Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Da Verona a Taranto. Una sfida di Speranza

di Cristiano Nervegna

Da qualche notte ho un incubo. Mi immagino un operaio dell’Ilva che mi avvicina e mi dice: “Belle parole!”. Portare il Convegno Ecclesiale di Verona a Taranto è una sfida. La Presidenza nazionale di AC e il Movimento Lavoratori lo sanno bene. Le parole risuonate in quell’assise della Chiesa italiana non possono però restare confinate, vanno tradotte anche nel contesto produttivo e politico; devono generare risposte di senso. Taranto è una delle cinque sfide, una per ambito, da non perdere, sia per chi la sfida la accoglie che per chi, invece, attende soltanto. Questi ultimi, e mi dispiace, sono in aumento.
L’idea è quella di dire “in italiano” – anche attraverso il Convegno nazionale del Mlac, “Disegni di speranza per il lavoro e la festa” – quanto è emerso a Verona ed affidare, conseguentemente, un mandato chiaro alle persone che incontriamo, soprattutto se, come aderenti ad un Movimento che si misura con i problemi concreti delle persone, tale confronto con la realtà finisce, spesso, per essere tanto faticoso da far preferire strade più comode, meno coinvolgenti, che portano a ridurre la testimonianza a puro confronto intellettualistico. Taranto non è città che possa permettere tali fughe. E non lo sono i lavoratori che ci ascolteranno, né tanto meno i sacerdoti che ne condividono le fatiche e a cui ci rivolgiamo per sostenerne l’azione. Per questo ci andiamo.

Benedetto XVI a Verona è stato chiaro, ha ricordato come la risurrezione di Cristo sia un fatto avvenuto nella storia e testimoniato dagli Apostoli e come abbia determinato un ordine nuovo, “decisamente diverso”. Tale ordine è scaturito da un atto d’amore e quindi solo l’amore ci permette di comprenderne appieno la portata. L’amore di Dio è, allora, l’origine di tutto e la Speranza una conseguenza immediata, diretta, quasi inevitabile.
Ecco perché, per continuare a tradurre, sarebbe un grave errore parlare di Speranza senza ricollegarla all’amore di Dio, e senza arrivare a trasformarla in vita, in gesti concreti; l’amore che non si manifesta è sprecato!
Quell’“ordine decisamente diverso”, ha bisogno allora di gesti quotidiani. Senza la prassi correremmo il rischio di ridurre anche l’etica dentro gli angusti confini del relativismo e dell’utilitarismo, dei singoli accaparramenti. Questa etica “relativa”, tanto presente proprio nell’attuale mondo del lavoro, non risponde certamente alle domande più profonde ed importanti che animano il cuore dell’uomo, facendo venire meno una direzione alla nostra vita e provocando una forte domanda di senso e, appunto, di Speranza.

Il Papa ci ha presentato un modello efficace di vita cristiana: la Chiesa dei primi secoli, unita ed in grado di stabilire un nesso inscindibile tra fede ed intelligenza, trasformando la prassi con l’amore e la premurosa attenzione ai poveri e ai sofferenti. Questa carità vissuta quotidianamente “ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano”. Ecco allora la sfida di Taranto: portare l’amore di Dio nella vita delle persone. Secondo me ci si riesce!

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Fatto del giorno

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia