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Ai piedi della croce

di Ugo Ughi

“È nel mistero della croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo unigenito Figlio… Sulla croce è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ognuno di noi” (Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2007).
Attraverso l’itinerario dei quaranta giorni siamo stati condotti ai piedi della croce gloriosa di Cristo, perché con Maria, con le donne e con Giovanni, vi sostiamo in amorosa e commossa contemplazione. Con la partecipazione viva e intensa alle celebrazioni del Triduo Pasquale attingiamo sovrabbondanza di vita e di amore, per rendere bella e significativa la nostra esistenza e soddisfare l’attesa di Dio che, secondo l’espressione paradossale del Papa, si fa “mendicante” del nostro amore.
Nella sovrabbondanza dei testi scritturistici e liturgici di questi santi giorni scegliamo di farci guidare dal Vangelo di Luca, l’evangelista dell’anno C, per fermarci su alcuni temi che gli sono particolarmente cari e che nel Triduo Pasquale raggiungono la loro più alta espressione:
Gesù intende rendere partecipi i suoi discepoli e, attraverso di loro, tutti gli uomini, del suo intenso desiderio di comunione: quei legami profondissimi che, nello Spirito, lo uniscono al Padre e all’intera umanità, devono essere manifestati, riconosciuti e vissuti, perché sia compiuto il progetto originario di Dio di un’umanità perfettamente riconciliata. All’inizio della sua ultima cena pasquale Gesù esclama: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione” (Lc 22, 15).

Tante altre volte Gesù aveva ben volentieri accettato di sedersi a tavola, mostrando la sua straordinaria ricchezza umana e la chiara volontà di condividere i suoi sentimenti, la sua esperienza filiale e fraterna, la bellezza della “vita nuova”, con chiunque fosse disponibile ad accoglierlo e a seguirlo. Tale precisa volontà di comunione raggiunge il culmine nel momento in cui Gesù “racchiude” nei segni del pane e del vino, nel banchetto eucaristico, il mistero della sua Pasqua, perché tutti nel corso dei secoli potessero incontrarlo per diventare con lui e in lui “un solo corpo e un solo spirito” (Preghiera eucaristica III).
La Pasqua va, dunque, mangiata, perché della Pasqua si vive e ci si nutre; con la forza dei sacramenti pasquali si cresce nella conformazione a Cristo e nell’unità con lui e fra di noi; la Pasqua eterna è la prospettiva ultima verso la quale è orientato il cammino di vita cristiana e dell’intera umanità. Comunicando alla mensa eucaristica, possiamo rispondere a Dio che “mendica” il nostro amore: solo lui può darci la capacità di amare come Cristo ci ama.
Far Pasqua, allora, significa passare dalla distanza alla vicinanza, dal sospetto alla fiducia, dall’indifferenza all’interessamento cordiale e fattivo, dalla chiusura del cuore ad una grande e concreta capacità di amare.

Un secondo tema caro all’evangelista Luca è quello della preghiera. Gesù in croce prega il Padre, come sempre aveva fatto e come aveva insegnato ai suoi discepoli: “Quando pregate, dite: Padre…” (Lc 11, 2-4). La preghiera autentica rivela e alimenta la relazione filiale e fraterna, che al termine della vita in Gesù raggiunge il suo massimo grado. Perciò Gesù si rivolge in un ultimo grido al Padre per invocare il perdono per i suoi crocifissori e per riconsegnarsi definitivamente nelle sue mani. Lui che ha vissuto la sua vita, cercando sempre e solo di fare la volontà del Padre per il bene degli uomini, ora gli consegna in un supremo atto di amore e di fiducia la sua vita, nella certezza che il Padre dirà su di lui la parola decisiva, la parola potente e vivificante della risurrezione.
Fare Pasqua, allora, è riscoprire il senso vero della preghiera, per alimentare la propria spiritualità, per ricercare sempre e solo la volontà del Padre, per crescere nell’amore verso i fratelli.

Il terzo tema è quello del perdono. Luca, l’evangelista della misericordia, fin dalla prima pagina del suo Vangelo ha presentato Dio come Padre di misericordia. Di Dio misericordioso Gesù è il perfetto testimone. Egli è passato per le strade della Palestina “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (Atti 10, 38). Ha offerto il perdono alla prostituta in casa di Simone il fariseo, a Zaccheo “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19, 29), a Pietro che lo rinnega. Attraverso le parabole ha insegnato che Dio assomiglia ad un pastore in cerca della pecora perduta o a una donna preoccupata per la moneta smarrita. Dio è come un padre che, pur non compreso dai suoi figli, è sempre pronto ad accoglierli e a far festa con loro e per loro.
Fare Pasqua è, allora, imparare a perdonare, ad avere una “misura grande”, simile a quella di Dio che è sempre oltre ogni misura. Compito dei discepoli è quello di “predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (cf. Lc 24, 47). Perciò Gesù risorto, facendo ai suoi il dono dello Spirito e della pace, dice: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 23).
La Chiesa è e deve essere sempre più il luogo dove il perdono viene accolto, celebrato, condiviso, diffuso. Perché questo accada, Gesù agisce con lo stile del Servo di Dio, “mite e umile di cuore”(cf Mt 11, 29), e percorre fino in fondo la via delle beatitudini, come itinerario obbligato per salvare il mondo dalla violenza, dall’odio, dalla sopraffazione, dall’ingiustizia, e renderlo bello, ospitale, abitabile per tutti e per ciascuno.

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