L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano – Stefanangeli
Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno “L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano” (Roma, 9-10 febbraio 2007)
Come la scuola educa al bene comune – Tavola rotonda
Intervento di Anna Maria Stefanangeli (AIMC)
(Testo non rivisto dall’autore)
Credo che alcune delle cose che dirò come portavoce della mia associazione, le abbiamo già sentite sotto forme diverse: questo può costituire, per il “dopo convegno”, un “coagulo” di riflessioni forse anche per l’elaborazione di linee educative.
È questo un tempo in cui le vicende politiche, sociali, scolastiche sembrano ignorare o smentire il significato profondo di espressioni quale bene comune ed educazione. Allora come è possibile il bene comune in una cultura che ha una visione debole dell’uomo, che difende in teoria i diritti di tutti e in realtà di nessuno? Come è possibile l’agire paziente dell’educare, del “trarre fuori”, in una cultura che si caratterizza per il “tutto e subito”, per l’apparire, per la negazione dello sforzo, per l’assenza della percezione del limite? Come può chiedersi alla scuola istituzione, delegata ad educare, di rimuovere negligenze d’assenze di istituzioni quali la famiglia e la società nelle sue varie articolazioni? Queste sono domande forse scontate, forse banali in confronto ad altre più sofisticate, ma sono quelle che echeggiano nelle nostre scuole e che sostengono la categoria sociologica del “disagio dei docenti”.
La visione della nostra Associazione, l’A.I.M.C., quindi, non è una visione pessimistica se crediamo nell’educazione: perché educare è credere nel futuro. Abbiamo però una visione realistica e non vogliamo essere muti nei confronti della scuola e dei suoi operatori e nei confronti della società.
Innanzitutto affermiamo che il nucleo essenziale della nostra attenzione è ogni persona umana considerata come soggetto etico, che nella reciprocità delle relazioni umane contribuisce ad elaborare e realizzare il bene comune. Esprimiamo la convinzione che la piena cittadinanza dell’etica, in ogni ambito della vita personale e sociale, è la condizione per garantire alla convivenza civile un futuro più umano, sono parole che traggo dal documento programmatico del XVIII Congresso del gennaio 2006. Se questa è la nostra mission intesa in senso generale, allora siamo impegnati a renderla azione; è il come del tema di questa tavola rotonda.
In concreto riteniamo questione fondamentale e decisiva l’educazione della persona; dice Benedetto XVI: «Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza trascurare quella della sua libertà e della sua capacità di amare».
Oggi la ricerca pedagogica e didattica internazionale mette a disposizione dei docenti e quindi delle scuole, una “cassetta degli attrezzi ricca di protocolli per formare una testa ben fatta”; ma questo kit – mi si passi l’immagine – stenta a diventare “cultura della scuola”, perché noi siamo promotori di queste innovazioni, perché mettere al centro l’allievo vuol dire, sin dalla scuola dell’infanzia, costruire ambienti di apprendimento positivi che richiedono strategie come studiare le culture degli studenti – lo diceva la professoressa Santerini –, e direi non solo di coloro che vengono dall’esterno, ma anche la cultura degli autoctoni. Ognuno è portatore di una propria cultura: comunicare è un senso di prestigio e di importanza, è encomiare la creatività.
Significa creare uno spazio per tutti i tipi di studenti, aiutare gli studenti a conoscersi reciprocamente, celebrare i successi … : quindi ambienti educativi dove tutto questo non viene insegnato a parole ma, come diceva il Ministro, viene testimoniata dall’azione didattica e dalla organizzazione della scuola.
Queste strategie consentono l’individuazione, l’accompagnamento e il sostegno a ciò che lo studente cerca. E lo studente cerca la sua affermazione come essere umano, come persona; vive il desiderio di dare il proprio contributo sia in contenuti sia in relazioni, di sentire che ciò che apprende è utile.
Tutto ciò però richiede ad esempio condizioni più adeguate alla crescita umana e non solo: la “testa ben fatta” non è la testa piena! Temiamo che oggi nella scuola si stia consumando questo equivoco. Infatti è aumentato in misura esponenziale – lo testimonia una ricerca della III Università – il carico nozionistico a partire dalla scuola elementare.
Cosa dire ancora del fenomeno dell’abbandono? Esso non riguarda solo le zone a rischio del nostro Paese.
E ancora: perché i giovani, magari con la maturità scientifica, non scelgono le facoltà scientifiche, in primis la matematica, rendendo povero il nostro Paese? Tutta colpa dei docenti? Evidentemente no! Alla scuola, e non solo, va restituita, ad esempio, la certezza delle norme che mettono in moto processi innovativi. Certezza venuta meno dall’alternanza politica che ha vita breve: cinque anni sono assolutamente un battito di ciglio in educazione, e così gli insegnanti hanno appreso ad aspettare il loro Godot, tanto passa e poi ne viene un altro.
La scuola sente anche la mancanza del consenso sociale: si tratti dell’emergenza delle stragi del sabato sera, o oggi del bullismo, la scuola deve taumaturgicamente risolvere il problema: sono forme di spettacolarizzazione che fanno male alla scuola stessa, in quanto le tolgono tempi, spazi di azione e di credibilità. Sono le cosiddette “protesi” che non producono se non labili effetti.
Se parliamo di bene comune, allora la società, il governo della scuola nazionale, le famiglie, gli enti locali devono prendersi carico dell’educazione, stringendo un patto sociale.
Come associazione siamo impegnati a costruire un contesto di “formatività” che aiuti lo sviluppo della professione nella progettualità, nella responsabilità personale e nella corresponsabilità comunitaria, nella solidarietà generativa di cittadinanza e di appartenenza, in modo che gli insegnanti possano sempre più in modo adeguato rispondere a domande come questa:
«Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, ti porto un sussurro, riesci a udire la poesia?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, mi dirai cosa pensare o mi mostrerai come farlo, mi insegnerai le risposte oppure la magia di porre buone domande?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, apprendere sarà solo fare le cose in modo giusto o fare cose giuste? Una questione di piacere o di dovere?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, cosa conterà di più per te: la mia anima o i miei voti?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, puoi insegnarmi a tracciare il mio cammino personale o mi indirizzerai su binari precostituiti?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, ti lascerò cavalcando i miei punti di forza o dopo aver inciampato nei miei punti deboli?
Sono un ragazzo, vengo a te mio insegnante, ti porto tutto ciò che sono, tutto ciò che posso diventare: ti rendi conto di quanta fiducia ripongo in te?».
(Testo non rivisto dall’autore)