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La scuola, un bene di tutti e per tutti

di Nisia Pacelli

“Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere Uomo”. Così scrivevano i ragazzi di Barbiana nel 1967 della scuola e del suo compito educativo: formare uomini e “cittadini sovrani”, capaci di leggere il mondo con occhi trasparenti e mente aperta, al servizio della costruzione di una società davvero “civile” dove la misura delle cose non è data da logiche esclusivamente economiche. La scuola deve quindi saper assumere il suo ruolo di orientamento, accompagnamento e ricerca. Prendersi cura della formazione di cittadini consapevoli vuol dire educarli al senso critico, al bene comune, alla coscienza civica.
Per questo, l’Educazione è la chiave che apre tutti gli usci, come ci ricordano ancora i ragazzi di Barbiana; è il Sapere è “salvezza”, capace di formare coscienze libere e insegnare ad essere uomini. Fino in fondo. Anzi, “fino in cima”.

Ma è davvero così? Oggi la scuola riesce ad assolvere al suo compito educativo? Ad intercettare bisogni formativi e a rispondere adeguatamente? Perchè i tassi di disperisone scolastica sono ancora molto alti? Si deve, forse, riparlare di diritto all’istruzione e all’educazione?
Quella in cui viviamo, è un’Italia che, a partire dalla Riforma del Titolo V della Costituzione, si muove a più velocità dove le differenze territoriali, sociali, economiche incidono inevitabilmente sulla possibilità di avere un’istruzione di qualità. Al di là delle differenze territoriali (Nord-Sud), è opportuno sottolineare altri aspetti di cui con più difficoltà si ha la percezione. Ad esempio, Nord e Sud si distinguono anche per la scelta dell’indirizzo di studi (più licei al sud, più tecnici al nord) e in questo non si può non vedere l’influenza del contesto economico e sociale.
Inoltre, una ricerca OECD del 2004 (vedi nota) condotta in Italia afferma che carriere scolastiche e profitto sono direttamente proporzionali al titolo di studio dei genitori. I figli dei laureati vanno avanti di più e meglio dei ragazzi i cui genitori hanno solo un diploma o ancora meno. Don Milani vedeva in questo soprattutto l’insufficienza dell’accompagnamento didattico ed educativo condotto dagli insegnanti della scuola. Non funzionano i corsi di recupero, non funziona il doposcuola. Le origini sociali dello studente condizionano anche le sue scelte formative, non solo per il proseguimento degli studi a livello universitario, ma anche per quanto riguarda la scelta d’indirizzo al termine della scuola media.

Quella scattata non è una vecchia foto ingiallita del dopo guerra. È la scuola di oggi, o meglio, gli studenti di oggi, che come quelli di ieri, hanno bisogno che il diritto all’educazione e all’istruzione sia effettivamente conseguito, in altro modo, con altre attenzioni, modalità e strategie.
In questa prospettiva, è necessario attuare delle politiche scolastiche finalizzate ad agevolare l’acquisto dei libri scolastici, i trasporti, i consumi culturali in genere, ma anche interventi consistenti in materia di edilizia scolastica, ad esempio.
A partire dalla Riforma del Titolo V che attribuisce competenze concorrenti a Stato, Regioni, Province e Comuni su istruzione e formazione professionale, è auspicabile la realizzazione di una legge quadro nazionale che indichi i livelli essenziali delle prestazioni richiesti alle Regioni affinché le opportunità e la qualità dell’educazione sia garantita a tutti.

È questa una scelta di civiltà in una società dove la complessità e la velocità dei cambiamenti culturali, sociali e del lavoro richiedono saperi e competenze più sofisticati e consolidati, quindi una più lunga e ricca formazione di base. Così chiede anche l’Europa, a partire dall’obiettivo posto dalla Conferenza di Lisbona nel 2000, di garantire l’acquisizione del diploma ad almeno l’85% dei giovani in età, entro il 2010.

note: Il rapporto è reperibile sul sito del programma www.pisa.oecd.org

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