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Archivio di aprile 2007

L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano – Stefanangeli

martedì 24 aprile 2007

Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)

Come la scuola educa al bene comune – Tavola rotonda

Intervento di Anna Maria Stefanangeli (AIMC)
(Testo non rivisto dall’autore)

Credo che alcune delle cose che dirò come portavoce della mia associazione, le abbiamo già sentite sotto forme diverse: questo può costituire, per il “dopo convegno”, un “coagulo” di riflessioni forse anche per l’elaborazione di linee educative.

È questo un tempo in cui le vicende politiche, sociali, scolastiche sembrano ignorare o smentire il significato profondo di espressioni quale bene comune ed educazione. Allora come è possibile il bene comune in una cultura che ha una visione debole dell’uomo, che difende in teoria i diritti di tutti e in realtà di nessuno? Come è possibile l’agire paziente dell’educare, del “trarre fuori”, in una cultura che si caratterizza per il “tutto e subito”, per l’apparire, per la negazione dello sforzo, per l’assenza della percezione del limite? Come può chiedersi alla scuola istituzione, delegata ad educare, di rimuovere negligenze d’assenze di istituzioni quali la famiglia e la società nelle sue varie articolazioni? Queste sono domande forse scontate, forse banali in confronto ad altre più sofisticate, ma sono quelle che echeggiano nelle nostre scuole e che sostengono la categoria sociologica del “disagio dei docenti”.

La visione della nostra Associazione, l’A.I.M.C., quindi, non è una visione pessimistica se crediamo nell’educazione: perché educare è credere nel futuro. Abbiamo però una visione realistica e non vogliamo essere muti nei confronti della scuola e dei suoi operatori e nei confronti della società.

Innanzitutto affermiamo che il nucleo essenziale della nostra attenzione è ogni persona umana considerata come soggetto etico, che nella reciprocità delle relazioni umane contribuisce ad elaborare e realizzare il bene comune. Esprimiamo la convinzione che la piena cittadinanza dell’etica, in ogni ambito della vita personale e sociale, è la condizione per garantire alla convivenza civile un futuro più umano, sono parole che traggo dal documento programmatico del XVIII Congresso del gennaio 2006. Se questa è la nostra mission intesa in senso generale, allora siamo impegnati a renderla azione; è il come del tema di questa tavola rotonda.

In concreto riteniamo questione fondamentale e decisiva l’educazione della persona; dice Benedetto XVI: «Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza trascurare quella della sua libertà e della sua capacità di amare».

Oggi la ricerca pedagogica e didattica internazionale mette a disposizione dei docenti e quindi delle scuole, una “cassetta degli attrezzi ricca di protocolli per formare una testa ben fatta”; ma questo kit – mi si passi l’immagine – stenta a diventare “cultura della scuola”, perché noi siamo promotori di queste innovazioni, perché mettere al centro l’allievo vuol dire, sin dalla scuola dell’infanzia, costruire ambienti di apprendimento positivi che richiedono strategie come studiare le culture degli studenti – lo diceva la professoressa Santerini –, e direi non solo di coloro che vengono dall’esterno, ma anche la cultura degli autoctoni. Ognuno è portatore di una propria cultura: comunicare è un senso di prestigio e di importanza, è encomiare la creatività.
Significa creare uno spazio per tutti i tipi di studenti, aiutare gli studenti a conoscersi reciprocamente, celebrare i successi … : quindi ambienti educativi dove tutto questo non viene insegnato a parole ma, come diceva il Ministro, viene testimoniata dall’azione didattica e dalla organizzazione della scuola.

Queste strategie consentono l’individuazione, l’accompagnamento e il sostegno a ciò che lo studente cerca. E lo studente cerca la sua affermazione come essere umano, come persona; vive il desiderio di dare il proprio contributo sia in contenuti sia in relazioni, di sentire che ciò che apprende è utile.

Tutto ciò però richiede ad esempio condizioni più adeguate alla crescita umana e non solo: la “testa ben fatta” non è la testa piena! Temiamo che oggi nella scuola si stia consumando questo equivoco. Infatti è aumentato in misura esponenziale – lo testimonia una ricerca della III Università – il carico nozionistico a partire dalla scuola elementare.
Cosa dire ancora del fenomeno dell’abbandono? Esso non riguarda solo le zone a rischio del nostro Paese.
E ancora: perché i giovani, magari con la maturità scientifica, non scelgono le facoltà scientifiche, in primis la matematica, rendendo povero il nostro Paese? Tutta colpa dei docenti? Evidentemente no! Alla scuola, e non solo, va restituita, ad esempio, la certezza delle norme che mettono in moto processi innovativi. Certezza venuta meno dall’alternanza politica che ha vita breve: cinque anni sono assolutamente un battito di ciglio in educazione, e così gli insegnanti hanno appreso ad aspettare il loro Godot, tanto passa e poi ne viene un altro.

La scuola sente anche la mancanza del consenso sociale: si tratti dell’emergenza delle stragi del sabato sera, o oggi del bullismo, la scuola deve taumaturgicamente risolvere il problema: sono forme di spettacolarizzazione che fanno male alla scuola stessa, in quanto le tolgono tempi, spazi di azione e di credibilità. Sono le cosiddette “protesi” che non producono se non labili effetti.

Se parliamo di bene comune, allora la società, il governo della scuola nazionale, le famiglie, gli enti locali devono prendersi carico dell’educazione, stringendo un patto sociale.
Come associazione siamo impegnati a costruire un contesto di “formatività” che aiuti lo sviluppo della professione nella progettualità, nella responsabilità personale e nella corresponsabilità comunitaria, nella solidarietà generativa di cittadinanza e di appartenenza, in modo che gli insegnanti possano sempre più in modo adeguato rispondere a domande come questa:
«Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, ti porto un sussurro, riesci a udire la poesia?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, mi dirai cosa pensare o mi mostrerai come farlo, mi insegnerai le risposte oppure la magia di porre buone domande?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, apprendere sarà solo fare le cose in modo giusto o fare cose giuste? Una questione di piacere o di dovere?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, cosa conterà di più per te: la mia anima o i miei voti?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, puoi insegnarmi a tracciare il mio cammino personale o mi indirizzerai su binari precostituiti?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, ti lascerò cavalcando i miei punti di forza o dopo aver inciampato nei miei punti deboli?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, ti porto tutto ciò che sono, tutto ciò che posso diventare: ti rendi conto di quanta fiducia ripongo in te?».

(Testo non rivisto dall’autore)

L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano – Alici

martedì 24 aprile 2007

Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)

Saluto introduttivo di Luigi Alici

Porto il saluto e la gratitudine dell’Azione Cattolica Italiana per questa iniziativa che si colloca nel solco di una tradizione alla quale teniamo molto.
Questo saluto deve però, questa sera, anche fare spazio alla comunicazione della scomparsa di Francesca Bachelet, la sorella di Vittorio: in questa sede desideriamo manifestare le più vive condoglianze alla famiglia per questo lutto.

