Oltre la crisi di un’Europa senza “visione”
di Angiolo Boncompagni
È imminente il cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma (25 marzo 1957) che dettero vita all’attuale Unione europea, e, dopo lo choc per il doppio no franco-olandese al Trattato costituzionale, sotto gli auspici della leadership tedesca del Consiglio si è aperto il dibattito sul rilancio del processo di integrazione. In questa prospettiva, anche il presidente della repubblica Napolitano ha sollecitato i non pochi governi incerti a dire sì ad una Carta definita “buon compromesso” per nuove regole da accettare con realismo.
Da un lato, è innegabile che la Costituzione europea non costituisca un capolavoro di comunicazione: essa si presenta prolissa (più che “lunga”), appesantita da allegati, riserve e duplicazioni testuali. Ha il vantaggio, tuttavia, di fissare regole istituzionali relativamente efficaci e di cristallizzare valori giuridici non scontati nella storia d’Europa (come diritti fondamentali, democrazia e stato di diritto, economia sociale di mercato).
D’altro canto, al di là dell’impasse costituzionale, il vero nodo della crisi attuale risiede nell’incompleto “approfondimento” delle politiche comunitarie, in particolare nei settori più strategici per rispondere alle sfide competitive della globalizzazione, quali la ricerca e lo sviluppo, l’industria e l’energia; e, come conseguenza di ciò, nella carenza di una efficace politica estera di sicurezza e difesa che pure non potrà prescindere da rinnovate relazioni transatlantiche.
D’altro canto, al di là dell’impasse costituzionale, il vero nodo della crisi attuale risiede nell’incompleto “approfondimento” delle politiche comunitarie, in particolare nei settori più strategici per rispondere alle sfide competitive della globalizzazione, quali la ricerca e lo sviluppo, l’industria e l’energia; e, come conseguenza di ciò, nella carenza di una efficace politica estera di sicurezza e difesa che pure non potrà prescindere da rinnovate relazioni transatlantiche.
Per gli amanti dell’Europa, pertanto, le ratifiche auspicate dal Quirinale rappresentano soltanto l’obiettivo minimo da proporre ad un’Unione oggi afflitta da diffuso avvilimento, sia pure dopo successi epocali quali l’introduzione dell’euro e l’allargamento a ventisette. Del resto, la storia dell’integrazione è costellata da momenti di crisi (CED nel 1953, “sedia vuota” nel 1965, iniziale “no” del referendum danese a Maastricht nel 1992) alternati a irreversibili successi e avanzamenti. Un certo malessere si registra attualmente anche in un paese di grande fede europeista come l’Italia, che pure deve alla UE molte opportunità: pace durevole, benessere diffuso e crescita economica (vedi per tutti i contributi al settore agricolo).
Ma le ragioni profonde della crisi attuale risiedono nel carattere immediato (o “liquido”) degli obiettivi perseguiti dai governi nazionali, nell’assenza di statisti lungimiranti quali furono i Padri fondatori, di grandi idealità, di scuole di cittadinanza e di radici etiche condivise al di là degli schieramenti di parte. È un problema diffuso anche al di fuori dei confini dell’Unione, se si pensa al rifiuto della Duma russa di ratificare il protocollo 14 di riforma alla Convenzione dei diritti dell’uomo, un settore sin qui di avanguardia della civiltà giuridica e politica continentale.
All’attuale mancanza di solidi fondamenti politico-culturali si può rispondere soltanto con un paziente lavoro di ricostruzione finalizzato a suscitare nuovi “visionari”, uomini e donne capaci di guardare la storia del domani oltre le angustie del presente e, partendo da questo, capaci di offrire soluzioni concrete ai problemi dell’oggi. Sul piano istituzionale, è invece auspicabile il rilancio della costruzione europea mediante l’approfondimento del processo tra i volenterosi disponibili a farlo, secondo il modello “a geometria variabile”, apparentemente esclusivo ma in realtà di traino per tutti.