Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)
Come la scuola educa al bene comune – Tavola rotonda
Intervento di Franco Venturella (MIEAC)
La formazione: scelta strategica per lo sviluppo di una nuova coscienza civica
L’istruzione è un bene di tutti, un bene essenziale, come l’acqua. La conoscenza è un bene vitale che non può essere considerato patrimonio esclusivo di alcuni, ma appartiene ad ogni persona chiamata a vivere nella società. L’informazione il sapere e la cultura costituiscono infatti le condizioni indispensabili per dare concretezza ed efficacia ai valori della libertà e della democrazia. A tutti deve essere garantito l’accesso alla formazione e, a questo scopo, vanno rimossi gli ostacoli che possano impedire o ritardare tale realizzazione. Ogni persona ha diritto alla promozione culturale e sociale.
La Costituzione italiana e quella europea ci ricordano che la scuola è aperta a tutti e ha come obiettivo primario di educare al pieno sviluppo della personalità umana e al senso della sua dignità e di rafforzare il rispetto per i diritti umani e per le libertà fondamentali. L’educazione e l’istruzione devono mettere tutti nelle condizioni di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera e solidale, di promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra tutti i popoli e tutti gruppi e incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea per il perseguimento della pace e dello sviluppo umano.
Ma non sono sufficienti le affermazioni di principio. Non basta riconoscere il diritto all’accesso: occorre assicurare il diritto al “successo formativo”, in base alle capacità di ciascuno, aiutando ogni soggetto a costruirsi un personale progetto di vita.
Purtroppo, la nostra scuola, ancora oggi, lascia molti studenti lungo la strada: è quel tasso preoccupante di dispersione scolastica che ci assegna un triste primato a livello europeo. Senza parlare del fatto che molti alunni riescono a concludere il percorso formativo con risultati appena accettabili (Basta confrontare i risultati dell’Istituto Nazionale di Valutazione o quelli dell’indagine OCSE-PISA). E tale situazione risulta ancora più grave nelle zone a più forte disagio sociale. Questo deficit nei processi di apprendimento certamente impedisce a molti soggetti di utilizzare le competenze minime per vivere il senso di una cittadinanza piena e di una partecipazione libera e responsabile. Del resto è risaputo che solo un maggiore impegno nella formazione delle persone può far uscire dalle situazioni di marginalità, di sottosviluppo, di precarietà. Questo intendeva dire don Milani quando affermava:”E’ la lingua che ci rende uguali”. Un più alto livello di formazione può costituire l’antidoto alla criminalità organizzata, che sotto varie forme, si alimenta e trova terreno fertile di coltura quando deprivazione e ignoranza si trovano a convivere. Vogliamo sperare che “la scuola di tutti” non lasci indietro nessuno, ma ogni alunno possa crescere come persona in grado di comprendere se stesso e il mondo: perché a ciascuno, ma soprattutto ai meno provveduti di capacità e mezzi, siano riconosciute reali opportunità di sviluppo e di dignità umana e culturale, secondo quel criterio di uguaglianza per cui “non si fanno parti uguali tra diseguali”.
Dalla scuola dei Progetti al Progetto di scuola
La formazione della persona non nasce dalla somma di tanti progetti (qualcuno rinfaccia alla scuola di essere diventata un “progettificio”) in risposta a tutte le emergenze educative e sociali, ma da una proposta globale che coinvolge lo statuto epistemologico degli stessi saperi. Occorre creare un orizzonte unitario, dove tutte le educazioni possano trovare spazio. O comune è quello di aiutare ogni soggetto a comprendere se stesso, ad aprirsi agli altri, ad acquisire conoscenze, competenze e abilità che favoriscano il pensiero critico, una forte apertura sociale, l’autonomia e la responsabilità, l’interiorizzazione dei valori della democrazia, della partecipazione attiva, del dialogo, del rispetto delle regole della convivenza. Tutto questo non è un optional, ma fa parte del proprium, rientra nelle finalità generali che la scuola, attraverso una forte intenzionalità educativa, deve perseguire. Se la scuola rinuncia a questo, perde la propria identità, svilisce il senso della propria funzione, rinuncia alla formazione plenaria della persona.