Il tema del bene comune, declinato nei due aspetti che identificano la sessione di oggi pomeriggio e di domani mattina, rappresenta un modo attraverso il quale l’Istituto Bachelet si colloca all’interno del cammino dell’AC e della Chiesa italiana.
Questo percorso da un lato tiene conto di una iniziativa che il Centro Studi dell’Azione Cattolica, coinvolgendo i Membri dei Comitati Scientifici dei tre Istituti e della Rivista Dialoghi che afferiscono all’Associazione, ha promosso il 4 novembre scorso: un seminario sul tema dei valori non negoziabili che ha aperto uno scenario e disegnato un percorso di approfondimento all’interno del quale anche questa iniziativa si colloca e rappresenta un passo ulteriore in avanti.
Un passo in avanti che ha come termine di riferimento prossimo la celebrazione della Settimana Sociale dei cattolici italiani, che nell’autunno di quest’anno sarà dedicata a questo tema appunto, nell’ambito del centenario dell’iniziativa delle settimane sociali.
Credo che sia anche un modo concreto di trasformare questo saluto non in una espressione di circostanza, ma in uno stimolo, in un piccolo contributo al lavoro comune.
E non posso non prendere le mosse proprio da quel testo di Vittorio Bachelet di cui sono stati riportati due periodi significativi, che risale ad un suo intervento pronunciato alla 36ª Settimana sociale dei cattolici italiani, celebrata a Pescara nel 1964.
Da quel testo estraggo uno spunto che vorrei tradurre in tre suggestioni da affidare ai lavori di questo Seminario. Lo spunto riguarda la tesi – che attraversa questo intervento di Vittorio Bachelet – secondo la quale in epoche che rappresentano un assetto culturale in qualche modo sedimentato e stabilizzato, si fa fatica a distinguere il bene comune come l’insieme dei principi veramente immutabili che debbono ispirare l’impegno degli uomini di buona volontà dalle concrete dimensioni storiche, fattuali, contingenti, attraverso le quali l’edificazione del bene comune passa e con le quali inevitabilmente deve fare i conti. In epoche culturalmente statiche, questi due lati del bene comune spesso appaiono in una simbiosi indistinta, che non ci consente di operare le opportune distinzioni.
In epoche nelle quali le trasformazioni culturali sono invece rapide, vorticose, a volte troppo rapide – scriveva ancora Bachelet – la capacità di distinguere questo piano dei principi immutabili dal piano della contingenza storica, questa capacità di distinguere ciò che è strutturale da ciò che è congiunturale in senso storico, diventa una sfida alla quale non ci può sottrarre; se non affrontiamo questa sfida, i principi immutabili rischiano di apparire astrazioni – cito Vittorio Bachelet – o al massimo un codice di leggi scritte in cielo e non sulla terra dei figli degli uomini.
Ma tuttavia in questa continua rettifica ermeneutica, alla quale siamo tenuti nello sceverare ciò che è strutturalmente immutabile da ciò che appartiene alla congiuntura storica e che ci chiede continuamente un aggiornamento critico, corriamo il rischio – sono sue parole – del relativismo di tipo storicistico o quello del semplice rifiuto dello stesso ideale del bene comune. Mi sembra un invito di grande attualità dal quale vorrei ricavare tre suggestioni telegrafiche.
Anzitutto, in questa continua rettifica tra lo strutturale e il congiunturale, la scuola non può correre il rischio di confondere la neutralità con l’imparzialità. Non può correre questo rischio perché non può non elaborare un progetto formativo che non venga avvertito come espressione di una parte e che quindi non può essere parziale.
Ma la ricerca di una imparzialità non va mai confusa con un atteggiamento di neutralità di carattere assiologico e quindi educativo, perché l’accompagnamento educativo, in tutte le forme in cui si manifesta e anche in quelle forme istituzionalizzate in cui viene affidato alla scuola, nella misura in cui tocca la crescita delle persone, non può essere neutralizzato; la scuola non deve confondere la neutralità con l’imparzialità.

La seconda suggestione. In un’epoca nella quale mutano rapidamente gli scenari di carattere sociale e anche culturale, la scuola non può rinunciare ad essere anche un luogo in cui si educa ad articolare le differenze; soprattutto oggi la scuola non può lasciarsi paralizzare dalle differenze, non può assumere un atteggiamento neutro di fronte alle differenze, ma deve impegnarsi in una loro articolazione positiva. Rinunciare a questo compito significa assumere un atteggiamento di indifferenza alle differenze che tecnicamente è il nome di quel relativismo al quale lo stesso Bachelet faceva cenno.
L’articolazione delle differenze è la capacità anche di governare i conflitti. Una scuola che si ritiene non tanto incapace ma non abilitata ad articolare le differenze, rischia di avallare l’idea della società come un contenitore di tribù morali chiuse che è l’anticamera della violenza. Perché quando le istituzioni educative rinunciano a governare la conflittualità, la conflittualità si abbandona alle sue pulsioni più scomposte e diventa violenza. Il riferimento al bullismo e dintorni credo sia molto facile.

In terzo luogo, questa capacità di articolare le differenze in un’ottica di progettualità educativa non neutrale, deve farsi carico del bene comune, a cominciare proprio dalla capacità di riconoscere il carattere inclusivo di ciò che è communis, e riconoscendo che il comune è ciò che accomuna in un contesto di convivenza multiculturale, è ciò che accomuna il privato e il pubblico.
Sull’articolazione del privato e del pubblico pesa l’ipoteca del bene comune, che non è una finalità che può essere appaltata al pubblico nei confronti della quale il privato si senta deresponsabilizzato! Il privato e il pubblico – se vogliamo: l’etica privata e l’etica pubblica – debbono trovare nella ricerca di ciò che è comune la ragione di una alleanza educativa della quale oggi francamente sentiamo oggi un po’ tutti l’esigenza.

Si tratta di tre spunti che non vogliono condizionare la discussione, ma solo offrire un contributo alla riflessione comune.

L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano – Venturella

martedì 24 aprile 2007

Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)

Come la scuola educa al bene comune – Tavola rotonda

Intervento di Franco Venturella (MIEAC)

La formazione: scelta strategica per lo sviluppo di una nuova coscienza civica

L’istruzione è un bene di tutti, un bene essenziale, come l’acqua. La conoscenza è un bene vitale che non può essere considerato patrimonio esclusivo di alcuni, ma appartiene ad ogni persona chiamata a vivere nella società. L’informazione il sapere e la cultura costituiscono infatti le condizioni indispensabili per dare concretezza ed efficacia ai valori della libertà e della democrazia. A tutti deve essere garantito l’accesso alla formazione e, a questo scopo, vanno rimossi gli ostacoli che possano impedire o ritardare tale realizzazione. Ogni persona ha diritto alla promozione culturale e sociale.

La Costituzione italiana e quella europea ci ricordano che la scuola è aperta a tutti e ha come obiettivo primario di educare al pieno sviluppo della personalità umana e al senso della sua dignità e di rafforzare il rispetto per i diritti umani e per le libertà fondamentali. L’educazione e l’istruzione devono mettere tutti nelle condizioni di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera e solidale, di promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra tutti i popoli e tutti gruppi e incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea per il perseguimento della pace e dello sviluppo umano.

Ma non sono sufficienti le affermazioni di principio. Non basta riconoscere il diritto all’accesso: occorre assicurare il diritto al “successo formativo”, in base alle capacità di ciascuno, aiutando ogni soggetto a costruirsi un personale progetto di vita.

