L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano – Pacelli
Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)
La scuola è un bene comune? – Tavola rotonda
Intervento di Nisia Pacelli (MSAC)
La scuola è un bene comune?
La scuola è un bene? Davvero una gran bella domanda…impegnativa…per nulla scontata…tuttavia, il rischio di dare risposte scontate e superficiali è direttamente proporzionale alla bellezza della provocazione stessa.
A questo punto, se mi è consentito, proverei a capovolgere la provocazione…e da “la scuola è un bene comune?” passerei a “la scuola è un bene comune!”. E allora? Si perché non basta dimostrare che la scuola è un bene comune…ma bisogna chiedersi in che modo questo bene ci interpella, ci sollecita, richiama noi e non altri ad un impegno ulteriore affinché non resti una definizione filosofica, ma si traduca in una ricchezza per tutti, per le persone che lo abitano e per le comunità che godono di questo bene.
Sorgono così alcuni interrogativi: cosa cambia nella vita di uno studente, di un docente, di un genitore nel momento in cui pensa alla sua scuola (quindi non una scuola ideale, immaginaria, lontana ma quella di cui fa esperienza.) come un bene comune? Cosa cambia o dovrebbe cambiare nella progettualità e nelle politiche di una città, regione, dello Stato stesso quando riconosce alla scuola la sua natura più vera, quella di Bene Comune?
Proverei, con semplicità, ad articolare la mia riflessione a partire da queste due provocazioni. La prima, naturalmente, ci interpella direttamente: la posta in gioco è l’idea che ciascuno ha della scuola e di come intende abitarla.
Lo Statuto delle studentesse e degli studenti approvato nel 1998 ci ricorda che «la scuola è una comunità di dialogo, di ricerca, d’esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni». Lo Statuto esprime, cioè, un’idea di cittadinanza vissuta all’interno della comunità scolastica, una comunità educante sotto il duplice profilo democratico e formativo. Ed essere comunità significa condividere esperienze, relazioni, appartenenza. È un valore aggiunto per la formazione integrale (relazionale, culturale, umana) dello studente.
Accanto a questo bisogna sottolineare che la scuola è anche prima esperienza di comunità civile, perché attraversata dai principi della democrazia e dal loro esercizio quotidiano all’interno di ogni singola istituzione, a partire dagli organi collegiali. La partecipazione attiva in un quadro di regole democratiche, la piena operatività di un sistema di rappresentanze, la possibilità di svolgere autonomamente alcune attività di cui ci si assume la responsabilità, l’esercizio dei diritti e il rispetto dei doveri all’interno della scuola rappresentano momenti importanti di educazione alla cittadinanza, alla democrazia, al servizio per il Bene comune.
Tuttavia, la crisi diffusa e generalizzata della partecipazione alla vita democratica della scuola – che coinvolge tutti, non solo gli studenti – ci richiama ad un necessario ripensamento della partecipazione alla vita della comunità scolastica.
Nella sessione di ieri pomeriggio, anche il Ministro Fioroni invocava la necessità di una riforma degli organi collegiali: a mio avviso non è solo una questione di regole da cambiare, strutture o organi da potenziare. È necessario individuare degli spazi per educare alla partecipazione, per ri-appropriarci di quella cultura della partecipazione, del protagonismo consapevole, del servizio appassionato e gratuito che potrebbe essere felicemente sintetizzato nell’ “I care” milaniano (“mi sta a cuore, me ne importa”).
Allora riconoscere che la Scuola rappresenta un Bene vuol dire:
• pensare finalmente una riforma dei saperi e degli apprendimenti nella direzione di assegnare dignità allo studio, ad esempio, dell’educazione civica o della storia contemporanea, costantemente e totalmente disattese, ma fondamentali per la formazione di cittadini sovrani;
• pensare un Piano dell’offerta formativa che non sia la somma dei singoli progetti dei docenti – trasformando così la scuola in una sorta di agenzia ricreativa -, ma che sia espressione di una lettura collegiale delle opportunità e potenzialità che ciascun alunno, a partire dal contesto territoriale e dalle sue inclinazioni particolari, può sviluppare e realizzare;
• offrire strumenti e spazi nuovi di partecipazione capaci di accogliere innovazione e progettualità con particolare attenzione alle proposte provenienti dalla componente studentesca. Per questo, spazi come il Comitato studentesco o le Consulte provinciali degli studenti devono essere riqualificati e rilanciati.
