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Il futuro in gioco, tra cielo e terra

di Simone Morandini

L’invito alla vigilanza nei confronti della storia è certo un grande tema della Scrittura: il credente è chiamato a essere come una sentinella, che ne scruta attentamente i segni, cercando di cogliervi l’azione dello Spirito. Nel Vangelo di Matteo Gesù contrappone l’immediata comprensione della meteorologia dei suoi contemporanei alla loro incapacità di leggere i segni dei tempi: «Quando si fa sera voi dite: “bel tempo”, perché il cielo rosseggia e al mattino: “oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete, dunque, interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?» (Mt 16, 3).
In questo testo, che ha offerto ispirazione anche alla Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, la difficoltà di interpretare la storia – e segnatamente la storia di salvezza – appare ben distante dalla “facile” lettura dell’aspetto del cielo. La leggibilità dei fenomeni naturali è ben lontana dalla dinamica complessità dello spazio dell’humanum: su quest’ultimo occorre vigilare, per discernere ciò che è volontà di Dio e ciò che invece chiama all’impegno o alla resistenza.

L’attualità di tale istanza è immutata, ma, proprio per esservi fedeli, dobbiamo oggi pensare in modo diverso la relazione tra l’ambito dell’humanum e quello della natura. La crisi ecologica che viviamo, infatti, ci mostra anche il mondo naturale coinvolto a pieno titolo – quasi a forza – nella dinamica storica dell’umanità, con le sue contraddizioni. Il premio Nobel Paul Crutzen parla del nostro tempo come dell’“Antropocene” – l’era in cui l’azione umana si colloca tra i principali fattori determinanti per l’evoluzione planetaria. Il fenomeno del mutamento climatico legato all’effetto serra è l’espressione più nitida di tale dinamica: anche il IV Rapporto Ipcc, che raccoglie i frutti più maturi della ricerca da parte della climatologia mondiale, ne confermerà l’origine (in buona parte) antropica. Anche il tempo meteorologico, insomma, è uno dei segni che caratterizzano i tempi della storia umana; anch’esso è parte di una dinamica da interpretare teologicamente, nel segno della responsabilità etica.
È questo un dato chiaramente espresso anche da Benedetto XVI: molte volte egli ha richiamato un’umanità distratta alla sua responsabilità per il creato, segnalandone lo stretto collegamento con la pace e a giustizia all’interno della famiglia umana. Penso al Messaggio per la Giornata mondiale per la Pace 2007, che sottolinea con forza le connessioni tra «l’ecologia naturale, ossia il rispetto della natura, e l’ecologia umana» (n. 8). Penso, ancora, al discorso della vigilia di Pentecoste 2006, col suo appello a lasciarsi coinvolgere nella stessa responsabilità di Dio per la creazione e per la storia dell’umanità. Sono testi richiamati anche dal Messaggio per la II Giornata per la salvaguardia del creato, indetta dalla Cei per il prossimo 1 settembre.

Nella riflessione delle Chiese, insomma, si fa sempre più stretta la saldatura tra l’attenzione per la vita umana e una forte esigenza di una cura per la terra. Sono in gioco le generazioni future, nei confronti delle quali siamo debitori di un ambiente vivibile come quello di cui noi stessi abbiamo potuto disporre. Non appare certo casuale che un riferimento importante ai temi ambientali sia presente anche nel progetto della III Assemblea ecumenica europea di Sibiu (Romania, settembre 2007). La dimensione ecologica è strettamente collegata – già sul piano etimologico – con quella ecumenica, nel comune riferimento a una percezione del mondo come casa comune, da abitare assieme in forme rispettose. L’orizzonte europeo, poi, dice la particolare responsabilità di quelle aree che più hanno contribuito all’attuale modello di economia e al suo pesante impatto ecologico.
Essere vigilanti significa, dunque, oggi richiamare l’urgenza di un cambiamento di rotta – di una «conversione ecologica», per riprendere le parole di Giovanni Paolo II. È a rischio il futuro della nostra terra, dunque; è a rischio la possibilità di costruire una società sostenibile, capace cioè di durare nel tempo, mantenendo una relazione armoniosa con l’ambiente. Anche le comunità credenti sono chiamate a farsi carico di tale sfida, facendovi fronte con un rinnovamento degli stili di vita personali e comunitari, nel segno della sobrietà e dell’ecoefficienza. Solo la testimonianza di un reale rinnovamento della pratiche potrà conferire forza anche all’appello rivolto al mondo della politica e dell’economia per un cambiamento deciso, per uno sguardo al futuro, per una responsabilità di scala planetaria. Solo così, d’altra parte, la famiglia umana potrà realizzare la vocazione affidatale in Gen 2,15: quella di essere coltivatori e custodi del creato, sacramento di vita per gli esseri umani e per tutte le creature.

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