La deriva del “gossip”
di Silvio Crudo
La recente ondata di notizie scandalistiche che ha investito gli spazi televisivi e la carta stampata, si presta a qualche considerazione che vada al di là di una scontata osservazione circa il buon gusto di tali notizie. Il cosiddetto “gossip” non è fenomeno recente. Nel tempo ha costruito addirittura un genere di giornalismo. Allo stesso modo da sempre ha avuto una certa diffusione il gusto di scrutare le vicende private altrui. Meglio se di personaggi pubblici. La novità del fenomeno non è rappresentata quindi dalla “natura” delle notizie, ma dalla “ordinaria normalità” che oggi tende ad assumere la loro diffusione sotto la spinta ossessiva della ricerca dello scoop eletto a criterio giustificativo di qualunque scelta in ambito giornalistico.
È come se, sotto questa spinta, la barriera che fino a ieri teneva separato lo spazio privato da quello pubblico si fosse infranta. Per cui a livello giornalistico la distinzione tra diritto di cronaca e intrusione indebita nella vita privata si fa opinabile e vengono rivoluzionati anche i criteri utilizzati per graduare l’ordine di importanza delle notizie. Altri fatti di cronaca recente segnalano peraltro come l’assottigliarsi di questa barriera rappresenti un fenomeno che si va estendendo anche a livello di comportamento individuale. Quando, ad esempio, l’esibizione pubblica degli aspetti più intimi della vita privata viene trasformata in “gioco”. Anche le trasmissioni televisive che in ogni ora del giorno sono costruite attorno a questo esercizio fanno a loro modo tendenza. E, a quanto sembra, rappresentano pure uno spazio ambito, e a volte invidiato, attraverso il quale si costruisce addirittura qualche carriera pubblica nel mondo dello spettacolo.
È indubbio che, specie per chi è chiamato a ricoprire cariche pubbliche, vi siano comportamenti privati che meritano di essere indagati perché hanno un significato rilevante nel segnalare coerenze e incoerenze rispetto al ruolo ricoperto. Ogni democrazia, non solo li consente ma in alcuni casi addirittura li prescrive. Un conto però è un potere di indagine controllato e regolamentato, tutta un’altra cosa è la libertà indiscriminata di intrusione nella vita delle persone da utilizzare poi a scopo di ricatto o per procurarsi ben remunerati scoop giornalistici.
L’insieme di questi fatti sono segnali, piccole spie, che rivelano però che è in atto una trasformazione profonda: del costume e dei valori percepiti. Limitarsi a liquidarli ricorrendo a qualche fugace considerazione moralistica sarebbe quindi un errore. Essi vanno piuttosto indagati e compresi nella loro radice. In ciò che li genera. Lo stesso sviluppo dei fatti di cronaca che si sono succeduti in questi mesi e dei commenti che ne sono seguiti, suggeriscono a questo riguardo tre tipi di considerazioni, un’interna all’altra, che forse ci aiutano a meglio comprendere cosa stia davvero cambiando nella cultura diffusa.
La prima di esse riguarda il comportamento e la reazione spesso stupita che hanno i protagonisti di queste vicende quando viene loro contestata l’indebita interferenza nella vita privata di altri. Uno stupore che nasce dalla scoperta improvvisa di come si ponga un limite alla espansione di certe consuetudini. Questo stupore rinvia ad una domanda circa il rapporto che deve intercorrere tra ciò che, a torto o ragione, è percepito come un diritto da chi lo esercita e gli effetti (subiti) che questo stesso diritto produce sulle persone che loro malgrado ne sono coinvolte.
La seconda considerazione nasce dalla reazione che a queste vicende si è avuta soprattutto a livello politico. Qui è tornato più volte il richiamo alla necessità di norme più severe a tutela della privacy. Misure sacrosante ma che inducono a qualche riflessione circa la loro efficacia. Non è, infatti, mai un bel segnale quando una società deve affidare segmenti sempre più estesi dei rapporti di convivenza alla tutela di misure forzose. Che surroghino cioè in qualche modo il venir meno di un’autonoma capacità di regolazione da parte delle persone.
L’ultima considerazione nasce dalla lettura di alcuni commenti comparsi in queste settimane, e non solo legata a questi fatti di cronaca. Essa rinvia a quello che rappresenta forse il dilemma di fondo in cui oggi si dibatte la cultura occidentale. È il dilemma tra libertà e responsabilità, tra lo spazio che deve avere l’autonomia e i diritti individuali rispetto ai doveri che nascono dai vincoli sociali e dal rispetto dovuto alla vita delle altre persone. Se l’autonomia debba cioè rappresentare un assoluto, rispetto al quale la responsabilità verso gli altri diventa un limite (da rimuovere), ovvero se la libertà possa esistere solo se orientata da questa responsabilità: dal percepirsi parte di una comunità più ampia.