I temi educativi legati alla convivenza civile (la cittadinanza, l’ambiente, la salute, l’affettività e l’educazione alimentare, stradale, oltre all’educazione civica e morale e all’educazione alla legalità) costituiscono percorsi di orientamento a vivere la partecipazione responsabile e a contribuire alla realizzazione di una società migliore”. Ma perché la partecipazione abbia un vero senso, è indispensabile che i giovani possano esercitare una reale influenza sui progetti, sulle decisioni e sulle attività che li riguardano. La partecipazione ha una duplice dimensione: quella del “prendere parte” e quella del “sentirsi parte”, del “sentirsi dentro” ai processi, alla comunità. I giovani vogliono essere aiutati ad “abitare” le istituzioni, con maggiori spazi di responsabilità. Vogliono essere considerati parte integrante della comunità già da subito, non domani. I progetti non si fanno per i giovani, ma con i giovani. Gli alunni non sono semplici destinatari, ma soggetti a pieno titolo. D’altra parte, senza il coinvolgimento della persona, non può esserci educazione.
La formazione della persona e del cittadino deve avvenire non solo attraverso i saperi codificati, ma anche mediante esperienze di relazioni significative e occasioni di partecipazione responsabile alla vita della comunità. La dimensione esperienziale, soprattutto per l’adolescente, è decisiva. L’impegno è quello di elaborare percorsi formativi, inseriti in un ampio contesto pedagogico e culturale, che promuovano l’interiorizzazione dei valori di libertà, giustizia, solidarietà, nel rispetto dei diritti umani: una cultura capace di sconfiggere le paure sempre latenti e di far maturare una nuova coscienza civile che abiliti ad un impegno contro ogni forma di mafia, di xenofobia, di razzismo, di esclusione dell’altro considerato come minaccia.
Occorre che educatori e insegnanti si prendano carico di quel “diffuso malessere”, presente nella scuola e nella società, che assume diverse sfaccettature: l’ abbandono precoce, lo scarso rendimento scolastico, le difficoltà a interiorizzare le regole del vivere civile e sociale, fenomeni di bullismo, di microdelinquenza, di conflittualità. Soprattutto per questi ragazzi, spesso provenienti da contesti sociali, dove povertà, emarginazione e illegalità generano un atteggiamento di sfiducia e diffidenza nei confronti delle istituzioni, occorre creare le condizioni per far vivere esperienze in cui, attraverso una sana socialità e percorsi individualizzati, possano acquisire gli strumenti culturali di base per vivere da persone responsabili, acquisendo la consapevolezza dei diritti e dei doveri, del rispetto di sé e degli altri, del senso delle Istituzioni.
Ma è chiaro che l’istituzione con la quale gli alunni vengono a contatto, dopo la famiglia, è la scuola: dal volto della scuola, dunque, dalla sua capacità di essere “comunità educante” in grado di costruire legami positivi e relazioni vere, di presentarsi come garante della legalità, della trasparenza nelle sue decisioni, della collegialità e condivisione delle scelte, dalla capacità di apertura e di dialogo all’interno e con le altre istituzioni del territorio, cominceranno a vedere il volto delle istituzioni, a sviluppare il senso di rispetto e di appartenenza, a vivere e sperimentare la democrazia. L’educazione alla cittadinanza e alla legalità deve inserirsi nella vita ordinaria della scuola, in modo che tutta l’esperienza formativa dell’alunno sia caratterizzata fortemente dal senso di appartenenza alla comunità più vasta che va dal proprio contesto familiare e ambientale fino ad arrivare all’Europa e al mondo. All’interno di questo percorso, la formazione alla convivenza civile deve diventare il punto di convergenza di un impegno condiviso. Occorre aiutare la scuola a ricostruire la comunità educante, contribuendo a creare un clima positivo di dialogo tra i diversi soggetti (docenti, studenti, famiglie, territorio), perché la scuola diventi luogo della condivisione, della progettualità e della esperienza concreta di partecipazione alla vita democratica, in cui ciascuno esercita i diritti e i doveri di cittadinanza, utilizzando al meglio tutte le opportunità offerte dall’Autonomia e operando scelte collegiali finalizzate al miglioramento della qualità dell’offerta formativa e dei processi di insegnamento/apprendimento.
