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L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano – Alici

Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)

Saluto introduttivo di Luigi Alici

Porto il saluto e la gratitudine dell’Azione Cattolica Italiana per questa iniziativa che si colloca nel solco di una tradizione alla quale teniamo molto.
Questo saluto deve però, questa sera, anche fare spazio alla comunicazione della scomparsa di Francesca Bachelet, la sorella di Vittorio: in questa sede desideriamo manifestare le più vive condoglianze alla famiglia per questo lutto.

Il tema del bene comune, declinato nei due aspetti che identificano la sessione di oggi pomeriggio e di domani mattina, rappresenta un modo attraverso il quale l’Istituto Bachelet si colloca all’interno del cammino dell’AC e della Chiesa italiana.
Questo percorso da un lato tiene conto di una iniziativa che il Centro Studi dell’Azione Cattolica, coinvolgendo i Membri dei Comitati Scientifici dei tre Istituti e della Rivista Dialoghi che afferiscono all’Associazione, ha promosso il 4 novembre scorso: un seminario sul tema dei valori non negoziabili che ha aperto uno scenario e disegnato un percorso di approfondimento all’interno del quale anche questa iniziativa si colloca e rappresenta un passo ulteriore in avanti.
Un passo in avanti che ha come termine di riferimento prossimo la celebrazione della Settimana Sociale dei cattolici italiani, che nell’autunno di quest’anno sarà dedicata a questo tema appunto, nell’ambito del centenario dell’iniziativa delle settimane sociali.
Credo che sia anche un modo concreto di trasformare questo saluto non in una espressione di circostanza, ma in uno stimolo, in un piccolo contributo al lavoro comune.
E non posso non prendere le mosse proprio da quel testo di Vittorio Bachelet di cui sono stati riportati due periodi significativi, che risale ad un suo intervento pronunciato alla 36ª Settimana sociale dei cattolici italiani, celebrata a Pescara nel 1964.
Da quel testo estraggo uno spunto che vorrei tradurre in tre suggestioni da affidare ai lavori di questo Seminario. Lo spunto riguarda la tesi – che attraversa questo intervento di Vittorio Bachelet – secondo la quale in epoche che rappresentano un assetto culturale in qualche modo sedimentato e stabilizzato, si fa fatica a distinguere il bene comune come l’insieme dei principi veramente immutabili che debbono ispirare l’impegno degli uomini di buona volontà dalle concrete dimensioni storiche, fattuali, contingenti, attraverso le quali l’edificazione del bene comune passa e con le quali inevitabilmente deve fare i conti. In epoche culturalmente statiche, questi due lati del bene comune spesso appaiono in una simbiosi indistinta, che non ci consente di operare le opportune distinzioni.
In epoche nelle quali le trasformazioni culturali sono invece rapide, vorticose, a volte troppo rapide – scriveva ancora Bachelet – la capacità di distinguere questo piano dei principi immutabili dal piano della contingenza storica, questa capacità di distinguere ciò che è strutturale da ciò che è congiunturale in senso storico, diventa una sfida alla quale non ci può sottrarre; se non affrontiamo questa sfida, i principi immutabili rischiano di apparire astrazioni – cito Vittorio Bachelet – o al massimo un codice di leggi scritte in cielo e non sulla terra dei figli degli uomini.
Ma tuttavia in questa continua rettifica ermeneutica, alla quale siamo tenuti nello sceverare ciò che è strutturalmente immutabile da ciò che appartiene alla congiuntura storica e che ci chiede continuamente un aggiornamento critico, corriamo il rischio – sono sue parole – del relativismo di tipo storicistico o quello del semplice rifiuto dello stesso ideale del bene comune. Mi sembra un invito di grande attualità dal quale vorrei ricavare tre suggestioni telegrafiche.
Anzitutto, in questa continua rettifica tra lo strutturale e il congiunturale, la scuola non può correre il rischio di confondere la neutralità con l’imparzialità. Non può correre questo rischio perché non può non elaborare un progetto formativo che non venga avvertito come espressione di una parte e che quindi non può essere parziale.
Ma la ricerca di una imparzialità non va mai confusa con un atteggiamento di neutralità di carattere assiologico e quindi educativo, perché l’accompagnamento educativo, in tutte le forme in cui si manifesta e anche in quelle forme istituzionalizzate in cui viene affidato alla scuola, nella misura in cui tocca la crescita delle persone, non può essere neutralizzato; la scuola non deve confondere la neutralità con l’imparzialità.

La seconda suggestione. In un’epoca nella quale mutano rapidamente gli scenari di carattere sociale e anche culturale, la scuola non può rinunciare ad essere anche un luogo in cui si educa ad articolare le differenze; soprattutto oggi la scuola non può lasciarsi paralizzare dalle differenze, non può assumere un atteggiamento neutro di fronte alle differenze, ma deve impegnarsi in una loro articolazione positiva. Rinunciare a questo compito significa assumere un atteggiamento di indifferenza alle differenze che tecnicamente è il nome di quel relativismo al quale lo stesso Bachelet faceva cenno.
L’articolazione delle differenze è la capacità anche di governare i conflitti. Una scuola che si ritiene non tanto incapace ma non abilitata ad articolare le differenze, rischia di avallare l’idea della società come un contenitore di tribù morali chiuse che è l’anticamera della violenza. Perché quando le istituzioni educative rinunciano a governare la conflittualità, la conflittualità si abbandona alle sue pulsioni più scomposte e diventa violenza. Il riferimento al bullismo e dintorni credo sia molto facile.

In terzo luogo, questa capacità di articolare le differenze in un’ottica di progettualità educativa non neutrale, deve farsi carico del bene comune, a cominciare proprio dalla capacità di riconoscere il carattere inclusivo di ciò che è communis, e riconoscendo che il comune è ciò che accomuna in un contesto di convivenza multiculturale, è ciò che accomuna il privato e il pubblico.
Sull’articolazione del privato e del pubblico pesa l’ipoteca del bene comune, che non è una finalità che può essere appaltata al pubblico nei confronti della quale il privato si senta deresponsabilizzato! Il privato e il pubblico – se vogliamo: l’etica privata e l’etica pubblica – debbono trovare nella ricerca di ciò che è comune la ragione di una alleanza educativa della quale oggi francamente sentiamo oggi un po’ tutti l’esigenza.

Si tratta di tre spunti che non vogliono condizionare la discussione, ma solo offrire un contributo alla riflessione comune.

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