Una seconda riflessione, come accennavo in precedenza, ci obbliga a focalizzare l’attenzione su Istituzioni, Scuola e Bene comune. Cosa vuol dire per una città, una Regione, per lo Stato stesso riconoscere la scuola come un Bene Comune?
La riforma del “Titolo V” della Costituzione ha segnato in modo determinante le competenze in materia d’istruzione e formazione. La modifica di questa parte della Costituzione, avvenuta nel 2001, ha attribuito allo Stato e alle Regioni competenze concorrenti sull’istruzione. Inoltre, ha assegnato alle Regioni competenze esclusive su “istruzione e formazione professionale”. Nella Costituzione riformata è stato inserito un accenno all’autonomia scolastica che deve essere fatta “salva”, anche se non si dice da parte di chi.
Dunque la riforma del 2001 suggella la compartecipazione delle Regioni alle scelte legislative, però attraverso un oggetto quasi misterioso come le “competenze concorrenti”, che da un lato invitano alla connessione, ma che dall’altro potrebbero aprire la strada a insanabili conflitti di competenze se non si trovano le sedi e le ragioni della integrazione e della compensazione.
A partire da questo quadro normativo, ci si chiede cosa comporti concretamente per il sistema d’istruzione questa divisione di competenze. Ad esempio, una scuola dell’Emilia Romagna avrà a disposizione più finanziamenti (più investimenti, quindi) per il suo sistema scolastico rispetto ad una scuola della Sicilia. Ma se la scuola è un bene comune, come abbiamo affermato fin dall’inizio, perché questo bene in Emilia Romagna ha un valore e in Lombardia un altro? Quali conseguenze per gli studenti? Naturalmente non è soltanto una questione normativa o di leggi regionali, ma alle questioni normative s’intrecciano ragioni sociali ed economiche.
Già quaranta anni fa i ragazzi di Barbiana, in Lettera a una professoressa, denunciavano come i “Pierini”, figli di professionisti, di famiglie con un medio-alto livello di istruzione, avessero più successo e fossero più incoraggiati a proseguire gli studi dei “Gianni”, provenienti da ceti economico-culturali inferiori.
Diverse ricerche negli ultimi anni, tra cui la ricerca condotta dalla Fondazione S. Paolo, dal titolo “Crescere a scuola” (2006) hanno tristemente ri-confermato questo dato a distanza di 40 anni. Sembra impossibile, ma carriere scolastiche e profitto sono direttamente proporzionali al titolo di studio dei genitori. Ad esempio, i figli dei laureati vanno avanti di più e meglio dei ragazzi i cui genitori hanno solo un diploma o ancora meno. Le origini sociali e territoriali condizionano le scelte formative dei giovani studenti, non solo per il proseguimento degli studi a livello universitario, ma anche per quanto riguarda la scelta d’indirizzo al termine della scuola media. Nord e Sud si distinguono, ad esempio, per numero di iscrizioni ai diversi indirizzi di studi (più licei al sud, più tecnici al nord) e in questo non si può non vedere l’influenza del contesto socio-economico.
Mettendo in relazione la provenienza culturale con le scelte formative, si può osservare che solo il 5% dei giovani provenienti da famiglie con un livello culturale “alto” scelgono la formazione professionale, preferendo per la maggior parte i licei, mentre gli istituti tecnici e soprattutto professionali sono frequentati soprattutto da studenti provenienti da famiglie di livello di istruzione medio-basso.
