“Club dei vivi”
Non porre condizioni alla vita richiede di essere contrari alla guerra (“avventura senza ritorno“, ne abbiamo parlato la settimana scorsa), alla pena di morte, alla morte per povertà, fame, sfruttamento del lavoro, globalizzazione e liberismi selvaggi, malattie evitabili, all’eutanasia, all’accanimento terapeutico, all’aborto, alle manipolazioni genetiche, alle preferenze razziali o sessuali… Si ha diritto alla vita perchè bianchi, maschi, ricchi, occidentali, adulti, simpatici, belli, in salute… oppure in quanto esistiamo, senza altre condizioni? La vita è un club oppure un diritto universale?
Due anni fa la morte di Giovanni Paolo II. Dodici anni fa la pubblicazione della “Evangelium Vitae”, la sua undicesima lettera enciclica. Annunciato dal 1991, il documento è firmato il 25 e pubblicato il 30 marzo 1995. Credo sia molto istruttivo ripercorrere dopo un certo tempo qualche esempio dell’accoglienza da parte del mondo intellettuale e politico di allora. È un esercizio: prendere una qualche forma di distanza per meglio comprendere quanto accade. Lo ripeteremo anche in futuro.
Ad esempio “L’Unità” (30.3.95) scrive “Non ci sono varchi al dialogo… una condanna senza appello… Non sembrano esserci novità significative, bensì il precipitato delle posizioni di maggior chiusura espresse in tutto l’arco del pontificato”. La critica è sempre legittima, ma fa pensare che non venga da una attenta meditazione di un testo complesso: invece il tutto nasce “dalle anticipazioni di un giornale spagnolo”. Il documento ha una lunga preparazione, che coinvolge episcopati di tutto il mondo, e nasce anche dalla personale esperienza del papa che ha visto luoghi che molti grandi della terra non hanno mai visto, e soprattutto condensa le esperienze di tanti credenti. “Il Manifesto” dello stesso giorno si allinea con chi trova più efficiente e caritatevole far fuori i bambini prima della nascita piuttosto che li uccida la fame e la guerra. Lo stesso giorno anche su “La Stampa” prima si dice di non aver letto l’enciclica, e poi dichiara che essa rappresenta “un salto indietro”. Il giorno dopo ci aspetteremmo una riflessione più documentata. Invece “L’Unità” giudica l’enciclica il punto d’arrivo di un pontificato “che sembra concludersi nel ripiegamento e nella sconfitta. Il sentimento della sconfitta – e perfino, se è lecito dirlo, della disperazione – domina la lunga enciclica trasmettendole una tonalità cupa e pessimistica”. C’è da pensare: il giornale che fu di Gramsci non percepisce più lo scandalo della sofferenza dei poveri, delle bugie ben orchestrate dei potenti e del servilismo ipocrita dei loro lacchè, anche intellettuali.
Come Bodei, anche Rodotà ritiene che la “Chiesa sta spostando il suo baricentro nel Terzo e nel Quarto mondo, dove vorrebbe rappresentare quella speranza che per milioni di uomini era stata il comunismo. Prezzo di questa scelta è la ritirata dal Primo e Secondo mondo condannati nelle loro ragioni costitutive” (“L’Unità”1.4.95). Bodei aveva detto che “qualche motivo per condividerla c’è. Certamente è in crisi l’idea che con il progresso possa andare a finire bene” (“L’Unità”31.3.95). De Rosa invece parla di “grido commosso e disperato lanciato da un grande Papa contro le coscienze addormentate di questo mondo… per la prima volta la comunità internazionale viene scossa [...]. È un grande documento paragonabile alla nota sulla Inutile strage pubblicata da papa Benedetto XV il primo agosto 1917. Anche quel documento criticò le potenze per il conflitto mondiale e suscitò perplessità per i modi e per i richiami. Suscitò un’ira di Dio anche da parte del governo italiano, che si batté con forza per impedire l’ammissione della Santa Sede ai negoziati” (“La Repubblica” 3.4.95). Colletti: “Un’enciclica che mette la Chiesa contro il corso della storia, getta discredito sugli Stati democratici come l’Italia e incita alla disobbedienza civile contro leggi approvate da parlamenti democraticamente eletti” (“La Repubblica” 3.4.95). Cristiana Pulcinelli si rivolge al professor Aiuti e parla dell’enciclica come “l’ultimo attacco della Chiesa ai preservativi”. E il professore risponde: “Purtroppo nessuno – tranne me – dirà che il Papa ha fatto male”. “In fondo è un po’ come se il papa dicesse: fumate tutti! I politici dovrebbero avere il coraggio di rispondere alla Chiesa: mi dispiace, ma siamo in uno stato laico e abbiamo il diritto di informare i cittadini”. Diversa la posizione di Gianni Mattioli, dei “Verdi”, in aperto contrasto con Rodotà. “La sinistra italiana rischia di fare autogol”, ha scritto. “Come non comprendere che il Papa fa una denuncia lucida della ferocia delle società consumistiche. Se noi dovessimo raffigurare la società che ogni sera ci viene proposta dalle televisioni della Finivest non riusciremmo a farne una rappresentazione così nitida [...]. La questione dell’aborto viene posta come una delle questioni delle società feroci, dove ben prima dell’aborto vengono elencate le aggressioni sulla vita, sugli esclusi, sui deboli, sugli anziani, sui bambini. Per noi verdi sono degne di grande attenzione le parole bellissime quali ‘la seminagione di morte che si apre con l’aggressione all’ambiente’ [...]. Questo è il terreno di una grande alleanza [...]. Se si legittima in qualche forma l’interruzione della continuità biologica tra l’uovo fecondato e la nascita dell’essere umano perché allora non si dovrebbe accettare che gli storpi siano fatti fuori e così pure i diversi e gli anziani?” (“Corriere della Sera” 6.4.95). Previsioni: “Sarà modesta la sorte ecclesiale dell’enciclica [...]. Gli umili pastori d’anime sanno bene che per parlare e farsi ascoltare dalle coscienze inquiete della gente dovranno regolarsi come se non ci fosse” (“Il Manifesto” 7.4.95). Curiosa sintonia con Tina Lagostena Bassi di Forza Italia che ha affermato che “la legge non si tocca”. E poi anche Alessandra Mussolini, allora di Alleanza Nazionale, ha detto che “il principio dell’autodeterminazione della donna non si tocca”.
La vita è un fatto globale. Non si può essere a favore della vita perché contro l’aborto ma per la pena di morte; o contro l’accanimento terapeutico ma a favore della attuale legge italiana che consente di sparare a qualcuno che si è intromesso nella proprietà privata; o volere la difesa della famiglia ma rifiutare i ricongiungimenti familiari degli immigrati; o contro il terrorismo ma a favore della guerra. “La buona notizia della vita”: è una “buona notizia”, non uno slogan elettorale o uno spauracchio mediatico.
Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena
Facoltà di Filosofia