Le storie di Bud, Julie-Marie, Timothy, Sergio, Mubashar…
Storie di bambini e di quanto vedono in televisione. Sergio Pelico, 10 anni, italoamericano, si è impiccato domenica 31 dicembre nella sua camera a Webster, Texas. Stesso giorno, distretto di Yar Khan, Pakistan. Mubashar Ali, 9 anni, muore mentre gioca con la sorella di 10 anni a rifare l’impiccagione di cui aveva visto il filmato.
Storia di Bud Welch, 60 anni, padre di una delle vittime del tremendo attentato di Oklahoma City, nel 1995, dove morirono in 168. Lo ha invitato a Roma la Comunità di Sant’Egidio. Sua figlia si chiamava Julie-Marie. Era nata nel 1972, e aveva rischiato di morire al momento della nascita: con solo il dieci per cento di probabilità favorevoli, ce l’aveva fatta. Allora era stato come un miracolo. Perché sopravvivere a una prova così tremenda alla nascita per poi morire a 23 anni dilaniata dalla bomba di un attentato?
“Attentato”, e subito pensiamo ai terroristi islamici. Certo, ce ne sono in giro. Ma ad Oklahoma City la bomba non era stata messa da un musulmano. L’attentato era stato preparato da Timothy McVeigh. Un americano. Un soldato. Un soldato che aveva ricevuto una medaglia di bronzo. Un soldato che aveva partecipato alla Guerra del Golfo del 1991. In quella occasione aveva rischiato più volte la vita. Si era salvato. E ora voleva colpire il Governo degli Stati Uniti. Ma uccise soltanto Julie-Marie e altri 167 innocenti. Sono tante le ferite che un soldato porta a casa nelle guerre del nuovo millennio.
19 aprile 1995. Racconta Bud: “Quel giorno Julie-Marie e io dovevamo andare a pranzo insieme in un ristorante greco vicino al suo ufficio. Era in procinto di annunciare ufficialmente il suo fidanzamento. Era giovane, felice, piena di progetti. Alle nove del mattino mi telefonò mio cognato dicendomi di accendere il televisore… c’era stata un’esplosione […] Più tardi ho saputo che in quella guerra era come impazzito. Aveva visto ammazzare a sangue freddo nemici che si erano già arresi e chissà cos’altro aveva vissuto. Ma io lo odiavo, in qui primi mesi lo avrei ucciso […]. Un giorno Julie-Marie mi aveva detto assistendo a un programma televisivo che parlava di un’esecuzione: Tutto quello che stanno facendo è insegnare l’odio ai bambini […]. La pena di morta non è una risposta, la vendetta non risolve i problemi. I criminali commettono atti violenti, ma uno Stato che risponde con la stessa violenza si pone allo stesso livello, e, soprattutto, insegna l’odio”.
Storie. Nomi propri. Persone. Bud continua a soffrire per la morte della figlia. Julie-Marie, che è sopravvissuta a un parto difficilissimo per morire piena di vita nello schianto di aprile. Sergio e Mubashar, morti bambini su docenza di uno schermo televisivo, come aveva predetto Julie-Marie. Timothy, medaglia di bronzo e assassino. Ha ucciso in proprio, da libero professionista, a Oklahoma City. Su paga del Governo, un dipendente pubblico, in Iraq, dove non sempre sono state rispettate le Convenzioni internazionali che regolano il diritto di guerra. Certamente testimone – assieme protagonista, carnefice e anche vittima – dei danni infiniti delle guerre, verso chi le subisce, verso chi le combatte, verso chi perde e anche verso chi vince.
Responsabilità diverse, sofferenze, gesti d’ amore, di odio, di perdono, di incoscienza, di calcolo, di generosità.
Lasciamo la parola a Bud: “Forse anche l’opposto del male può essere un virus benefico. Io ho voluto conoscere il padre di Timothy, l’assassino di mia figlia. E ho conosciuto un uomo disperato […]. La pena di morte non è una soluzione”.
(Segnalo di Amnesty International Italia, Abu Ghraib e dintorni. Un anno di denunce inascoltate sulle torture, Ega, Torino 2004. Un aiuto per la nostra, troppo labile, memoria).
Anselmo Grotti
Sito web:Paesaggi mentali condivisi