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Misteri d’Italia, è tempo di sapere

di Anselmo GrottiNotte del 10 aprile 1991. Otto navi militari (Cape Flattery, Gallant II, Cape Breton, Efdim Junior, Cape Syros, Cape Farewell e Margareth Likes, Port de Lion) portano fuori dalla base di Camp Derby ingenti quantità di materiale bellico. Un’operazione che non risulta autorizzata dalla prefettura, come prevedono la legge italiana e le norme sulla sicurezza portuale. Così si esprime l’”Avvisatore marittimo del Porto di Livorno“, un documento ufficiale portato agli atti da Carlo Palermo, avvocato di parte civile del processo per il disastro del “Moby Prince”, il traghetto nella primavera del 1991 si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo, presso il porto di Livorno. In un articolo pubblicato sul numero in edicola in questa settimana, “Famiglia Cristiana” riporta ulteriori notizie sulla presenza di navi militari e altre navi “fantasma” che si muovevano quella notte nelle acque davanti al porto, con nomi di copertura. Vedi http://www.sanpaolo.org/fc/0707fc/0707fc48.htm

È la più grande sciagura navale in tempo di pace, costata la vita a 140 persone e di cui si ignora ancora la dinamica. Ma è solo uno dei tanti “misteri” di cui abbonda la storia recente – e poi nemmeno tanto recente – del nostro Paese. Sempre “Famiglia Cristiana” ad esempio ha seguito con tenacia nel corso di anni gli sviluppi dell’assassinio della giornalista Rai Ilaria Alpi , assieme al suo operatore Miran Hrovatin, in Somalia. Anche se si è cercato di farlo passare come una rapina finita male, sono sempre forti i sospetti che ci sia dietro un traffico di rifiuti pericolosi, di armi, di una “cooperazione” internazionale gestita con criteri assai discutibili. Ma l’elenco è davvero lungo e non si riesce a renderlo esaustivo. Che cosa è veramente successo nei cieli di Ustica quando è stato abbattuto l’aereo con i suoi sventurati passeggeri? Che cosa è successo (o non è successo) nei drammatici giorni del sequestro Moro? Il giudice Imposimato ha sempre sostenuto che nel comitato di crisi ci fossero esponenti dei servizi deviati, del Kgb, della Cia, della loggia massonica P2. Ha scritto inoltre che i servizi deviati avevano coinvolto anche la criminalità comune: nei giorni del sequestro Moro gli aerei riservati del Sisdi portavano in giro un esponente della feroce banda della Magliana.

La vita democratica di un Paese non può essere piena se manca la luce su passaggi importanti della nostra storia. In mancanza, prolifera il sospetto, la sfiducia, si generano infinite teorie complottiste o – all’opposto – si tende a stemperare tutto, a dimenticarlo, a confondere vittime e carnefici. Si tratta di due atteggiamenti entrambi sbagliati, a cui occorre opporre la tenace ricerca della verità storica, senza utilizzi strumentali o tesi aprioristiche ma anche senza atteggiamenti di censura o autocensura.

La scia dolorosa di morte lasciata dal terrorismo nero e dal terrorismo rosso ce lo impone come dovere, verso le vittime e verso tutti i cittadini della Repubblica. Occorre ricordare e cercare e prendere le misure adeguate: non abbiamo ancora fatto i conti con tanta parte del nostro passato. Non li abbiamo ancora fatti con la loggia massonica P2, con i “piani di rinascita nazionale”. Intanto si sono creati i grandi monopoli televisivi che quei piani di rinascita auspicavano. Non abbiamo ancora fatto i conti con i tentativi di colpo di Stato, non sappiamo ancora perché Moro è stato assassinato e perché tutto avvenne così in fretta. Oggi molti ex terroristi pontificano e salgono in cattedra, e nuovi aspiranti terroristi salgono in cronaca.

Come possiamo progettare il nostro futuro democratico senza conoscere i troppi misteri della nostra storia? Come una persona non può vivere pienamente senza fare i conti con i mille contenuti inconsci della sua esperienza di vita, così un intero Paese non può rimuovere interi anni della propria storia. Che ruolo hanno avuto i servizi segreti dell’Est e dell’Unione Sovietica nell’attentato a Giovanni Paolo II? Che cosa è successo a Piazza Fontana o al G8 di Genova, unica riunione del G8 nella quale c’è scappato il morto? E sembra che si possa andare avanti e indietro nel tempo senza soluzione di continuità. Che cosa è successo al “tesoro di Dongo” al tempo della fuga di Mussolini? Come venne “coperto” da Togliatti e dal Pci l’assassinio dei giovani partigiani comunisti? Che cosa è successo al momento della liberazione di Giuliana Sgrena e dell’assassinio di Calipari?

Domande. E pochissime, e per ora solo parziali, risposte.