Purtroppo, la nostra scuola, ancora oggi, lascia molti studenti lungo la strada: è quel tasso preoccupante di dispersione scolastica che ci assegna un triste primato a livello europeo. Senza parlare del fatto che molti alunni riescono a concludere il percorso formativo con risultati appena accettabili (Basta confrontare i risultati dell’Istituto Nazionale di Valutazione o quelli dell’indagine OCSE-PISA). E tale situazione risulta ancora più grave nelle zone a più forte disagio sociale. Questo deficit nei processi di apprendimento certamente impedisce a molti soggetti di utilizzare le competenze minime per vivere il senso di una cittadinanza piena e di una partecipazione libera e responsabile. Del resto è risaputo che solo un maggiore impegno nella formazione delle persone può far uscire dalle situazioni di marginalità, di sottosviluppo, di precarietà. Questo intendeva dire don Milani quando affermava:”E’ la lingua che ci rende uguali”. Un più alto livello di formazione può costituire l’antidoto alla criminalità organizzata, che sotto varie forme, si alimenta e trova terreno fertile di coltura quando deprivazione e ignoranza si trovano a convivere. Vogliamo sperare che “la scuola di tutti” non lasci indietro nessuno, ma ogni alunno possa crescere come persona in grado di comprendere se stesso e il mondo: perché a ciascuno, ma soprattutto ai meno provveduti di capacità e mezzi, siano riconosciute reali opportunità di sviluppo e di dignità umana e culturale, secondo quel criterio di uguaglianza per cui “non si fanno parti uguali tra diseguali”.

Dalla scuola dei Progetti al Progetto di scuola

La formazione della persona non nasce dalla somma di tanti progetti (qualcuno rinfaccia alla scuola di essere diventata un “progettificio”) in risposta a tutte le emergenze educative e sociali, ma da una proposta globale che coinvolge lo statuto epistemologico degli stessi saperi. Occorre creare un orizzonte unitario, dove tutte le educazioni possano trovare spazio. O comune è quello di aiutare ogni soggetto a comprendere se stesso, ad aprirsi agli altri, ad acquisire conoscenze, competenze e abilità che favoriscano il pensiero critico, una forte apertura sociale, l’autonomia e la responsabilità, l’interiorizzazione dei valori della democrazia, della partecipazione attiva, del dialogo, del rispetto delle regole della convivenza. Tutto questo non è un optional, ma fa parte del proprium, rientra nelle finalità generali che la scuola, attraverso una forte intenzionalità educativa, deve perseguire. Se la scuola rinuncia a questo, perde la propria identità, svilisce il senso della propria funzione, rinuncia alla formazione plenaria della persona.

I temi educativi legati alla convivenza civile (la cittadinanza, l’ambiente, la salute, l’affettività e l’educazione alimentare, stradale, oltre all’educazione civica e morale e all’educazione alla legalità) costituiscono percorsi di orientamento a vivere la partecipazione responsabile e a contribuire alla realizzazione di una società migliore”. Ma perché la partecipazione abbia un vero senso, è indispensabile che i giovani possano esercitare una reale influenza sui progetti, sulle decisioni e sulle attività che li riguardano. La partecipazione ha una duplice dimensione: quella del “prendere parte” e quella del “sentirsi parte”, del “sentirsi dentro” ai processi, alla comunità. I giovani vogliono essere aiutati ad “abitare” le istituzioni, con maggiori spazi di responsabilità. Vogliono essere considerati parte integrante della comunità già da subito, non domani. I progetti non si fanno per i giovani, ma con i giovani. Gli alunni non sono semplici destinatari, ma soggetti a pieno titolo. D’altra parte, senza il coinvolgimento della persona, non può esserci educazione.

La formazione della persona e del cittadino deve avvenire non solo attraverso i saperi codificati, ma anche mediante esperienze di relazioni significative e occasioni di partecipazione responsabile alla vita della comunità. La dimensione esperienziale, soprattutto per l’adolescente, è decisiva. L’impegno è quello di elaborare percorsi formativi, inseriti in un ampio contesto pedagogico e culturale, che promuovano l’interiorizzazione dei valori di libertà, giustizia, solidarietà, nel rispetto dei diritti umani: una cultura capace di sconfiggere le paure sempre latenti e di far maturare una nuova coscienza civile che abiliti ad un impegno contro ogni forma di mafia, di xenofobia, di razzismo, di esclusione dell’altro considerato come minaccia.

Occorre che educatori e insegnanti si prendano carico di quel “diffuso malessere”, presente nella scuola e nella società, che assume diverse sfaccettature: l’ abbandono precoce, lo scarso rendimento scolastico, le difficoltà a interiorizzare le regole del vivere civile e sociale, fenomeni di bullismo, di microdelinquenza, di conflittualità. Soprattutto per questi ragazzi, spesso provenienti da contesti sociali, dove povertà, emarginazione e illegalità generano un atteggiamento di sfiducia e diffidenza nei confronti delle istituzioni, occorre creare le condizioni per far vivere esperienze in cui, attraverso una sana socialità e percorsi individualizzati, possano acquisire gli strumenti culturali di base per vivere da persone responsabili, acquisendo la consapevolezza dei diritti e dei doveri, del rispetto di sé e degli altri, del senso delle Istituzioni.

Ma è chiaro che l’istituzione con la quale gli alunni vengono a contatto, dopo la famiglia, è la scuola: dal volto della scuola, dunque, dalla sua capacità di essere “comunità educante” in grado di costruire legami positivi e relazioni vere, di presentarsi come garante della legalità, della trasparenza nelle sue decisioni, della collegialità e condivisione delle scelte, dalla capacità di apertura e di dialogo all’interno e con le altre istituzioni del territorio, cominceranno a vedere il volto delle istituzioni, a sviluppare il senso di rispetto e di appartenenza, a vivere e sperimentare la democrazia. L’educazione alla cittadinanza e alla legalità deve inserirsi nella vita ordinaria della scuola, in modo che tutta l’esperienza formativa dell’alunno sia caratterizzata fortemente dal senso di appartenenza alla comunità più vasta che va dal proprio contesto familiare e ambientale fino ad arrivare all’Europa e al mondo. All’interno di questo percorso, la formazione alla convivenza civile deve diventare il punto di convergenza di un impegno condiviso. Occorre aiutare la scuola a ricostruire la comunità educante, contribuendo a creare un clima positivo di dialogo tra i diversi soggetti (docenti, studenti, famiglie, territorio), perché la scuola diventi luogo della condivisione, della progettualità e della esperienza concreta di partecipazione alla vita democratica, in cui ciascuno esercita i diritti e i doveri di cittadinanza, utilizzando al meglio tutte le opportunità offerte dall’Autonomia e operando scelte collegiali finalizzate al miglioramento della qualità dell’offerta formativa e dei processi di insegnamento/apprendimento.

Alla luce di quanto detto, si possono indicare alcuni punti irrinunciabili:

1. Educare alla convivenza civile, ai diritti umani e al bene comune non è un optional, ma un obbligo.

L’educazione alla convivenza civile, alla cittadinanza e al bene comune costituisce una parte essenziale del percorso formativo, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria superiore, secondo modalità proprie dell’età evolutiva. La scuola non può che essere vissuta come esperienza di vita sociale, relazionale e comunitaria. Già i Decreti delegati del ’74 definivano la Scuola come “comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civile”. La legge sull’Autonomia ha accentuato questi aspetti, riconoscendo una più forte soggettività e un maggiore radicamento nel contesto socio-ambientale, attraverso la spinta a mettersi in rete con tutte le agenzie educative e a collegarsi con le forze vive del territorio.

