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Una fede che ha bisogno di essere argomentata

di Gennaro Ferrara

“Quest’anno celebriamo i cent’anni delle settimane sociali dei cattolici, la prima si tenne a Pistoia nel 1907: il documento preparatorio tiene conto dell’anniversario nella prima parte che è di taglio storico, nella seconda invece affronta il tema centrale del bene comune. Questo perché non si tratta solo di una rievocazione, ma si prende spunto dal passato per proiettarsi sul futuro”.
Stefano Zamagni, professore di Economia Politica all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico della prossima Settimana sociale spiega così la struttura del documento che preparerà i cattolici italiani all’appuntamento di Pistoia e Pisa dell’ottobre prossimo.

Riflettere sul bene comune che è uno dei pilastri fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, insieme ai concetti di persona, solidarietà e sussidiarietà, non ci farà correre il rischio di fare un esercizio alto quanto astratto, distante dai problemi dell’Italia di oggi?

Niente affatto. Oggi la sfida del bene comune è la vera sfida dei paesi occidentali. Non discuteremo del bene comune in astratto, ma di come deve essere declinato nella politica, nell’economia e nella società. Il problema allora è come implementarlo, per esempio quale modello di democrazia deve essere realizzato se si vuole che il bene comune abbia un ruolo adeguato? Oppure quale modello di welfare? Mi aspetto che la prossima settimana sociale produca impulsi per l’azione, non proposte spicciole ma linee di azione sì.

Uno dei capitoli più interessanti del documento mi è sembrato quello che mette in crisi il vecchio concetto di laicità.

L’idea di laicità fino a tempi recenti, diciamo fino alla modernità, prevedeva che le opzioni di tipo religioso fossero riservate alla sfera privata, perché la sfera pubblica doveva essere indifferente a valori e religioni. Il concetto era: ognuno si tenga i suoi valori, ma nel pubblico non se ne parli. Questa cultura, che ci viene dalla rivoluzione francese, ha favorito il relativismo e la dicotomia tra sfera pubblica e sfera privata. Oggi nel post-moderno, nel post-secolarismo, la situazione è cambiata, le opzioni culturali religiose reclamano una espressione pubblica. Escludere la religione dal pubblico significa essere obsoleti, legati a una fase storica passata.

E proprio sui riflessi pubblici della religione, sulla possibilità che questa conti anche nel dibattito politico stiamo riscontrando le maggiori difficoltà nel rapporto laici – cattolici…

Viviamo una fase di incomunicabilità, siamo incapaci di dialogare perché abbiamo difficoltà a liberarci dalle vecchie idee. I laici sono chiusi in un modello secolarista che, come dicevo, esclude la religione dal pubblico; noi cattolici, invece, non essendo mai stati sollecitati a un confronto del genere siamo in difficoltà quando dobbiamo offrire argomenti ragionevoli a sostegno del nostro credo. È l’insegnamento di Benedetto XVI che nel suo magistero rilancia la necessità di argomentare oltre che affermare. È, per usare la parole di Pietro, il bisogno di dare ragione della nostra speranza. Il dialogo funziona quando gli interlocutori sanno fornire ragioni che, anche se non condivise, possono essere comprese dall’altro. Questo naturalmente vale anche per i laici.

In quest’ottica quale contributo può offrire l’associazionismo ed in particolare l’Azione Cattolica?

Bisogna cambiare le proporzioni dei nostri investimenti e dare più peso alla cultura, che vuol dire cercare di far comprendere che oggi la testimonianza della fede è dare risposte credibili. Per fare un esempio di attualità: non basta dire no ai Dico, ma è necessario far capire le ragioni della nostra posizione in modo che almeno possano essere capite.

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