Cittadinanza globale e destino comune
di Gennaro Ferrara
“Certo che esiste un bene comune globale, purtroppo però viviamo in un paese dove si dà sempre una grande enfasi ai fatti, agli accadimenti del portone accanto, dimenticando quello che succede fuori dalle mura del belpaese”.
Parlare di bene comune con padre Giulio Albanese, storico direttore dell’Agenzia MISNA e oggi membro della Direzione Nazionale italiana delle Pontificie Opere Missionarie, significa prima di tutto allargare i confini del discorso e non ripiegarsi sui fatti italiani, lo stesso naturalmente vale per il concetto di cittadinanza.
“Dobbiamo promuovere un diritto di cittadinanza globale, essere consapevoli che siamo tutti cittadini del mondo”.
Come si può maturare questa consapevolezza?
Un grosso compito spetta all’informazione e poi c’è il discorso della educazione alla mondialità. Cioè bisogna aiutare le persone a capire e comprendere la complessità di certi fenomeni globali che hanno una valenza sociale, economica e religiosa. Come per esempio il fenomeno migratorio di fronte al quale siamo davvero impreparati, perché abbiamo ricevuto pochi stimoli. E poi ci sono questioni di ordine economico legate ai flussi di capitali. Vi sono dei fenomeni oggi che hanno una valenza globale che facciamo fatica a decifrare. Penso per esempio alla bolla speculativa, che fa tanti disastri: basta che crolli la borsa da una parte che l’effetto, dello tsunami arriva dall’altra parte dell’oceano.
Detto così sembra solo un problema culturale…
Se così fosse non basterebbe. E’ necessario proporre azioni di tipo solidale, che ci consentono di uscire fuori le mura, coniugando l’azione solidaristica con una sussidiarietà. In altri termini non solo dobbiamo sporcarci le mani per gli altri ma dobbiamo avere un senso di responsabilità che ci viene dalla consapevolezza che il destino degli uomini è un destino condiviso, il futuro ci vede insieme e quindi aiutando l’altro aiuto anche me stesso.
Nella sua esperienza internazionale vede segnali che vanno in questa direzione?
Devo dire che cominciano ad esserci dei politici illuminati, quantomeno sulla scena europea, che cominciano a ragionare in questi termini. Ricordo di aver partecipato ad una missione di alcuni politici dell’Unione Europea nelle Afriche e negli interventi si diceva: un’Europa forte aiuta e promuove lo sviluppo nelle Afriche. Un’Africa forte promuove lo sviluppo e la stabilità in Europa. C’è un rapporto di reciprocità che mi sembra molto importante.
E quali sono le politiche concrete da perseguire?
Sono molte, bisogna partire dalla cancellazione del debito, rilanciare la cooperazione allo sviluppo, rivedere le regole del commercio, ma anche per esempio, nell’ambito scolastico, di promuovere l’educazione alla mondialità perché è necessario agire a tutti i livelli.
Qual è il ruolo degli organismi internazionali che spesso sembrano inadeguati alla missione che gli è affidata, disperdendo risorse più per mantenere le proprie strutture che per azioni concrete?
La burocrazia prende il sopravvento tante volte, è vero, però non dimentichiamo che gli organismi internazionali come le Nazioni Unite sono organismi super partes, hanno una loro sacralità ontologica. Sono d’accordo sul fatto che queste organizzazioni vanno riformate, vanno rese più flessibili, bisogna stare attenti alla questione dello spreco, però attenzione a fare di tutta l’erba un fascio.
Qual è il contributo invece che può venire dalla società civile?
Ci sono tante cose concrete che si potrebbero fare. Per esempio assumere nuovi stili di vita, per quanto riguarda soprattutto i giovani. Questo è un discorso che andrebbe promosso nelle scuole, negli oratori… I vescovi italiani negli anni ’80 dicevano Contro la fame, cambia la vita. Cioè: è inutile che facciamo grandi discorsi. In fondo il primo terreno di missione siamo noi, se non mettiamo in discussione il nostro modo di vivere e utilizzare i beni, è inutile mandare la nostra offerta in missione, perché rischierebbe di essere carità inutile.