Al di là della scelta d’indirizzo di studi, anche le carriere scolastiche risentono delle possibilità economico-culturali delle famiglie di provenienza. Nei licei, ad esempio, frequentati per la maggior parte da ceti culturali medio-alti, si riscontra un tasso di abbandoni minore rispetto agli istituti tecnici e professionali.
Esistono ancora quindi disuguaglianze di opportunità educative fondate sull’origine sociale. Ieri come oggi le chances di successo formativo non dipendono soltanto dalle capacità e dai meriti dei giovani. I Pierini e i Gianni esistono ancora.
Ci chiediamo allora, la scuola è davvero un bene di tutti? La Costituzione dice di sì! Lo dicono gli articoli 3 e 34. In particolare, l’art. 34 rende effettivo il diritto allo studio “con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Cosa vuol dire concretamente per la Repubblica (composta da Regioni, Provincia, Comuni, Stato) garantire l’accesso all’istruzione e alla conoscenza per tutti? Quali sono gli ostacoli che devono essere rimossi affinché l’accesso alla conoscenza non sia un privilegio di pochi?
Proviamo ad individuare alcune delle tante questioni su cui occorrerebbe sollecitare gli amministratori che hanno competenze in materia:
• libri di testo: ogni anno la questione “caro libri” sta diventando un peso davvero grande per molte famiglie che con difficoltà riescono ad acquistarli. In merito, anche la Finanziaria 2007 ha dedicato degli investimenti specifici;
• trasporti: stipulare delle convenzioni o ridurre i costi per abbonamenti sono delle attenzioni che in molte regioni si realizzano. È necessario garantire una fitta rete di collegamenti (istituire nuove linee) soprattutto in quelle zone dove i diversi paesi sono molto distanti: capita che la scuola da frequentare sia scelta per la “comodità” o vicinanza rispetto a casa;
• agevolazioni per consumi culturali: facilitare l’acquisto di libri, la partecipazione a concerti, l’ingresso presso sale cinematografiche, teatri, biblioteche significa scommettere sulla Cultura a 360°;
• edilizia scolastica: garantire un luogo salubre e sicuro dove gli studenti trascorrono gran parte delle proprie giornate di studio, significa offrire le condizioni concrete perché l’apprendimento non sia vissuto in modo frustrante e possa costituire un pericolo per la vita dei ragazzi.
Quelle individuate sono solo alcune delle tante questioni relative al “diritto allo studio”: altre sicuramente possono emergere a partire dalla lettura della propria realtà territoriale.
Certamente risulta necessario elaborare una Legge Quadro che indichi i livelli essenziali delle prestazioni da parte di Regioni, Province e Comuni sul diritto allo studio nel rispetto delle competenze regionali ed in una logica di riequilibrio territoriale.
Inoltre, è necessario che una politica per il diritto allo studio si ponga anche l’obiettivo di recuperare le persone escluse dai percorsi scolastici a partire da quel 35% di giovani che non possiede un diploma e da quel misero 4,6% della popolazione adulta che partecipa a qualche attività di formazione.
In particolare un’attenta politica nazionale per il diritto allo studio è indispensabile per rimuovere il gap formativo tra Nord e Sud, evidenziato dai dati della ricerca PISA dell’OCSE.
Un importante accento è da dedicare alla cultura del lavoro, che deve entrare a pieno titolo nel percorso formativo di tutti i giovani per completarlo; anche attraverso l’integrazione, in particolare nel triennio finale, con la formazione professionale, nella chiarezza dell’identità, del ruolo e delle finalità dei diversi sistemi – scolastico e di formazione professionale – definiti dalle rispettive legislazioni.
Scrivevano i ragazzi di Barbiana in “Lettera ad una professoressa”: «Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’esser uomo. Cioè che vada bene per atei e per credenti. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo Sovrani. Non è più il tempo delle elemosine. Ma delle scelte».
Barbiana ci chiama a costruire una società dei diritti e delle opportunità dove sia dato ad ognuno una possibilità di speranza e di futuro e dove ognuno senta la responsabilità di tradurre per l’oggi e sperimentare nella propria vita il monito senza tempo di don Lorenzo Milani: «I Care».