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Wojtyla, la forza della sofferenza

di Fabio Zavattaro

Nel suo lungo pontificato, Papa Wojtyla “ha girato instancabilmente il mondo, non solo per portare agli uomini il Vangelo dell’amore di Dio, fattosi carne in Gesù Cristo, al di là di ogni confine geografico”, ha attraversato “anche i confini dello spirito, spesso lontani l’uno dall’altro e contrapposti l’uno all’altro; per rendere vicini gli estranei, amici i lontani, e per dare spazio nel mondo alla pace di Cristo. Si è rivolto a giovani e vecchi, a ricchi e poveri; a gente potente e umile, e a sempre dimostrato – seguendo l’esempio di Gesù Cristo – un particolare amore per i poveri e gli inermi, portando a tutti una scintilla della verità e dell’amore di Dio”.
Chi lo ricordava così, il 16 ottobre 2003, era il cardinale Joseph Ratzinger, allora decano del Sacro collegio dei cardinali. Parole che oggi, nel secondo anniversario della morte avvenuta la sera del 2 aprile, tornano alla mente guardando a quelle folle che in fila lungo il colonnato di Piazza San Pietro, attendono di poter entrare in basilica per sostare alcuni minuti davanti al sepolcro di Giovanni Paolo II: omaggio ininterrotto, di uomini e donne, di lingue e culture diverse.
Quest’anno l’anniversario vive anche della notizia della conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione di Papa Wojtyla, con la guarigione miracolosa, a lui attribuita, di suor Marie Simon-Pierre, 45 anni, delle Piccole suore della maternità. Malata di Parkinson, la religiosa aveva il corpo rigido, dolori, insonnia, e il tremore era molto evidente tanto da impedirle persino di scrivere in modo leggibile. Quel primo giugno 2005 non riusciva nemmeno a stare in piedi. Racconta: “Non riuscivo neppure a stare in piedi, e la madre superiora mi incoraggiò, chiedendomi di attendere il suo ritorno da un viaggio a Lourdes, perché, disse, Giovanni Paolo II non ha ancora compiuto il suo lavoro. Quindi la superiora prese una penna e mi chiese di scrivere Giovanni Paolo II su un foglietto. Erano le cinque del pomeriggio, scrissi con difficoltà e la scritta apparve illeggibile, rimasi un po’ in silenzio, poi la giornata passò come al solito. Mi svegliai alle 4,30 del mattino, stupita di essere riuscita a dormire, subito saltai giù dal letto, perché il mio corpo non era più dolente né rigido, non ero più la stessa”.
Fin qui il racconto di quella inspiegabile guarigione avvenuta a due mesi esatti dalla morte di Papa Wojtyla. Lo stesso male che progressivamente aveva impedito a lui di continuare a girare il mondo, costringendolo prima all’immobilità e poi impedendogli persino di parlare alle sue folle: il Papa dei gesti e della parola reso silenzioso e bloccato dal male. Ma quei silenzi, quelle difficoltà sono state messaggio al mondo della sofferenza e del dolore, messaggio di forza e di amore. E lo ricorda proprio suor Marie Simon, quando dice: “Volevo vedere il Papa alla televisione, perché sentivo che era vicino alla fine e sarebbe stata l’ultima volta; ammiravo la sua forza e coraggio mentre per me era difficile affrontare il male, essendo così giovane”. Non riuscì a vedere il Papa nella sua intensa e personale Via Crucis, seguita nella cappella privata del Palazzo Apostolico, davanti allo schermo tv, la croce in mano, quella croce che lui ha portato nel mondo come messaggio per tutte le donne e gli uomini e che quella sera sembrava sorreggerlo in quell’ultima parte della stagione terrena della vita. Un Papa per il quale i malati e i sofferenti avevano un posto stabile nella sua vita interiore ed erano sempre presenti nel suo pensiero, come dirà a Pompei il 21 ottobre del 1979: il Papa “predilige gli infermi e i sofferenti: considera questa sua particolare attenzione come uno dei doveri più alti del suo ministero pastorale”. E non è un caso che la lettera apostolica Salvifici doloris giunga dopo l’attentato del 1981 e rechi la data della memoria liturgica della Madonna di Lourdes, 11 febbraio 1984. Proprio il pellegrinaggio alla grotta di Massabielle lungo il Gave, malato tra i malati, in ginocchio in quel luogo di preghiera di sofferenza e di speranza, sarà il viaggio più intenso, più profondo dei tanti compiuto dal Papa che i giornali chiamavano “l’atleta di Dio”.

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