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Una strategia per l’integrazione

di Fabio Pizzul

A forza di annunciare tolleranza zero, si sono chiusi gli occhi. Quanto successo nei giorni scorsi a Milano nella cosiddetta “China town” meneghina è un concentrato di ritardi, malintesi e scarsa capacità di costruire una città che sappia integrare più che dividere.
Le colpe, se di colpe si può parlare, vanno equamente divise tra tutti coloro che, almeno nell’ultimo decennio, hanno fatto sì che una delle zone più caratteristiche di Milano si sia trasformata in una poco governabile accozzaglia di attività commerciali che hanno come denominatore comune l’appartenenza alla comunità cinese.
Da almeno un decennio, l’amministrazione comunale non si è preoccupata della progressiva acquisizione di spazi da parte della comunità cinese; gli italiani ormai ex proprietari di negozi e appartamenti hanno ben volentieri incassato cifre ben al di sopra di quanto prevedesse il mercato; le forze dell’ordine hanno fatto finta di non vedere e sapere che le botteghe sono state regolarmente utilizzate contestualmente come laboratori e dormitori. L’elenco potrebbe anche continuare abbracciando idealmente tutti i cittadini milanesi, pronti a far scattare l’allarme sicurezza per altre etnie presenti in città, ma propensi al massimo alla curiosità per l’inoffensiva e misteriosa comunità cinese.

L’amministrazione comunale milanese da anni predica tolleranza zero, salvo poi stringere patti informali e non scritti con chi lavora in barba alle più elementari regole della sicurezza e della convivenza. Accade così che, quando la polizia locale interviene per comminare una semplice ed apparentemente banale contravvenzione, si scateni una vera e propria insurrezione popolare (non sappiamo quanto spontanea). Della serie: ma come, fino a ieri potevamo fare quello che volevamo e ora venite a darci multe e a impedirci di lavorare?
Per quanto è accaduto la comunità cinese, o meglio, quella parte di comunità che ha dato vita alle proteste e alle violenze, non ha alcuna giustificazione. Rimane però singolare che di punto in bianco, dopo anni di distrazione, i vigili diventino inflessibili con chi sgarra. È giusto che le regole vengano fatte rispettare, ma questo deve accadere in tutta la città (non solo in poche vie di una determinata zona) e deve anche essere chiaro che si tratta di un atteggiamento volto a far rispettare le regole da parte di tutti e non una persecuzione nei confronti di una comunità etnica.
Non è facile uscire da anni di distrazione mascherati da tolleranza zero. Non è facile neppure scalfire la corazza che circonda la comunità cinese milanese, assolutamente refrattaria a qualsiasi forma di integrazione. Occorre partire da questi elementi per capire come risolvere la complicata situazione di via Paolo Sarpi e dintorni.

La questione pare essere soprattutto legata alla comunicazione con la comunità cinese, come dicevamo ermeticamente chiusa e fin qui impermeabile a qualsiasi tentativo di integrazione. Il fatto stesso che i disordini siano stati causati da una voce (falsa) che riferiva di una vigilessa protagonista di un’aggressione nei confronti di una bambina cinese dice della difficoltà di comunicare correttamente con gli immigrati di questa zona.
La comunicazione non si costruisce a suon di multe e neppure nel giro di pochi giorni. Che l’amministrazione comunale abbia deciso di occuparsi della questione è un fatto positivo. La strada è però ancora lunga e non può essere fatta solo di annunci e proclami, serve una strategia che metta al centro l’integrazione e la comunicazione per far sì che in città, come ha giustamente detto il sindaco Moratti, non esistano zone franche. Per l’ordine pubblico, ma anche per la civile e matura convivenza tra cittadini che, pur diversi tra loro, devono scegliere ed essere aiutati a diventare parte di una città con il volto amico, capace di creare rapporti virtuosi e non solo di elevare (pur sacrosante) contravvenzioni.

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