Nella scuola, ogni componente è chiamata a dare il proprio contributo, ciascuno secondo la specifica funzione, senza confusione di ruoli, ma in spirito di leale collaborazione. E’ nella scuola che lo studente sperimenta la vita di relazione, di partecipazione alle scelte, se la scuola è in grado di strutturare la propria offerta formativa sui valori della corresponsabilità educativa. Per questo occorre sviluppare tutte quelle metodologie attive che si basano sul modello cooperativo (cooperative learning). Se il Progetto della scuola – il POF – viene elaborato da pochi e calato dall’alto, se non nasce dalla comune riflessione, dalla condivisione e dall’analisi dei bisogni formativi delle persone e del territorio, è difficile che si possa promuovere una partecipazione attiva, in quanto gli altri possibili attori vengono di fatto considerati semplici destinatari. Inoltre, non basta enunciare nel POF i valori della partecipazione, se poi questi principi vengono disattesi nella pratica quotidiana. Spesso, anche la partecipazione democratica da parte degli studenti – attraverso gli stessi organismi di partecipazione previsti dal legislatore – viene vissuta con un certo fastidio, in quanto – si afferma- tale partecipazione sottrae tempo prezioso allo svolgimento dei programmi.

La scuola deve far propri gli strumenti necessari perché gli alunni siano formati a partecipare attivamente alla vita democratica, a scoprire la passione per la città. E’ importante che, attraverso i mezzi a disposizione –nelle scuole superiori attraverso le assemblee di classe e di istituto –, ma anche attraverso specifici percorsi interdisciplinari, essi siano messi nelle condizioni di avviare un confronto sui temi della pace, dei diritti umani, della legalità, dell’ambiente e dello sviluppo, del dialogo tra le culture, a cominciare dal loro territorio. Per capire di più i processi di cambiamento e poter essere parte di una comunità più vasta, a livello locale, con lo sguardo aperto sul mondo. “Esserci dentro” era lo slogan del Progetto Giovani. “I care”, secondo il motto di don Milani. Oggi, più di ieri, si tratta di alimentare percorsi formativi di cittadinanza attiva per superare quel senso di indifferenza che caratterizza le nuove generazioni, sempre più distanti da una politica percepita come incapace di interpretare i bisogni delle persone. Occorre far cogliere le ragioni profonde della democrazia. Far riscoprire l’importanza e il ruolo della politica, intesa come particolare ed esigente forma di servizio per l’edificazione della casa comune. Proprio mentre sempre più si avverte la crisi delle democrazie, è necessario far nascere il desiderio di impegnarsi a ricostruire dal basso le istituzioni e la società civile, senza far perdere la speranza che tale impresa è possibile.

2. La scuola educa al bene comune se è capace di ritrovare un senso complessivo.

La scuola sta vivendo, ormai da diversi anni, una fase di lunga transizione. Da qui un senso di stanchezza e di fatica, con la tentazione di rifugiarsi in una routine illusoriamente rassicurante, che finisce per produrre il ripiegamento in riti burocratici, accompagnati dalla perdita di motivazione e di senso. Il rinnovamento della scuola passa attraverso la presenza di professionisti autorevoli, di adulti competenti e motivati disposti a mettersi in gioco, a farsi “compagni di viaggio”, senza rinunciare al loro ruolo. Che sappiano dare fiducia ai giovani, spesso descritti come ripiegati su se stessi, individualisti, attenti a vivere l’attimo fuggente, privi di slanci e di motivazioni, capaci solo di una progettualità che ha il respiro di un giorno e il tempo di un’emozione. D’altra parte, tutti sappiamo come stiano crescendo la sofferenza psicologica e il disorientamento tra gli adolescenti e come siano in aumento le varie forme di “fuga” nel privato, nelle relazioni virtuali e nell’utilizzo di una sempre più vasta gamma di sostanze. D’altra parte la nostra società sta impietosamente derubando i giovani dell’idea stessa di futuro.

Occorre che la scuola sappia offrire ambienti di apprendimento significativo, che non si fermi soltanto alla trasmissione del patrimonio culturale, ma sappia creare le condizioni per la conquista personale del sapere. Una scuola che in grado di stimolare la curiosità, di aiutare gli alunni a porre domande piuttosto che a ricevere risposte preconfezionate. Una scuola che sia in grado di incrociare i grandi interrrogativi che interpellano la coscienza di ogni persona e della comunità sul senso del vivere e dello stare nel mondo: “chi sono”, “da dove vengo”, “dove vado”, per riempire la vita di significato e di senso.

La scuola più che di grandi riforme – anche se necessarie – ha bisogno di un supplemento d’anima e di una nuova passione educativa: una scuola in cui insieme si impara a compiere il viaggio fondamentale nelle profondità di se stessi; una scuola non centrata sui programmi, ma sul soggetto che apprende, vissuta come luogo della ricerca, della sperimentazione di nuovi modelli per migliorare la qualità dei processi di insegnamento-apprendimento, deve poter contare su una comunità professionale di docenti consapevoli del proprio ruolo culturale e sociale: qualsiasi innovazione non può che passare attraverso la mediazione dei docenti. Restituire dignità alla loro funzione attraverso un forte investimento sulla loro professionalità deve costituire la scelta decisiva per permettere alla scuola di uscire dalle secche dei molti adempimenti cartacei, che continuano a sottrarre tempo prezioso alla ricerca di nuove metodologie, alla riflessione critica sulle buone pratiche, che, nonostante tutto, molte scuole sono in grado di produrre e documentare.

3. La scuola deve educare all’etica della responsabilità.

Significa far prendere coscienza delle conseguenze che ogni azione e ogni scelta produce: da ciò deriva la consapevolezza del senso del limite, lo stile della sobrietà e dell’essenzialità, l’attenzione alla dimensione ecologica e alla tutela dell’ambiente, all’integrità e alla trasparenza, alla correttezza e al rispetto di tutte le persone. La formazione ad una cittadinanza attiva e consapevole richiede non solo rispetto per l’altro e per la valorizzazione delle risorse comuni, ma la capacità di ‘prendere posizione’ e di ‘farsi carico’ delle conseguenze delle proprie scelte, non solo in relazione a se stesso, ma anche in rapporto agli altri e alle future generazioni.

4. La scuola ha il dovere di promuovere il dialogo interculturale e interreligioso.

Il dialogo è via obbligata di ogni corretto percorso educativo. La dimensione interculturale dell’educazione sembra oggi affermarsi come fenomeno costitutivo dell’attuale contesto sociale, reso ancora più urgente dalla presenza sempre più massiccia di persone provenienti da diverse aree geografiche e portatrici di visioni altre, complementari e/o alternative, spesso, comunque, poco conosciute nella loro vera identità. Il passaggio da un universo ad un pluriverso, da un mondo caratterizzato da un orizzonte di valori condivisi alla compresenza di una pluralità di punti di vista, richiede di mettersi in atteggiamento di ascolto reciproco, nella consapevolezza che ogni cultura va purificata, ma porta in sé elementi positivi da condividere. Far scoprire l’umano fondamentale – cioè quel comune denominatore che permette a tutti di sentirsi partecipi dell’unica famiglia umana – può costituire il cemento per quella “convivialità delle differenze” tanto cara a don Tonino Bello, irriducibile operatore di pace. Nella scuola le diverse culture possono trovare momenti di sintesi e di arricchimento reciproco, senza rinunciare, tuttavia, ad un discernimento critico che offra l’opportunità di integrare i valori secondo criteri di coerenza e di reciproca fecondazione. Per questo, l’incontro fra diverse culture non può non comportare un ripensamento delle metodologie e degli stessi contenuti dell’insegnamento. Occorre passare dalle teorie alla costruzione di itinerari realmente spendibili nella pratica quotidiana in cui il docente è chiamato a svolgere la propria azione, in contesti specifici di apprendimento. La posta in gioco appare impegnativa: si tratta di riuscire a coniugare identità e differenze, promuovere l’integrazione delle persone con diversa provenienza nel contesto socio-culturale italiano, garantendo loro il legame con la tradizione storica e culturale del paese d’origine. Operazione non certo facile, in quanto oggi i flussi immigratori presentano una geografia variegata e le differenze, anche all’interno della stessa area di provenienza, sono molto accentuate. Nella costruzione di laboratori di ricerca è possibile sperimentare nuovi modelli a partire dalla riflessione critica sulle esperienze. Certamente, la richiesta sempre più pressante di inserimento di ragazzi provenienti da paesi diversi, con maggiore incidenza a partire dal primo ciclo di istruzione, se induce la scuola ad assumere la “pedagogia interculturale” come via ordinaria per l’acquisizione di saperi e competenze, richiede, nello stesso tempo, un convinto investimento e un impegno condiviso e sinergico tra scuola, istituzioni del territorio (Comuni, Province, Regioni) e volontariato sociale. Per la scuola, si tratta in particolare di assicurare che l’inserimento degli alunni immigrati e i percorsi di inclusione/integrazione attivati possano realizzarsi mantenendo alta la qualità del servizio educativo e didattico che la scuola pubblica è chiamata ad assicurare a tutti gli alunni. Appare indispensabile verificare e validare strumenti e sussidi, oggi spesso insufficienti, cominciando a mettere in comune ciò che dalle scuole, individualmente o in rete, in questi anni è stato lodevolmente prodotto per affrontare l’emergenza. In tale direzione, sono auspicabili il rafforzamento dell’autonomia e della responsabilità della dimensione locale, rispetto ai modelli “centralistici” e il potenziamento delle risorse umane e finanziarie da destinare a questa impresa.

5. La scuola, infine, deve mettersi in rete con il territorio, con la città, con le istituzioni, con i problemi che attraversano la vita della comunità. Una scuola separata dal contesto, gelosa del suo splendido isolamento, appagata di una erudizione libresca, fa mancare all’esperienza delle nuove generazioni il senso stesso della vita, della sua complessità. La scuola non può essere un’oasi, un hortus conclusus, ma comunità di persone capaci di accettare le sfide di una società plurale, liquida, che ha smarrito mappe di un progetto condiviso e che deve saper ritrovare nella dimensione etica del bene comune quel collante capace di ricomporre il tutto in unità e di orientare ogni scelta verso esiti positivi di bene, di giustizia, di uguaglianza e di solidarietà. L’Educazione alla Convivenza civile è “affare di tutti”, non solo della scuola. Anche se la scuola deve conquistare la sua autorevolezza e il suo ruolo sociale. La posta in gioco è grande: l futuro della persona, delle istituzioni, della democrazia sono intimamente legati all’educazione delle nuove generazioni, all’innalzamento del livello culturale, alla possibilità di fornire strumenti per vivere da soggetti liberi e responsabili.

Per questo, siamo tutti chiamati ad operare, ciascuno secondo le proprie responsabilità. Insieme è possibile rigenerare quell’orizzonte valoriale che è alla base della crescita individuale e sociale e che fa da sfondo integratore di ogni autentica proposta formativa: il rispetto della persona, l’accoglienza dell’altro, la ricerca del bene comune, l’attenzione ai più deboli, l’amore per giustizia e la verità, l’edificazione di una convivenza pacifica e solidale. Valori presenti nella nostra Costituzione, che tutti dobbiamo contribuire a realizzare nella vita di ogni giorno, ma soprattutto far crescere e radicare nella coscienza di ogni persona e di tutta la comunità.

Il Gesù di Papa Ratzinger

lunedì 23 aprile 2007

di Francesco Lambiasi

Non è un’enciclica, non è un trattato, non è un catechismo, e neanche una omelia. Il Gesù di Nazaret del Papa è un libro, e anche ponderoso, ma ha il tono e lo stile di una conversazione: appassionata ma sempre serena, documentata ma mai pedante, impegnativa, certo, e anche ardita in vari passaggi, ma ariosa, salutare, illuminante. Insomma è come se l’attuale titolare della “cattedra di Pietro” avesse deciso di lasciare un momento i sacri palazzi per scendere a fare quattro passi al muretto, o entrare in una classe di liceo, o mettersi attorno al caminetto per “ragionare” insieme su Gesù di Nazaret.

Ragionare. Ce n’è bisogno: da quasi duecentocinquanta anni continua la parata del Gesù “per tutte le stagioni”. Rivoluzionario, pacifista, anarchico, psicanalista, ecologista, antiebreo, addirittura anticristiano… Ed ecco il primo messaggio che porge papa Benedetto: “La situazione è drammatica per la fede, se è vago il volto di Colui che la fonda”. Non è fare del terrorismo teologico. No, il caso è veramente serio: perché il cristianesimo non è una lista di dottrine o di precetti; è una storia, anzi una Persona, appunto Gesù di Nazaret. A differenza, ad esempio, dell’Islam: per un musulmano il centro della fede è Allah, non Maometto. Ma anche a differenza dell’ebraismo: Jacob Neusner – citato dal Papa come “grande erudito ebreo” – nella sua Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, si figura che al termine di una lunga giornata al seguito di Gesù, il rabbino gli chiede se Gesù insegni le stesse cose degli ebrei. Neusner: “Non precisamente, ma quasi”. “Che cosa ha tralasciato?” “Nulla”. “Che cosa ha aggiunto allora?” “Se stesso”. È questa equiparazione di Gesù con Dio il motivo di fondo per cui Neusner dichiara che non sarebbe mai stato disposto a seguire Gesù, per rimanere fedele all’Israele eterno. Neusner però non nega, anzi ammette esplicitamente che quello che Gesù richiede dai suoi seguaci “può richiederlo solo Dio”.

Ma negli ultimi anni si è superata la misura: si è insinuato il sospetto non solo che il Gesù della Chiesa non rassomiglierebbe affatto a quello dei vangeli, ma che anche questo sarebbe una truffa da preti e un imbroglio della Chiesa. Di fronte a queste bordate che minano i ponti decisivi della fede cristiana – quello che salda la Chiesa ai vangeli e l’altro che collega i vangeli a Gesù – il Papa reagisce da… “pontefice”, letteralmente “(ri)costruttore di ponti”. Ma questo lo fa attraverso l’uso della critica storica, che utilizzata in modo competente ed equilibrato è in grado di approdare a due certezze serene e fondate: gli uomini che hanno testimoniato su Gesù di Nazaret sono tutt’altro che facili a credere a voci che parlano di tomba vuota e di morti che parlano; sono grezzi ma sani, con i nervi a posto; dormono senza barbiturici, anche tra le ansie della notte di passione. Inoltre, legata a questa, è la certezza che Gesù si sia ritenuto e si sia comportato da Messia e Figlio di Dio, e per questo, a differenza dei grandi fondatori di religione, sia morto sulla croce. E la ricerca storica può provare che non era né un pazzo né un esaltato.

Dunque una ragione che ragioni arriva a documentare che questo Gesù di Nazaret si è veramente equiparato a Dio. Ma è veramente tale? Solo la fede può rispondere di sì. Ma non è una fede sospesa nel vuoto; certo va al di là della ragione, ma non contro. E qualche illustre professore di logica che tratta i cristiani da “cretini”, ci deve ancora dimostrare che è irragionevole per la ragione andare oltre se stessa.