Alla luce di quanto detto, si possono indicare alcuni punti irrinunciabili:
1. Educare alla convivenza civile, ai diritti umani e al bene comune non è un optional, ma un obbligo.
L’educazione alla convivenza civile, alla cittadinanza e al bene comune costituisce una parte essenziale del percorso formativo, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria superiore, secondo modalità proprie dell’età evolutiva. La scuola non può che essere vissuta come esperienza di vita sociale, relazionale e comunitaria. Già i Decreti delegati del ’74 definivano la Scuola come “comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civile”. La legge sull’Autonomia ha accentuato questi aspetti, riconoscendo una più forte soggettività e un maggiore radicamento nel contesto socio-ambientale, attraverso la spinta a mettersi in rete con tutte le agenzie educative e a collegarsi con le forze vive del territorio.
Nella scuola, ogni componente è chiamata a dare il proprio contributo, ciascuno secondo la specifica funzione, senza confusione di ruoli, ma in spirito di leale collaborazione. E’ nella scuola che lo studente sperimenta la vita di relazione, di partecipazione alle scelte, se la scuola è in grado di strutturare la propria offerta formativa sui valori della corresponsabilità educativa. Per questo occorre sviluppare tutte quelle metodologie attive che si basano sul modello cooperativo (cooperative learning). Se il Progetto della scuola – il POF – viene elaborato da pochi e calato dall’alto, se non nasce dalla comune riflessione, dalla condivisione e dall’analisi dei bisogni formativi delle persone e del territorio, è difficile che si possa promuovere una partecipazione attiva, in quanto gli altri possibili attori vengono di fatto considerati semplici destinatari. Inoltre, non basta enunciare nel POF i valori della partecipazione, se poi questi principi vengono disattesi nella pratica quotidiana. Spesso, anche la partecipazione democratica da parte degli studenti – attraverso gli stessi organismi di partecipazione previsti dal legislatore – viene vissuta con un certo fastidio, in quanto – si afferma- tale partecipazione sottrae tempo prezioso allo svolgimento dei programmi.
La scuola deve far propri gli strumenti necessari perché gli alunni siano formati a partecipare attivamente alla vita democratica, a scoprire la passione per la città. E’ importante che, attraverso i mezzi a disposizione –nelle scuole superiori attraverso le assemblee di classe e di istituto –, ma anche attraverso specifici percorsi interdisciplinari, essi siano messi nelle condizioni di avviare un confronto sui temi della pace, dei diritti umani, della legalità, dell’ambiente e dello sviluppo, del dialogo tra le culture, a cominciare dal loro territorio. Per capire di più i processi di cambiamento e poter essere parte di una comunità più vasta, a livello locale, con lo sguardo aperto sul mondo. “Esserci dentro” era lo slogan del Progetto Giovani. “I care”, secondo il motto di don Milani. Oggi, più di ieri, si tratta di alimentare percorsi formativi di cittadinanza attiva per superare quel senso di indifferenza che caratterizza le nuove generazioni, sempre più distanti da una politica percepita come incapace di interpretare i bisogni delle persone. Occorre far cogliere le ragioni profonde della democrazia. Far riscoprire l’importanza e il ruolo della politica, intesa come particolare ed esigente forma di servizio per l’edificazione della casa comune. Proprio mentre sempre più si avverte la crisi delle democrazie, è necessario far nascere il desiderio di impegnarsi a ricostruire dal basso le istituzioni e la società civile, senza far perdere la speranza che tale impresa è possibile.
