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Adorare il mercato?

Quando sale l’alta marea, tutte le barche si sollevano: sia il grande yacht di lusso che la povera barchetta del pescatore. Così si esprimeva a suo tempo Reagan esaltando il valore taumaturgico del liberismo. “Arricchitevi!” si era detto un po’ di tempo prima in Francia. “Arricchitevi” si sente ora dire dalle parti dell’ex impero sovietico ex impero zarista, e anche dalle parti della Repubblica Popolare Cinese, ex Celeste Impero. Ovunque il libero mercato diffonde il suo verbo, dopo il fallimento storico dei regimi comunisti, crollati nonostante la loro potenza o diventati altro dal nome che ancora esibiscono.

La statalizzazione dei mezzi di produzione è davvero un “dio che ha fallito”. Eppure anche il dio del libero mercato non se la passa troppo bene. Si veda il caso della Nigeria. Si parla tanto di Nigeria in questi mesi. Ma si dimentica lo sfondo. È il 1956 quando viene scoperto il petrolio nel delta del Niger. Nel 1960 il paese ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Il libero mercato si prende cura della Nigeria: Royal Dutch Shell, Otal, Agip, ExxonMobil e Chevron impiantano 7.000 chilometri di oleodotti, 159 campi petroliferi e 275 stazioni di pompaggio. Nel 1971 il governo nazionalizza l’industria petrolifera, ma il saccheggio continua, unendo l’avidità dei politici locali a quella delle compagnie straniere. Nel 1990 lo scrittore Daro-Wiwa promuove delle manifestazioni per la difesa dell’ambiente. È sottoposto dapprima a un processo farsa da parte del governo (con l’appoggio, dicono alcuni, della Shell), poi viene giustiziato con altri otto attivisti nel 1995. È ancora in corso la causa intentata dal figlio contro la Shell per violazione dei diritti umani.

Prima del petrolio la Nigeria era un paese povero, capace di esportare solo olio di palma e semi di cacao, ma aveva l’autosufficienza alimentare. Oggi il petrolio rappresenta il 95% delle esportazioni e l’80% delle entrate totali del paese e la Nigeria non ha più l’autosufficienza alimentare: importa più generi alimentari di quanti ne produca, importa perfino gran parte del carburante che consuma. Il reddito annuo è di 1.400 dollari, meno del Senegal, che non esporta petrolio ma pesce e arachidi.

Corruzione, omicidi, inquinamento ambientale: dopo mezzo secolo di petrolio la qualità della vita è peggiorata. Il paese è instabile, molti tecnici stranieri sono rapiti per ottenere riscatti, forti tensioni rendono difficile la vita. Ma non per le aziende: il rialzo del prezzo del petrolio ha più che compensato le perdite di produzione provocate dai disordini.

L’alta marea solleva ancora gli yacht, ma rischia di affondare le piccole barche, contrariamente a quanto sosteneva Reagan. Abbiamo imparato a non credere alle virtù miracolistiche dei Piani Quinquennali. Forse è bene diffidare anche delle eccessive virtù attribuite al Libero Mercato. Ci dicono che la ricerca del profitto può da sola generare efficienza, la libera concorrenza premiare i meritevoli, il verbo liberista sostiene che la rimozione di tutti i vincoli manda alle stelle il PIL. Ma il “mercato” è appunto tale perché in esso valgono i beni economici e non i diritti. Lasciato a se stesso il mercato può essere in grado di riempire le piscine dei ricchi e insieme non riuscire a dissetare i poveri. Oppure è in grado di finanziare ricerche mediche per i ritocchi estetici di chi può permetterselo piuttosto che farmaci salvavita per tutti. E, a questo proposito, in regime di puro liberismo quale azienda finanzierà la ricerca scientifica nel campo delle malattie rare?

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena
Facoltà di Filosofia

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