Le nostre scelte sono davvero guidate dalla razionalità?

domenica 22 aprile 2007

Siamo spesso convinti di fare una scelta per raggiungere correttamente uno scopo, di usare (noi e il sistema delle merci) la ragione nel modo più efficiente. Lo diamo per scontato, molto spesso potremmo accorgerci che non è vero, che qualcosa non va nei nostri meccanismi di decisione, che la celebrata efficienza dei nostri processi organizzativi e produttivi mostra qualche falla pericolosa. Per lo più quando elaboriamo le scelte dimentichiamo di inserire molti dati.

Quanti chilometri all’ora fa un’automobile? Facile: basti guardare il tachimetro. O no? Forse è più difficile di quanto si pensi. Proviamo a fare qualche considerazione. Potremmo scoprire che la velocità “apparente” è molto diversa da quella “vera”. Distinguiamo alcuni livelli di velocità..

1. Velocità massima dichiarata dalla casa costruttrice; non corrisponde alla velocità massima effettiva.

2. Velocità effettiva: non corrisponde a quella legale: ci sono i limiti di velocità.

3. Velocità permessa: molto spesso non la si raggiunge, perché c’è il traffico. Molto tempo lo impieghiamo per trovare un parcheggio, ecc. per gli autobus di linea ad esempio si parla di “velocità commerciale”, che è di poco superiore ai 10/15 km all’ora.

4. Velocità commerciale: in realtà è ancora più bassa, perché occorre considerare il tempo che abbiamo impiegato, lavorando, per avere il denaro necessario all’acquisto dell’auto, della benzina, della manutenzione, dell’assicurazione, delle tasse, della pulizia.

5. Velocità netta dei costi immediati: non è ancora quella giusta. Nelle case abbiamo dovuto prevedere un garage, che ha un costo, la costruzione e la manutenzione delle strade, delle opere connesse, della segnaletica (orizzontale e verticale), della illuminazione. Occorre inserire anche i costi (enormi nelle parti sotterranee) per la costruzione delle metropolitane, laddove si lascia al traffico automobilistico la superficie.

6. Velocità netta dei costi di contesto. In realtà dobbiamo ancora scendere. Ci sono i costi legati all’inquinamento, alle malattie, agli incidenti, alle terapie riabilitative, alle giornate di lavoro perso.

7. Velocità al netto dei costi secondari. Ci sono ancora alcuni elementi, sia pure difficilmente quantificabili, ma che comunque vanno nella direzione di un danno e quindi di una diminuzione dei vantaggi dell’auto: l’impossibilità di camminare o andare in bici con tranquillità, di parlare, di soffermarsi; la bellezza deturpata dei centri storici, delle piazze, degli edifici.

Alla fine dei conti potrebbe anche succedere di trovarsi di fronte al risultato sconcertante che la velocità “vera” è inferiore ai km orari che possiamo raggiungere semplicemente camminando. Questo vuol dire che dobbiamo abbandonare il trasporto a motore? Evidentemente no: come facciamo a trasferirci da una città all’altra? E come si fa a trasportare velocemente un ferito, o a permettere una vita di relazione a un anziano o a un invalido? In questi, e in molti altri casi, la velocità “apparente” va bene: stiamo consumando più risorse di quello che sembra, da qualche altra parte c’è un rallentamento che permette questa velocità, ma il fine giustifica questo costo. Ma è nella normalità che questa giustificazione non c’è. Se non siamo bambini piccoli, o anziani, o malati; se non dobbiamo trasportare grossi carichi, se non c’è una emergenza, se non dobbiamo percorrere lunghi tratti, la velocità “apparente” (quella che definiamo “velocità commerciale”) ci inganna. Paghiamo questa “accelerazione” con un “rallentamento” da qualche altra parte. Un’auto media costa un anno di lavoro medio. È vero che impieghiamo dieci minuti in macchina invece di quaranta a piedi (abbiamo “accelerato”), ma è anche vero che siamo stati “fermi” al lavoro per un anno (abbiamo “rallentato”).

Nel 2056 ci saranno 2 mld di auto (“Le Scienze” 459). Negli Usa le auto consumano 5 litri di benzina per persona al giorno. Se fosse così per tutti il consumo aumenterebbe di dieci volte Solo il 10% dell’energia del serbatoio serve a far muovere le ruote. La domanda globale annua di energia è 447.000 petajoule. Il prezzo di mercato del carbone è basso, ma i costi di estrazione, lavorazione e consumo sono alti [esempio di inefficienza del mercato]. Nel 2005 in Cina sono morti quasi 6.000 minatori (16 al giorno), ma stime ufficiose parlano di 10.000 morti. Negli Usa 22 vittime, dove comunquele centrali a carbone emettono 48 tonnellate di mercurio l’anno. Nucleare: si parla con tranquillità di prevenire la perdita di scorie per millenni [delirio da onnipotenza presunta]. Occorre far sì che i prezzi dei combustibili a carbonio rispecchino il loro costo sociale. Vedremmo le cose in maniera di versa se non scaricassimo molti costi altrove.

In Italia ci sono 55 auto ogni 100 abitanti, siamo il secondo paese al mondo dopo gli Usa per motorizzazione.

Nel febbraio 2007 il torneo Tartaruga ha visto la seguente classifica, tratto Stazione delle Piagge – Santa Maria Novella (Firenze), 10 chilometri:

1. scooter elettrico, 17 minuti

2. bicicletta, 23 minuti

3. treno, 26 minuti (di cui 11 di attesa)

4. autobus, 27 minuti (di cui 8 di attesa)

5. automobile, 36 minuti.

C’è chi parla di una morte imminente dell’automobile (Guido Viale [sembra quasi un nome fittizio…], Vita e morte dell’automobile, Boringhieri 2007

In Gran Bretagna si ipotizza una tassa sui chilometri percorsi, senza eccezioni: anche per accompagnare i figli a scuola. Una sterlina e 34 pence (circa due euro) per ogni miglio in centro urbano; tra i 14 e gli 86 pence a miglio nei sobborghi; da 4 a 9 pence nelle periferie più lontane; 2 pence nelle strade rurali. Nel 2015 potrebbe essere realtà in tutto il Paese, come da tempo lo è nel centro di Londra. Le auto saranno controllate da satelliti che determineranno la lunghezza del percorso, la sua tipologia e la somma da pagare. Si tratta di una scelta inevitabile, se si vogliono rendere visibili i reali costi del trasporto privato. Le perplessità possono sorgere nel caso si privilegiasse semplicemente i più ricchi.

Dati 2005:

  • 225.078 incidenti;
  • 5.426 morti;
  • 1,2 milioni nel mondo,
  • 3.000 al giorno, di cui 500 sono bambini (uno ogni tre minuti).
  • 313.765 feriti
  • 15 morti al giorno in Italia e 850 feriti
  • domenica: 1.014 vittime

Che succederà quando anche la Cina e l’India saranno motorizzate ai nostri stessi livelli?

 

Anselmo Grotti

Arriba Eolo!

venerdì 20 aprile 2007

Si è molto discusso negli ultimi tempi di energia nel nostro Paese; si sono rispolverate anche nostalgie nucleari, in quanto opzione migliore per eliminare la dipendenza italiana dai Watt d’oltralpe. Ma siamo proprio sicuri che l’atomo sia la risposta?

