Senza valori condivisi non c’è società
Intervista a Vittorio Possenti
a cura di Giovanni Grandi
Uno dei tratti caratteristici della cosiddetta «post-modernità» è senza dubbio il frammentarsi della società. In questo contesto sembra molto difficile trovare obiettivi e percorsi di vita largamente condivisi tra gli uomini. L’idea che vi sia un «bene comune» soffre in questo nuovo contesto?
In una società fortemente pluralistica il bene comune è in difficoltà nel senso che la necessità di dialogare e di cooperare continua a sussistere come esigenza di una decente vita civile, ma non riusciamo a metterci d’accordo. La frammentazione rende ‘liquida’ e incerta la società, riducendo l’area dei valori comuni e della cooperazione. Ma ben presto ci si rende conto che la situazione non funziona e che siamo costretti a cercare momenti di cooperazione sociale, civile, politica pena la crisi dello stesso convivere. Non si può formare una società politica e insieme essere separati dagli altri: ci deve essere uno scopo comune, uno scopo minimo condiviso. Questo è particolarmente importante oggi in presenza di un pluralismo morale accentuato sui valori e gli scopi del vivere insieme. Convivere è assai di più che coabitare, e questo mette in luce che la componente fondamentale del bene comune è quella morale, più di quella economica e culturale-intellettuale. Ossia, se non possediamo una base comune morale e alcuni fondamentali valori condivisi, non vi è società.
La diffusa opzione per il contrattualismo, spostando l’accento su procedure su cui convenire, tende a lasciar da parte il concetto di bene comune, o a ridurlo a qualcosa che vale solo nella misura in cui serve come mezzo alla felicità privata del cittadino. Ma il bene comune non può essere ridotto individualisticamente a mera garanzia del mio bene privato.
I recenti dibattiti culturali circa questioni etiche hanno segnato un crescendo di tensione nel Paese: il referendum sulla legge 40, il «caso Welby», oggi i «Dico»… Sembra quasi che stia prendendo piede un teorema per cui, in questa società, non ci sono più le condizioni per trovare orizzonti comuni: si finisce inesorabilmente per litigare. Ciò che allora rimarrebbe da fare è solo dedicarsi ad obiettivi individuali (o di gruppo), badando di non infastidire troppo gli altri. Che futuro ha una società che dovesse rinunciare a perseguire obiettivi non solo economici, ma anche morali condivisi?
Senza la condivisione di beni morali la società politica tende a sciogliersi e a trasformarsi in una società produttiva e commerciale, un grande mercato di produzione, vendita e consumo. Questa evoluzione è possibile ma condurrebbe alla fine della società politica: questa e società commerciale rimangono incommensurabili.
Per mettere in luce la centralità dei beni morali consideriamo la solidarietà intergenerazionale e la famiglia. Sappiamo che la famiglia è stata per secoli l’istituzione centrale della solidarietà intergenerazionale, in cui la continuità fra anziani, adulti, e giovani coinvolgeva tre generazioni e i parenti collaterali. In questo modo la famiglia contribuiva in maniera determinante alla formazione di capitale umano e sociale, preziosa eredità per il futuro. Pur rifiutando di apparire i nostalgici di una società talvolta immaginata, è indubbio che questa solidarietà si è affievolita e che la famiglia attuale tende, sia pure con eccezioni, alla forma nucleare con un ridotto rapporto interno.
In non pochi Paesi dell’Occidente una concezione individualistica della vita, e l’idea che il matrimonio sia un contratto fra adulti che spesso considerano il figlio solo un’aggiunta opzionale, ha alterato quel sentimento di continuità fra le generazioni cui il soggetto deve molto per quanto concerne il suo destino di socializzazione e lo stesso senso della vita: nessuno in realtà cessa mai dall’essere padre o figlio. Al presente nella famiglia i figli rischiano di essere percepiti come un ostacolo alla realizzazione dei genitori. Il matrimonio, anche quando è inteso come un impegno stabile, è basato assai più sulla coppia che sul rapporto di paternità o maternità.
Le difficoltà del bene comune nelle nostre società hanno una prima radice nel cedimento della solidarietà intergenerazionale e nell’idea contrattuale e individualistica di famiglia spesso propagandata.
Spesso si sente ripetere che «il bene comune è qualcosa di più della somma dei beni individuali». In che cosa consiste questo «di più»? Possiamo dire che il cuore del bene comune è proprio la cooperazione tra gli uomini, soprattutto in vista della crescita morale e spirituale delle persone?
Il di più proviene dal coordinamento cooperativo che consente di raggiungere esiti maggiori e non risultanti da una mera somma aritmetica di beni, la quale conduce solo ad un bene totale, spesso inteso solo come somma di utilità. Bene totale e bene comune sono diversi, e il bene comune di una società non è né la somma di beni privati individuali, né il solo bene pubblico cui sovrintende lo stato. Per intendere meglio, consideriamo un esercito: la sua capacità di fuoco e di vittoria non sta nella somma dei singoli fucili, ma soprattutto nel coordinamento strategico e tattico. Diecimila soldati che sparano a casaccio non raggiungono l’obiettivo (il bene comune della vittoria) come mille soldati ben coordinati. Là dove vi è un gruppo qualsiasi, esiste un’operazione del gruppo che è superiore alla somma dei singoli apporti, e che può essere riportata ad una moltiplicazione, in cui il risultato c’è se nel prodotto sono presenti tutti i fattori.
D’altro canto se sommo aritmeticamente tutti i miei beni di qualsiasi ordine con quelli del mio vicino e poi infine con quelli di tutti i cittadini italiani non ottengo minimamente la situazione reale della società italiana e lo stato del suo bene comune, perché manca il coordinamento e la relazione tra tutti i singoli beni. Le società non sono ‘società aritmetiche’ ma cooperative e relazionali. Per questo quando il grado di cooperazione declina, la società politica va verso quella economico-commerciale.
In quanto il bene comune non è qualcosa di privato, ma appunto di comune e destinato a tutti, esso deve distribuirsi su tutti i membri. Lo scopo principalmente morale del bene comune implica la centralità delle persone, in vista del loro perfezionamento. Per il Concilio Vaticano II il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”(GS, n. 26).