L’equilibrio fra fede e storia
Il cattolicesimo sociale e politico porta con sé una difficoltà genetica che accompagna lo sviluppo della presenza organizzata dei credenti, subentrata alla conclusione del potere temporale dei Papi, e oscillante tra tentazione difensivistica dei diritti della Chiesa, prevalente dopo la diffusione del Kulturkampf e la crisi europea dei rapporti tra Stato e Chiesa da un lato, e azione politica del cristianesimo sociale per il miglioramento delle classi popolari dall’altro, in virtù del principio secondo cui gli unici regimi compatibili con il messaggio evangelico sono quelli fondati sui diritti sostanziali della persona nella comunità.
Se Tocqueville intuiva che il tema centrale della politica sarebbe stato nel futuro lo scontro sulla proprietà (si pensi al mondo spaccato in due nel Novecento tra libero mercato ed economie pianificate), oggi il tema centrale della politica é divenuto quello dello scontro sulla vita e sulla morte (procreazione assistita, eutanasia, manipolazione genetica). Il nostro tempo sta generando a passi spediti un secolo biotech: biotecnologie che mutano profondamente, con i grandi interessi finanziari che implicano, il rapporto tra cittadino e potere – concentrando come mai era avvenuto, anche sotto il profilo economico, poteri in grado di determinare i percorsi della vita democratica – e condizionando anche la decisiva sfida che si combatte intorno alla natura stessa dello Stato costituzionale, non più alla ricerca del bene comune, ma ricettacolo della pura somma delle volontà particolari.
Se la laicità è sempre purificazione della ragione, la scelta del bene comune è inscindibile dalla rinuncia a qualsiasi Stato etico (e ad ogni teocrazia) ma anche ad ogni tentazione di assoluto in politica, tentazione ricorrente del laicismo politico. Il nostro tempo, con le rapide trasformazioni che stanno segnando l’ethos con il marchio dell’egoismo individualistico, sfida la coerenza dei cristiani di questa epoca: il valore del primato della coscienza sfidato dall’individualismo più sfrena¬to; la scelta di una fede matura e consapevole continuamente irrisa dalla irrazionale diffusione delle nuove superstizioni e dei riti e miti di massa esaltati dai mass-media; i valori della persona e della responsabilità nella politica e nel sociale compromessi dalla prassi avanzante anche tra i credenti della esaltazione dei soli valori tem¬porali e terrestri da un lato e dei ricorrenti integralismi dall’altro.
Il difficile equilibrio tra fede e storia, tra intima adesione a Gesù Risorto e pub¬blica manifestazione della fede professata, tra individuale colloquio con Dio e col¬lettiva manifestazione dei valori cristiani nella città terrena, resta il passaggio obbligato e tormentato dell’itinerario del credente nel mondo. In quali modi “i cristiani svolgono nel mondo la stessa funzione dell’anima nel corpo”? (A Diogneto VI, 1,3).
La Gaudium et Spes ha chiarito indelebilmente che «la missione della Chiesa è di ordine religioso e come tale non si confonde con gli interessi di alcuna parte politica» (n. 3), e che quindi «in linea di principio dall’unica fede non derivano necessariamente identiche scelte politiche» (n. 7). la salvezza dunque non viene dalla politica, né alcuna opzione politica può costituire una discriminante all’inter¬no della comunità ecclesiale. Né però può essere tollerato che all’opposto siano le appartenenze politiche a divenire discriminanti nella comunità ecclesiale, fino al punto da divenire il criterio per giudicare il Magistero stesso (penso a certi “cristiani maturi” e laici doc). Occorre al tempo stesso sottolineare come la professione di fede non possa essere ridotta a fatto meramente e sterilmente pri¬vato, esteriormente rituale, ma deve divenire motore fecondo della storia, manifestazione pubblica di solidarietà per gli uomini, vittoria sull’indifferenza colpevole.
E’ vero che in concreto non tutte le scelte sono compatibili con la fede e con la visione dell’uomo e della società che dalla fede scaturisce. La fede può ispi¬rare più di un progetto politico, ma ciò è altra cosa che affermare, come oggi si tende a fare, che non possa ispirarne nessuno, in ossequio ad una variante interessata dello stesso principio di laicità. Gli irreversibili principi della laicità e del pluralismo delle opzioni politiche non possono in alcun modo significare silenzio o neutralità nelle questioni in cui sono in gioco il bene comune, i diritti e i doveri della persona umana, i valori morali e religiosi, come ricordano spesso il Pontefice e l’Episcopato italiano.
Ma come rendere storicamente visibile tutto ciò? Le strade che legittimamente ciascun cristiano sceglie per testimoniare nella città terrena la fede comune devo¬no essere private, individuali, di piccoli gruppi, e in definitiva «socialmente» nascoste, o invece, quale che sia l’opzione politica adottata, esse devono rendere visibile nella storia la fecondità del messaggio cristiano ? Non è insomma tollerabile la presunzione delle posizioni politico-culturali che che, in nome della libertà individuale, legittimano l’affermazione in ragione della quale non conta il merito delle questioni, ma l’assunzione di posizioni “politicamente corrette”. Il principio di laicità viene usato come una clava d’assalto nei confronti dei credenti, non ricercandosi più una società aconfessionale, ma piuttosto anticonfessionale, come ha dimostrato anche il clima creatosi intorno al tema delle radici cristiane nella Costituzione europea.
La Chiesa, «esperta di umanità», secondo l’illuminante espressione del Concilio, non può disinteressarsi del bene del Paese e delle difficoltà e speranze della nostra gente. Occorre testimoniare che non tutte le scelte sono compatibili con la fede, e la testimonianza non può essere segreta, clandestina, ma tale da rendere manifesta, attraverso l’azione dei cristiani nella città terrena, la stessa <
“La persona non può mai essere pensata come assoluta individualità, edificata da se stessa e su se stessa, quasi che le sue caratteristiche proprie non dipendessero da altri che da sé. Né può essere pensata come pura cellula di un organismo disposto a riconoscerle, tutt’al più, un ruolo funzionale all’interno di un sistema. Le concezioni riduttive della piena verità dell’uomo sono state già più volte oggetto della sollecitudine sociale della Chiesa” (Compendio della dott. soc. della chiesa. Parte prima,Capitolo Terzo, & 125).