Boom dell’eolico in Spagna. Dopo essere saliti sul gradino più alto per la centrale solare più grande al mondo, gli spagnoli battono un nuovo record anche sul fronte dell’energia eolica. La potenza installata di eolico ha infatti superato il totale di tutte e sei le centrali nucleari spagnole. I parchi eolici iberici, infatti, hanno prodotto, a oggi, ben 8.375 MW a fronte di 7.742,32 MW del nucleare. In questo modo l’energia eolica è così brevemente diventata la fonte energetica numero uno del Paese, coprendo ben il 27% del fabbisogno energetico nazionale, vale a dire, circa 31.000 MW.

(Ansa, 16/4/2007)

Nonostante il miglioramento nel tasso di crescita registrato tra il 2006 (1,9%) e il 2007 (1,8%), l‘Italia resterà, almeno nei prossimi due anni, ancora il fanalino di coda dei Paesi dell’area dell’euro in termini di aumento del Pil. Nel 2007 solo il Portogallo e la Germania cresceranno con lo stesso ritmo del nostro Paese. Meglio faranno tutti gli altri, a iniziare dalla Francia (+2% e +2,4% nel 2008) per proseguire con la Spagna (+3,6% quest’anno e +3,4% nel 2008).

(www.ilsole24ore.com, 17/4/2007)

Nota a margine: eolico e solare pare non producano scorie radioattive da smaltire in qualche migliaio d’anni; in tempi di allarme climatico non pare poco…

Una strategia per l’integrazione

venerdì 20 aprile 2007

di Fabio Pizzul

A forza di annunciare tolleranza zero, si sono chiusi gli occhi. Quanto successo nei giorni scorsi a Milano nella cosiddetta “China town” meneghina è un concentrato di ritardi, malintesi e scarsa capacità di costruire una città che sappia integrare più che dividere.
Le colpe, se di colpe si può parlare, vanno equamente divise tra tutti coloro che, almeno nell’ultimo decennio, hanno fatto sì che una delle zone più caratteristiche di Milano si sia trasformata in una poco governabile accozzaglia di attività commerciali che hanno come denominatore comune l’appartenenza alla comunità cinese.
Da almeno un decennio, l’amministrazione comunale non si è preoccupata della progressiva acquisizione di spazi da parte della comunità cinese; gli italiani ormai ex proprietari di negozi e appartamenti hanno ben volentieri incassato cifre ben al di sopra di quanto prevedesse il mercato; le forze dell’ordine hanno fatto finta di non vedere e sapere che le botteghe sono state regolarmente utilizzate contestualmente come laboratori e dormitori. L’elenco potrebbe anche continuare abbracciando idealmente tutti i cittadini milanesi, pronti a far scattare l’allarme sicurezza per altre etnie presenti in città, ma propensi al massimo alla curiosità per l’inoffensiva e misteriosa comunità cinese.

L’amministrazione comunale milanese da anni predica tolleranza zero, salvo poi stringere patti informali e non scritti con chi lavora in barba alle più elementari regole della sicurezza e della convivenza. Accade così che, quando la polizia locale interviene per comminare una semplice ed apparentemente banale contravvenzione, si scateni una vera e propria insurrezione popolare (non sappiamo quanto spontanea). Della serie: ma come, fino a ieri potevamo fare quello che volevamo e ora venite a darci multe e a impedirci di lavorare?
Per quanto è accaduto la comunità cinese, o meglio, quella parte di comunità che ha dato vita alle proteste e alle violenze, non ha alcuna giustificazione. Rimane però singolare che di punto in bianco, dopo anni di distrazione, i vigili diventino inflessibili con chi sgarra. È giusto che le regole vengano fatte rispettare, ma questo deve accadere in tutta la città (non solo in poche vie di una determinata zona) e deve anche essere chiaro che si tratta di un atteggiamento volto a far rispettare le regole da parte di tutti e non una persecuzione nei confronti di una comunità etnica.
Non è facile uscire da anni di distrazione mascherati da tolleranza zero. Non è facile neppure scalfire la corazza che circonda la comunità cinese milanese, assolutamente refrattaria a qualsiasi forma di integrazione. Occorre partire da questi elementi per capire come risolvere la complicata situazione di via Paolo Sarpi e dintorni.

La questione pare essere soprattutto legata alla comunicazione con la comunità cinese, come dicevamo ermeticamente chiusa e fin qui impermeabile a qualsiasi tentativo di integrazione. Il fatto stesso che i disordini siano stati causati da una voce (falsa) che riferiva di una vigilessa protagonista di un’aggressione nei confronti di una bambina cinese dice della difficoltà di comunicare correttamente con gli immigrati di questa zona.
La comunicazione non si costruisce a suon di multe e neppure nel giro di pochi giorni. Che l’amministrazione comunale abbia deciso di occuparsi della questione è un fatto positivo. La strada è però ancora lunga e non può essere fatta solo di annunci e proclami, serve una strategia che metta al centro l’integrazione e la comunicazione per far sì che in città, come ha giustamente detto il sindaco Moratti, non esistano zone franche. Per l’ordine pubblico, ma anche per la civile e matura convivenza tra cittadini che, pur diversi tra loro, devono scegliere ed essere aiutati a diventare parte di una città con il volto amico, capace di creare rapporti virtuosi e non solo di elevare (pur sacrosante) contravvenzioni.

Per la scuola di domani

martedì 17 aprile 2007

di Nisia Pacelli

Per questa scuola, per le persone che ogni giorno trascorrono lì gran parte del loro tempo, studenti e docenti in primis, per le Istituzioni chiamate a decidere e scegliere per essa, per il Paese intero che, soprattutto in questi ultimi mesi, ha visto la scuola continuamente smantellata sulle pagine dei giornali, la III Edizione della Scuola di Formazione per Studenti “La scuola che serve” è stata una provocazione, bella, importante ma soprattutto “necessaria”.
Da generazione x a generazione invisibile oggi siamo diventati la generazione dei bulli: non ci stiamo a queste facili etichette mediatiche e con questa Scuola di Formazione lo abbiamo dimostrato provando a delineare, immaginare sognare una scuola che non si risolva nel registro, nel compito, nelle interrogazioni, che non sia solo una questione di voti, di crediti, di progetti, che non sia solo “un pezzo” di carta costato cinque anni della nostra vita.
Per questo, la scuola che serve è quella che mette al centro la speranza di un futuro possibile: formare cittadini con delle “teste ben fatte” è il dono più grande che la scuola possa fare a questo Paese. La scuola non può smettere di essere palestra di democrazia, esperienza di convivenza civile, di accoglienza, laboratorio di giustizia e di solidarietà dove i valori della nostra Costituzione siano fondanti i percorsi didattici. Giovani cittadini al servizio delle nostre città, desiderosi di spenderci per la costruzione del Bene Comune, di dare il nostro contributo per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del nostro Paese e dell’Europa tutta.