2. La scuola educa al bene comune se è capace di ritrovare un senso complessivo.
La scuola sta vivendo, ormai da diversi anni, una fase di lunga transizione. Da qui un senso di stanchezza e di fatica, con la tentazione di rifugiarsi in una routine illusoriamente rassicurante, che finisce per produrre il ripiegamento in riti burocratici, accompagnati dalla perdita di motivazione e di senso. Il rinnovamento della scuola passa attraverso la presenza di professionisti autorevoli, di adulti competenti e motivati disposti a mettersi in gioco, a farsi “compagni di viaggio”, senza rinunciare al loro ruolo. Che sappiano dare fiducia ai giovani, spesso descritti come ripiegati su se stessi, individualisti, attenti a vivere l’attimo fuggente, privi di slanci e di motivazioni, capaci solo di una progettualità che ha il respiro di un giorno e il tempo di un’emozione. D’altra parte, tutti sappiamo come stiano crescendo la sofferenza psicologica e il disorientamento tra gli adolescenti e come siano in aumento le varie forme di “fuga” nel privato, nelle relazioni virtuali e nell’utilizzo di una sempre più vasta gamma di sostanze. D’altra parte la nostra società sta impietosamente derubando i giovani dell’idea stessa di futuro.
Occorre che la scuola sappia offrire ambienti di apprendimento significativo, che non si fermi soltanto alla trasmissione del patrimonio culturale, ma sappia creare le condizioni per la conquista personale del sapere. Una scuola che in grado di stimolare la curiosità, di aiutare gli alunni a porre domande piuttosto che a ricevere risposte preconfezionate. Una scuola che sia in grado di incrociare i grandi interrrogativi che interpellano la coscienza di ogni persona e della comunità sul senso del vivere e dello stare nel mondo: “chi sono”, “da dove vengo”, “dove vado”, per riempire la vita di significato e di senso.
La scuola più che di grandi riforme – anche se necessarie – ha bisogno di un supplemento d’anima e di una nuova passione educativa: una scuola in cui insieme si impara a compiere il viaggio fondamentale nelle profondità di se stessi; una scuola non centrata sui programmi, ma sul soggetto che apprende, vissuta come luogo della ricerca, della sperimentazione di nuovi modelli per migliorare la qualità dei processi di insegnamento-apprendimento, deve poter contare su una comunità professionale di docenti consapevoli del proprio ruolo culturale e sociale: qualsiasi innovazione non può che passare attraverso la mediazione dei docenti. Restituire dignità alla loro funzione attraverso un forte investimento sulla loro professionalità deve costituire la scelta decisiva per permettere alla scuola di uscire dalle secche dei molti adempimenti cartacei, che continuano a sottrarre tempo prezioso alla ricerca di nuove metodologie, alla riflessione critica sulle buone pratiche, che, nonostante tutto, molte scuole sono in grado di produrre e documentare.
3. La scuola deve educare all’etica della responsabilità.
Significa far prendere coscienza delle conseguenze che ogni azione e ogni scelta produce: da ciò deriva la consapevolezza del senso del limite, lo stile della sobrietà e dell’essenzialità, l’attenzione alla dimensione ecologica e alla tutela dell’ambiente, all’integrità e alla trasparenza, alla correttezza e al rispetto di tutte le persone. La formazione ad una cittadinanza attiva e consapevole richiede non solo rispetto per l’altro e per la valorizzazione delle risorse comuni, ma la capacità di ‘prendere posizione’ e di ‘farsi carico’ delle conseguenze delle proprie scelte, non solo in relazione a se stesso, ma anche in rapporto agli altri e alle future generazioni.
