenibilità: sono molti, infatti, gli osservatori i quali ritengono che l’attuale mondo risulterà alla fine non vivibile se continueranno o addirittura si aggraveranno, le attuali intollerabili differenze fra le diverse aree del mondo. Occorre dunque pensare il bene comune in un’ottica mondiale e trarre tutte le conseguenze (alcune delle quali tendenzialmente spiacevoli, perché potrebbero indurre a ridefinire gli attuali stili di vita dell’Occidente) da questa presa di coscienza.

Il secondo tema di riflessione riguarda il difficile rapporto con le generazioni future. Formalmente esse non sono portatrici di “diritti”, dato che il nostro pur ampio sistema di riconoscimento dei diritti fa riferimento agli attuali viventi o, al più, ai nascituri. Come conciliare la prassi delle attuali generazioni – ad esempio in tema di sfruttamento delle risorse naturali – con le legittime attese delle future? È possibile un bene comune che concerna solo gli attuali viventi e si disinteressi del tutto delle legittime esigenze dei futuri abitanti della terra? Si impone anche qui un ripensamento, tuttavia non facile perché coloro che oggi decidono sono tentati di comportarsi in funzione dei soli interessi degli attuali viventi.
Bastano questi pochi accenni per mettere in evidenza come il tema della prossima Settimana sociale sia tutt’altro che obsoleto e inattuale: al contrario, esso va al cuore del problema del futuro dell’Occidente e impone un’attenta riflessione e forse anche una severa autocritica.
Anche in questo caso i credenti non riflettono soltanto per se stessi (e tanto meno su se stessi) ma si fanno portatori di istanze che sono, anche se per lo più inconsciamente, avvertite da una società ormai consapevole della necessità di confrontarsi con i mutati scenari, economici ma anche spirituali e morali, del mondo.

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