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Segnalo: Enrico Fedrighini, Moby Prince. Un caso ancora aperto, Ed. Paoline, 2005

Ecco la sintesi degli “occultamenti” redatta da Luciano Scalettari, di “Famiglia Cristiana”, sulla base del libro di Fedreghini. La presento solo come un esempio: sarà la magistratura a indagare. Come cittadini abbiamo però diritto di sapere, e non solo in questo caso, ma per tutta la nostra storia recente. È vero che gli studiosi discutono ancora delle responsabilità relative alle guerre puniche, ma un minimo di memoria condivisa è fondamentale per la vita democratica. Perfino nel Sudafrica della discriminazione razziale si è riusciti a ricostruire un minimo comun denominatore di quanto era successo.

“Occultamenti, omissioni e manomissioni

Per 15 anni la ricostruzione dei fatti pare «sia stata in qualche modo pilotata o comunque oscurata», come dice l’avvocato Palermo, «da una nebbia non solo materiale ma processuale, che ha contribuito a nascondere la verità, qualunque essa sia».

Una nebbia fatta di occultamenti, omissioni e manomissioni. Ne ha fatto una prima articolata ricostruzione nel suo libro Enrico Fedrighini, consigliere dei Verdi al Comune di Milano. Ecco le più clamorose “anomalie” evidenziate nel volume, che hanno costellato la tragedia fin dai primi minuti.

1. Appena il relitto del traghetto rientra in porto, il ponte esterno viene totalmente ripulito dai Vigili del fuoco che rimuovono anche i corpi delle vittime senza attendere l’esame della polizia scientifica.

2. Ignoti prelevano dal vano eliche l’impianto di registrazione “KaMeWa” (mai più ritrovato), che avrebbe indicato velocità e rotta del traghetto al momento della collisione.

3. Consulenti del magistrato tentano una manomissione dell’impianto di timoneria del traghetto durante una perizia; vengono indagati e prosciolti dalla Pretura di Livorno.

4. Viene manomesso il nastro di una videocamera rinvenuta accanto al corpo di un passeggero, che aveva filmato gli ultimi momenti a bordo. Il nastro viene decurtato.

5. Al momento della collisione un inspiegabile black-out mette fuori uso le telecomunicazioni radar-satellitari e la ricezione dei radar delle imbarcazioni di soccorso; tutta l’area è oscurata da un “cono d’ombra” che disturba i sistemi elettronici.

6. Al momento dell’incidente un elicottero militare non identificato staziona sulla verticale della collisione e si allontana poco dopo.

7. Il giornale di bordo dell’Agip Abruzzo e le registrazioni elettroniche del punto alla fonda della petroliera vengono dimenticate a bordo della nave. Vengono distrutte tre giorni dopo da un incendio in plancia comandi.

8. Scompare dal fascicolo processuale la relazione trasmessa alla Procura di Livorno dal tenente Gentile della Finanza. L’ufficiale riferiva che al momento dell’incidente del Moby era in corso un trasbordo di materiale bellico da una nave militare Usa. Gentile verrà sentito solo 5 anni dopo.

9. Sparisce un documento riguardante l’indicazione del punto di fonda della petroliera al momento dell’incidente, essenziale per chiarirne la posizione rispetto alle dichiarazioni contraddittorie del suo comandante”.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Dialogando

1 Commento a “Misteri d’Italia, è tempo di sapere”

  1. a.grotti scrive:

    Aggiungo oggi, 10 marzo:
    I misteri d’Italia non sono solo quelli relativi ai mandanti delle stragi, degli strani incidenti o degli omicidi politici. Ci si chiede anche come mai tante persone aderenti alla P2 siano ancora in importanti ruoli pubblici dopo che una Commissione d’inchiesta parlamentare ha fatto luce sulle loro responsabilità. O del perché si dia tanto spazio mediatico (e buone carriere) a terroristi che hanno ucciso. Il 9 marzo 2007 è apparsa su un importante quotidiano nazionale la lettera, giustamente indignata, dei familiari dei carabinieri e degli agenti di polizia assassinati il 16 marzo 1978 al momento del rapimento di Moro. Nella lettera si ricordava come la solita apparizione mediatica del brigatista di turno fosse avvenuta questa volta (27 febbraio, Studio Aperto) niente meno che sul luogo della strage. Dobbiamo davvero fare un amarissimo complimento al giornalista che ha avuto questa fantastica idea televisiva.
    La risposta del giornalista del quotidiano alla lettera è stata molto corretta e condivisibile: ha scritto che “sul cedolino di rilascio c’è scritto ‘fine pena’. La pena di coloro ai quali è stato ucciso il marito o il fratello non è mai finita”.
    Perfetto. Ma – mistero nel mistero – lo stesso quotidiano riportava lo stesso giorno in prima pagina, come fa quasi tutti i giorni, un dotto articolo di un personaggio condannato in via definitiva dalla magistratura a 22 anni di carcere come mandante di un omicidio politico. So che ci sono molti innocentisti, forse avrà la grazia, non mi sostituisco ai magistrati e non so quale sia la verità. Ma so che per ora c’è una sentenza definitiva, e che almeno un po’ di discrezione sarebbe auspicabile. Specialmente nello stesso giorno e nello stesso giornale in cui si fa una critica molto condivisibile al presenzialismo di gente implicata in qualcuno dei troppi misteri d’Italia.

    Anselmo Grotti

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