La politica e la morsa del bipolarismo
di Fabio Mazzocchio
Il dibattito di queste convulse settimane politiche ci dà ancora un’altra occasione per riflettere sullo stato dell’arte della vita democratica del nostro paese. Due fatti mi pare saltino agli occhi con una certa evidenza: il primo riguarda la costitutiva debolezza della maggioranza parlamentare, logorata dalla dialettica interna; il secondo la difficoltà di vedere all’opera una politica capace di coniugare le opzioni particolari alla logica del bene comune.
Riguardo alla prima questione, di certo la discutibile legge elettorale ha prodotto una sostanziale difficile stabilità dell’esecutivo, per via di uno sbilanciamento nei numeri della maggioranza tra le due camere. Ma se l’esito delle elezioni ha determinato questa situazione quasi paralizzante per un esecutivo che voglia metter mano a significative riforme strutturali ed a politiche di cambiamento, è però altrettanto vero che lo spirito politico italiano o meglio l’“italianità” con cui vengono affrontate le questioni di merito è sempre uno spirito lontano dallo stile parlamentare delle grandi democrazie del mondo: forse è un problema di giovinezza della nostra democrazia o forse solo il fatto che nel DNA della società italiana c’è un codice proporzionalistico profondo che gioca non solo a livello elettorale, ma soprattutto nell’evidenziare più ciò che separa che non ciò che unisce.
La seconda questione, del resto già evocata, ripropone come una sorta di grande tormento la questione del bene comune. Già, forse proprio questa idealità regolativa è la grande assente nella prassi concreta della vita democratica del paese. Questo credo, per un verso, sia dovuto allo sfilacciamento progressivo della rete di valori e relazioni etiche che contribuisce a creare i legami pre-politici che sorreggono la vita delle istituzioni e, per altro verso, ad una certa carenza di progettualità del dibattito politico. In tal senso mi pare colga nel segno la più volte evocata (tra le pagine della nostra stampa) debole ‘manutenzione’ degli ‘argini costituzionali’, nel senso dell’attenzione alla ‘Costituzione delle regole’ e del rispetto della ‘Costituzione dei valori’. Assistiamo infatti non solo ad una sorta di impoverimento della forza coesiva della Carta costituzionale, ma anche di quei valori che l’hanno ispirata e alimentata.
Vorremmo poter credere che tutto ciò non sia il frutto della morsa bipolare. Ma pare che la logica del bipolarismo, nata per assicurare stabilità e governabilità, stia portando ad una polarizzazione di tutte le questioni pubbliche, come se ci fossero sempre e inaggirabilmente cose di destra e cose di sinistra, visioni che vanno bene per gli uni mentre sono da gettar via per gli altri. Questa dinamica, che sta trasformando un ‘dispositivo della rappresentanza’ in una lotta permanente senza mai l’onore delle armi e senza mai, tranne pochissime eccezioni in questi anni, il riconoscimento dell’avversario e delle sue azioni politiche, corre il rischio concreto di contribuire ad una cultura del non riconoscimento e della squalifica permanente dell’altro e di tradurre tutto ciò in una sorta di scontro para-culturale – senza uguali nella storia della nostra Repubblica – che non lascia spazio nemmeno alla liberta di coscienza.
Temo appunto che nei prossimi anni si costruisca uno steccato culturale, prima ancora che politico, che non permetta più di autocomprendersi in quanto cittadini italiani, ma sempre in quanto parti di un sistema condannato allo scontro permanente tra opposti.
Speriamo veramente che queste preoccupazioni siano totalmente infondate, altrimenti invece che di bene comune dovremmo cominciare a riflettere sulla natura e gli esiti del “conflitto comune”; cosa che credevamo, almeno nel nostro paese, aver consegnato definitivamente ai classici di teoria politica.