La strategia dell’annuncio
di Antonio Mastantuono
La caratteristica situazione antropologica di scissione tra la dimensione razionale e quella affettiva che sembra caratterizzare l’universo giovanile di oggi mette a dura prova la possibilità di una trasmissione della fede, diventa urgente perciò ritornare a interrogarsi sulla questione comunità. È il soggetto organico (oggi latitante) della trasmissione della fede, che deve essere attivato nella chiesa locale, nell’unità e nella diversità dei doni, vincendo quella cultura del segmento e del frammento che è prima di tutto una ferita che colpisce la sua identità.
La fede alle nuove generazioni è trasmessa, molto prima che attraverso la catechesi ad essi proposta, attraverso le forme spontanee della relazione parentale. Originariamente l’uomo viene a coscienza di sé attraverso la mediazione di rapporti pratici di prossimità. I primi di questi rapporti sono quelli tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra fratelli. Una fede che assume la più precisa forma della fede cristiana soltanto a condizione che i genitori vivano di fatto la loro relazione al figlio sostenuti dalla speranza cristiana. Per vivere così il loro compito, essi hanno ovviamente bisogno di vivere insieme la loro relazione alla Chiesa.
Come può avvenire questo annuncio. Un approccio puramente intellettualistico ai problemi della vita personale e sociale gratifica il desiderio di erudizione ma non promuove alcun incontro interpersonale che, solo può sostenere convinzioni ideali e comportamenti pratici. Il processo della comunicazione delle verità cristiane dovrebbe partire dalla ragione per approdare all’esperienza, e partire dall’esperienza per approdare alla ragione. Nella storia della salvezza e nel suo annuncio gioca un ruolo molto importante la relazionalità, l’incontro, per quanto quest’ultima non vada assolutizzata. In effetti, la soggettività moderna ha provocato l’esasperazione del criterio della esperienzialità, della verifica emozionale. Ciò ha condotto a una forma dell’imperialismo dell’io che rischia di fraintendere sia la legge fondamentale della gratuità divina, sia il senso più emblematico della condizione moderna che è l’autorealizzazione. Ma la tradizione cristiana descrive la vita umana come una risposta ad una vocazione e, quindi, come una realizzazione dell’identità espressa da un nome che viene gratuitamente e liberamente assegnato a ciascuno fin dall’inizio, è questo il modo per superare l’equivoco dell’autonomia.
Nel momento in cui i rapporti con lo spazio e con il tempo diventano sempre meno vincolanti è essenziale aiutare i giovani a costruire il senso della vita come cammino, itinerario e non come un cocktail di esperienze slegate tra di loro e continuamente resettabili, nell’illusione di poter sempre ricominciare da zero. Al di là delle frasi ad effetto, per l’AC è necessario farsi portatrice di un impianto educativo che superare la contrapposizione tra evento e itinerario e diventare capace di cogliere quello (l’evento) all’interno di questo (l’itinerario); ripensando il gruppo come il luogo il cui la fede viene messa alla prova nella sua capacità di camminare insieme, restituendo così all’Associazione la sua caratteristica di fondo: non è un luogo in cui si sta, ma è una comunità che cammina.
È questo il senso dello stile laboratoriale: inteso come uno strumento (privilegiato) per elaborare itinerari, per creare rete con le altre agenzie educative, per sperimentare luoghi in cui verificare le tappe e i cammini.
Se missione non è altro che il sinonimo di evangelizzazione questa diventa la scelta prioritaria dell’AC, si situano qui i nuovi sentieri che l’associazione deve percorrere: il primo annuncio e la pastorale degli ambienti. Si tratta qui di ripensare non tanto ad azioni da mettere in atto quanto far riscoprire il valore e il senso profondo di far intuire a coloro che incontriamo che esiste una possibilità di vita buona che include una piena realizzazione di sé. Non implica, pertanto cose da fare, ma la qualità della fede del credente, e nel contesto attuale ciò passa attraverso la relazione vera tra le persone. Così come il recupero della irrinunciabile radice comunitaria della testimonianza diventa la prima chance per ogni pastorale degli ambienti.