Tre giorni costantemente attraversati dal filo rosso del dialogo, del confronto, dell’ascolto. Per gli Studenti di Azione Cattolica è stata l’occasione per prendere la parola sui temi più scottanti, impegnativi, cruciali che interessano la scuola e le politiche scolastiche e per mettersi in gioco, senza paure. E questo confronto serio, onesto, schietto si è realizzato soprattutto con il Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni.
A lui, è stato consegnato il Manifesto degli Studenti di Azione Cattolica, realizzato con il contributo dei circoli diocesani che si sono lasciati coinvolgere in questa sfida comune: rispolverare il vecchio metodo della scrittura collettiva utilizzato dai ragazzi di barbiana per scrivere Lettera ad una professoressa.
Nel Manifesto, gli studenti di Azione Cattolica hanno indicato le scelte prioritarie, necessarie per ridare centralità alla scuola nel nostro Paese. Infatti, alla nostra scuola serve: l’attenzione di tutti noi e l’effettivo riconoscimento del suo fondamentale contributo per lo sviluppo umano e sociale, per il progresso tecnologico ed economico del nostro Paese; docenti di qualità, preparati e appassionati che avvertono quotidianamente la bellezza e l’urgenza del loro compito educativo; una riforma dei saperi che costituiscono l’ossatura del sistema d’istruzione della secondaria superiore; la partecipazione degli studenti, sempre più protagonisti e responsabili del tempo e degli spazi delle loro scuole; l’impegno della politica: una politica capace di superare la logica degli schieramenti, di garantire il diritto all’educazione e istruzione attraverso una Legge quadro Nazionale sui livelli essenziali delle prestazioni da richiedere a Regioni ed enti locali. Alla scuola serve una politica che investa realmente nella formazione dei docenti, della didattica, nell’edilizia scolastica. Al nostro Paese e alla nostra scuola, serve una politica che sia da esempio.

Di queste idee era convinto anche don Lorenzo Milani e lo erano anche i ragazzi della Scuola di Barbiana: il Movimento Studenti di Azione Cattolica a 40 anni dalla scomparsa di don Milani e dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa ha ricordato la sua straordinaria esperienza educativa attraverso una mostra fotografica itinerante “Il Sapere serve solo per darlo” che girerà anche nelle diocesi. Non si tratta di un amarcord celebrativo magari anche un po’ nostalgico, né si tratta dell’album fotografico di un’esperienza di scuola troppo speciale. Siamo convinti che Barbiana possa parlare ancora agli studenti di oggi… siamo convinti della profondità di alcune intuizioni educative di don Lorenzo Milani: la scelta dei poveri, la centralità del Sapere, il diritto allo studio, l’educazione alla cittadinanza. Barbiana era una scuola unica. Irripetibile, come diceva lo stesso don Milani. Sicuramente migliorabile. Non è il modello di scuola Ideale: è una provocazione che ha la forza di parlarci ancora…

Buon compleanno, Papa Ratzinger

lunedì 16 aprile 2007

di Fabio Zavattaro

“Posso volgere indietro lo sguardo su ottanta anni di vita”. Usa queste parole Benedetto XVI, un’immagine, per dire del suo compleanno. Il 16 aprile è data significativa, e l’Azione Cattolica Italiana vuole ricordarla in ascolto della sua parola e in preghiera per il suo ministero. Data che si iscrive in una serie di ricorrenze che toccano Papa Ratzinger: ottant’anni dalla sua “ seconda nascita” nel battesimo, in quello stesso sabato santo del 1927, a tre giorni dall’elezione a successore di Papa Wojtyla due anni fa, e a poco più di un mese, 28 maggio, dall’anniversario della sua consacrazione episcopale trent’anni fa.
Coincidenze significative, come ha detto nella celebrazione in piazza San Pietro domenica 15 aprile. Un Papa che ha vissuto questo inizio di Pontificato tra la memoria del suo predecessore, l’indimenticabile Giovanni Paolo II di cui si è chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione, e l’impegno a costruire un rinnovato dialogo tra fede e ragione, tra la Chiesa e il mondo. Basterebbe ricordare il viaggio a Ratisbona e quello in Turchia ad Istanbul, l’incontro con il patriarca ortodosso Bartolomeo I e la preghiera nella Moschea blu, per evidenziare uno degli obiettivi del pontificato ratzingeriano: recuperare l’identità cristiana nella sua autenticità e confermare la fede in un contesto secolarizzato.
In questo infittirsi di date e di ricorrenze c’è anche la recente pubblicazione del libro del Papa su Gesù, una ricerca personale che vuole rispondere alla sete di conoscenza sul Figlio di Dio e, indirettamente, rispondere alle distorsioni giallistiche di alcune fiction sul Nazareno. Questa fatica del Papa teologo si pone a coronamento di un anno particolarmente significativo, nel quale Benedetto XVI si è concentrato su alcune priorità: in primo luogo ha raccolto l’eredità più difficile di Papa Wojtyla, quella del rapporto con i giovani, e ha significativamente dedicato il primo viaggio internazionale alla Giornata mondiale della gioventù di Colonia, nell’agosto 2005. Verso i giovani ha da quel momento manifestato un’attenzione speciale e un impegno di evangelizzazione, scegliendo per loro più che la festa, la preghiera e la riflessione.
Un Papa, dunque, che si iscrive nel cammino segnato da Giovanni Paolo II e che, scegliendo una propria strada, cerca di portare a sintesi le grandi aperture wojtyliane, condividendo quell’attenzione al Concilio che è stata l’eredità che il Papa “venuto da un paese lontano” ha voluto lasciare al suo successore, come lui testimone diretto del Vaticano II.

Non tramonta mai il sole…

lunedì 16 aprile 2007

… sull’inventiva degli scienziati. Vi proponiamo una raccolta di notizie diffuse da agenzie e quotidiani sulle ultime prodigiose scoperte di chi è all’opera per costruire un mondo migliore.

Tenere la tv accesa durante i pasti vanifica gli effetti benefici di riunirsi a cena. Ed è molto rischio per il futuro dei più piccoli. Lo dice uno studio condotto dal New York State Department of Health. (…) Durante lo studio, i ricercatori hanno intervistato 1300 genitori o tutori di bambini: le famiglie che cenano senza tv consumano più frutta e verdura.

I fumatori hanno una probabilità molto alta di concepire delle bambine piuttosto che dei bambini. Lo rivela uno studio della Liverpool School of Tropical Medicine. Secondo la ricerca per una fumatrice le chance di dare alla luce un maschietto si riducono di circa un terzo. Se, poi, anche il padre è un amante della sigaretta, la probabilità si dimezza.

Una dieta a base di carote e ravanelli per combattere la calvizie. È quanto sostiene un articolo che il dipartimento di Biologia Alimentare dell’università di Princetone ha preparato per la prestigiosa rivista Lancet. Si tratterebbe dei risultati di una ricerca effettuata su 1350 uomini: quanti si sono sottoposti al regime alimentare consigliato hanno potuto rallentare consistentemente la caduta dei capelli.

Una vera e propria doccia fredda per chi sta pensando di mettersi a dieta dopo l’eccesso di calorie pasquali viene da uno studio americano pubblicato dall’American Psychologist Journal. Secondo i ricercatori dell’università della California, due terzi di chi segue una dieta dopo meno di cinque anni ha gia’ riguadagnato i chili perduti, e anzi ne ha aggiunti degli altri. Secondo i dati raccolti dai ricercatori, il 50% di chi intraprende una dieta cinque anni dopo pesa in media 4,99 chilogrammi in più, mentre un’altra percentuale rilevante e’ tornata al punto di partenza. La nostra conclusione – spiega Traci Mann, che ha coordinato lo studio – è che per la maggior parte delle persone sarebbe stato meglio non fare la dieta per niente.

I figli di donne che mangiano troppa carne di manzo in gravidanza corrono un alto rischio di essere meno feritili. È il risultato di una ricerca dell’università americana di Rochester.

PS: una di queste notizie è falsa. Se volete potete anche provare a indovinare quale. Ma vi assicuriamo che, poi, la vostra vita non cambierà di molto; carne di manzo o carote permettendo…

16 aprile 2007

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