4. La scuola ha il dovere di promuovere il dialogo interculturale e interreligioso.
Il dialogo è via obbligata di ogni corretto percorso educativo. La dimensione interculturale dell’educazione sembra oggi affermarsi come fenomeno costitutivo dell’attuale contesto sociale, reso ancora più urgente dalla presenza sempre più massiccia di persone provenienti da diverse aree geografiche e portatrici di visioni altre, complementari e/o alternative, spesso, comunque, poco conosciute nella loro vera identità. Il passaggio da un universo ad un pluriverso, da un mondo caratterizzato da un orizzonte di valori condivisi alla compresenza di una pluralità di punti di vista, richiede di mettersi in atteggiamento di ascolto reciproco, nella consapevolezza che ogni cultura va purificata, ma porta in sé elementi positivi da condividere. Far scoprire l’umano fondamentale – cioè quel comune denominatore che permette a tutti di sentirsi partecipi dell’unica famiglia umana – può costituire il cemento per quella “convivialità delle differenze” tanto cara a don Tonino Bello, irriducibile operatore di pace. Nella scuola le diverse culture possono trovare momenti di sintesi e di arricchimento reciproco, senza rinunciare, tuttavia, ad un discernimento critico che offra l’opportunità di integrare i valori secondo criteri di coerenza e di reciproca fecondazione. Per questo, l’incontro fra diverse culture non può non comportare un ripensamento delle metodologie e degli stessi contenuti dell’insegnamento. Occorre passare dalle teorie alla costruzione di itinerari realmente spendibili nella pratica quotidiana in cui il docente è chiamato a svolgere la propria azione, in contesti specifici di apprendimento. La posta in gioco appare impegnativa: si tratta di riuscire a coniugare identità e differenze, promuovere l’integrazione delle persone con diversa provenienza nel contesto socio-culturale italiano, garantendo loro il legame con la tradizione storica e culturale del paese d’origine. Operazione non certo facile, in quanto oggi i flussi immigratori presentano una geografia variegata e le differenze, anche all’interno della stessa area di provenienza, sono molto accentuate. Nella costruzione di laboratori di ricerca è possibile sperimentare nuovi modelli a partire dalla riflessione critica sulle esperienze. Certamente, la richiesta sempre più pressante di inserimento di ragazzi provenienti da paesi diversi, con maggiore incidenza a partire dal primo ciclo di istruzione, se induce la scuola ad assumere la “pedagogia interculturale” come via ordinaria per l’acquisizione di saperi e competenze, richiede, nello stesso tempo, un convinto investimento e un impegno condiviso e sinergico tra scuola, istituzioni del territorio (Comuni, Province, Regioni) e volontariato sociale. Per la scuola, si tratta in particolare di assicurare che l’inserimento degli alunni immigrati e i percorsi di inclusione/integrazione attivati possano realizzarsi mantenendo alta la qualità del servizio educativo e didattico che la scuola pubblica è chiamata ad assicurare a tutti gli alunni. Appare indispensabile verificare e validare strumenti e sussidi, oggi spesso insufficienti, cominciando a mettere in comune ciò che dalle scuole, individualmente o in rete, in questi anni è stato lodevolmente prodotto per affrontare l’emergenza. In tale direzione, sono auspicabili il rafforzamento dell’autonomia e della responsabilità della dimensione locale, rispetto ai modelli “centralistici” e il potenziamento delle risorse umane e finanziarie da destinare a questa impresa.
5. La scuola, infine, deve mettersi in rete con il territorio, con la città, con le istituzioni, con i problemi che attraversano la vita della comunità. Una scuola separata dal contesto, gelosa del suo splendido isolamento, appagata di una erudizione libresca, fa mancare all’esperienza delle nuove generazioni il senso stesso della vita, della sua complessità. La scuola non può essere un’oasi, un hortus conclusus, ma comunità di persone capaci di accettare le sfide di una società plurale, liquida, che ha smarrito mappe di un progetto condiviso e che deve saper ritrovare nella dimensione etica del bene comune quel collante capace di ricomporre il tutto in unità e di orientare ogni scelta verso esiti positivi di bene, di giustizia, di uguaglianza e di solidarietà. L’Educazione alla Convivenza civile è “affare di tutti”, non solo della scuola. Anche se la scuola deve conquistare la sua autorevolezza e il suo ruolo sociale. La posta in gioco è grande: l futuro della persona, delle istituzioni, della democrazia sono intimamente legati all’educazione delle nuove generazioni, all’innalzamento del livello culturale, alla possibilità di fornire strumenti per vivere da soggetti liberi e responsabili.
Per questo, siamo tutti chiamati ad operare, ciascuno secondo le proprie responsabilità. Insieme è possibile rigenerare quell’orizzonte valoriale che è alla base della crescita individuale e sociale e che fa da sfondo integratore di ogni autentica proposta formativa: il rispetto della persona, l’accoglienza dell’altro, la ricerca del bene comune, l’attenzione ai più deboli, l’amore per giustizia e la verità, l’edificazione di una convivenza pacifica e solidale. Valori presenti nella nostra Costituzione, che tutti dobbiamo contribuire a realizzare nella vita di ogni giorno, ma soprattutto far crescere e radicare nella coscienza di ogni persona e di tutta la comunità.