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Ecologia della mente

Al tempo del monopolio Rai in tv si potevano vedere 20.000 spot all’anno. Nel 1985 erano passati a 69.000, quattro volte tanto. Ma, nello stesso anno, le tv commerciali vomitavano sugli spettatori 487.000 spot. Un gigantesco fiume di denaro e un martellante pressing per il consumo. Negli anni ’90 la Rai si adegua e si arriva a 800.000 spot annui. Oggi anche questi numeri sono abbondantemente sorpassati. I limiti all’affollamento pubblicitario sono sistematicamente violati o elusi soprattutto da alcune reti (vedi ad esempio il rapporto mensile pubblicato su “Altroconsumo”), e la normativa europea “televisione senza frontiere” recepisce i desideri delle aziende di cancellarli del tutto, in nome di un discutibile liberismo. Diviene lecito fare pubblicità non solo nei film ma anche nel telegiornale. Il sociologo Giorgio Triani si è chiesto (Album della pubblicità, editore Monte Università Parma) quali siano oggi i luoghi ancora esenti da pubblicità, rispondendosi: “le chiese e i nostri sonni”. Forse, aggiungo io, anche le scuole. Non più gli ospedali, perché la pubblicità è entrata al san Raffaele di Milano. Non so quanto siano indenni i nostri sonni: i nostri sogni per lo più non lo sono.

“All’improvviso si incrina il soffitto, le crepe si allargano e da un varco aperto, in mezzo ai calcinacci, s’affaccia un volto radioso: “Un angelo!” pensai. Tutto il giorno vola verso di me e io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parlerà” (Kafka, Diari). Adesso invece chi compie questa meravigliosa irruzione non è più l’angelo di Kafka ma è la pubblicità di Sky. In una recente campagna del canale satellitare tutti i giornali si sono riempiti di una scena simile: in una stanza un soffitto si incrina, le crepe si allargano, una famiglia più impaurita che meravigliata assiste al prodigio: non più un angelo ma la stella di Sky è precipitata in soggiorno. Ci invita al festino. Chissà se come commensali o come pietanza.

La maggior parte delle cose che “abbiamo in testa” ci vengono dai mezzi di comunicazione, non dalla esperienza diretta. Sappiamo indicare la percentuale di informazioni, immagini, notizie, “cose” nella nostra mente che vengono dall’esperienza e non dal festival a bassa intensità dei media? Lettura, ascolto, visione… in che percentuale? Che tipo di ascolto e di visione? Non è strano che le informazioni siano mediate. Il problema è: mediate da chi?

In un videonoleggio troviamo depositati molti secoli di “tempo”. I tempi impiegati da tutte le persone che guarderanno quei film. Ma soprattutto i canali televisivi, che mai riposano… La nostra vita media si è allungata nell’ultimo mezzo secolo di sette anni. Mediamente però passiamo 6,67 anni della nostra vita a guardare la tv (calcolando 2 ore al giorno). Due anni circa sono di pubblicità… La medicina ci regala così anni di vita in più e noi li utilizziamo per guardare i detersivi che lavano più bianco…

Una rete televisiva italiana ha iniziato (siamo i primi nel mondo, popolo di navigatori e di poeti) una sitcom consacrata direttamente alla pubblicità. Gli attori sono i normali venditori delle televendite di quella Rete. Recitano (si fa per dire) una classica sitcom: l’amica della moglie vuole riconquistare il marito, il marito della moglie le dà consigli. Al culmine della vicenda l’attore (?) esclama: “Ma perché non compri a solo 60 euro un imperdibile cofanetto di canzoni italiane romantiche?”… e così via, colonizzando cervelli e dilapidando il nostro tempo.

D’altra parte guardare la tv è importante per essere informati sui personaggi che contano…Il 5 febbraio sono arrivate in edicola le figurine di Lele Mora: non importa se c’era un’inchiesta penale in corso. Ed ecco le principali qualifiche per essere nel “giro”: “ex fidanzata di Cecchi Gori”, “ex di Elenoire Casalegno”, “ex di dj Francesco”…

Nessuno di loro invaderà più la loro privacy, nessuno di loro invaderà più la nostra. Perché la visita televisiva che ci fanno all’ora di pranzo, del rilassamento, comunque della privacy nostra con i loro messaggi pubblicitari, assolutamente extrasportivi, mimetizzati dietro trasmissioni accattivanti, significa usare la loro popolarità per fare soldi, altri soldi. Vadano pure a ballare con chi vogliono, ma poi non ci vengano a dire Life is now , purtroppo allungabile in La vita adesso è questa” (Ormezzano, giornalista sportivo, “Famiglia Cristiana” 51 2006).

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena
Facoltà di Filosofia

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