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La paziente fatica della mediazione culturale

Recentemente un noto matematico italiano ha scritto su un importante quotidiano nazionale: la teoria dell’evoluzione “come si sa, è stata ed è avversata dai fondamentalisti, che l’hanno correttamente considerata una confutazione scientifica delle favole bibliche sulla creazione esposte nel Genesi, sulle quali tuttora si basa il Cristianesimo; se non ci sono stati un primo uomo e una prima donna, infatti, allora non c’è stato il peccato originale, non ha senso il dogma della redenzione ed è inutile la morte di Cristo. Non a caso sia l’enciclica Humani Generis che il ‘nuovo’ Catechismo continuano a parlare di Adamo ed Eva come dei nostri letterali ‘progenitori’”.Una descrizione così impacciata e sgrammaticata della Bibbia da parte di un autorevole esponente della comunità scientifica non solo italiana crea più di una perplessità. Forse qualche setta fondamentalista statunitense potrebbe avere alcune di queste caratteristiche, ma basta leggere l’introduzione alla Bibbia di Gerusalemme (disponibile in libreria…) per capire che “i primi undici capitoli della Genesi sono da considerare a parte. Descrivono, in modo popolare, l’origine del genere umano; enunziano in uno stile semplice e figurato, quale conveniva alla mentalità di un popolo poco evoluto, le verità fondamentali…”, e così proseguendo. Il Catechismo scrive che la Chiesa “interpreta” il “simbolismo biblico alla luce del Nuovo Testamento e della Tradizione” (375).Poi c’è il versante scientifico. Secondo il noto matematico italiano è ovvio che la moderna paleontologia è riduzionista. Leggiamo invece queste parole: “Il mistero è il tutto, è l’essere umano. Il nostro sapere si spinge sino a 12 miliardi di anni fa; oltre, le leggi della fisica non sono applicabili; questa tuttavia non è l’origine del mondo, bensì il limite delle nostre conoscenze […]. Per me il mistero è la legge che regge l’universo e il fatto che questo tenda a strutturarsi in forme sempre più organizzate e complesse significa che c’è un senso naturale, il che è il contrario del caso”. Sono parole di Yves Coppens, paleontologo, lo scopritore di Lucy, lo scheletro che ha portato la conoscenza dei nostri progenitori a tre milioni e mezzo di anni fa. non uno sprovveduto, non certo uno sconosciuto. Si possono ovviamente discutere le sue affermazioni, pacatamente, come si fa nella scienza e nella cultura migliori. Non con atteggiamenti di supponenza.

Non è certo questo il luogo per affrontare tematiche complesse come l’ermeneutica del testo biblico, o il rapporto tra ricerca scientifica e religione. Non possiamo neppure ricordare i tanti scienziati credenti che hanno fatto laicamente ricerca, così come i tanti scienziati non credenti che non hanno mai pensato che le loro teorie fossero una “confutazione scientifica” di una qualche Scrittura religiosa.

In questi periodo vendono molto alcuni libri molto polemici con la religione e il cristianesimo. Richard Dawkins (God Delusion), Sam Harris (Letter to a christian nation) e Maurizio Ferraris (Babbo Natale, Gesù adulto). Ad esempio Ferraris si chiede: “In che cosa crede chi crede?”. Non “in Dio”, ma “nel Papa” (…). Dawkins usa toni arroganti: “Se qualcuno sostiene che le tasse dovrebbero salire o scendere ti senti libero di litigare. Ma se invece si afferma che di sabato non si dovrebbe neppure fare il gesto di premere un interruttore gli dici: è un’opinione che rispetto”. Per lui questo “rispetto” è solo una “soggezione” che va rimossa. Nel precedente La fine della fede aveva scritto che la differenza tra fede e psicosi sta solo nel numero di quanti vi aderiscono. L’unico motivo che ci fa dichiarare psicosi la religione, comparsa in Internet, del “Mostruoso Spaghetto Volante”, è il suo essere di nicchia, mentre il gran numero di aderenti ci porta a credere, sbagliando, che la santissima Trinità non sia qualcosa di simile. Possiamo immaginare un futuro senza religione? Sì, risponde Dawkins, e basterebbe guardare il cielo. Ci vedremmo ancora le Torri Gemelle, aggiunge con una coda tanto ad effetto quanto ingannevole (non ci sono enormi interessi economici e strategici in gioco?). Harris arriva a dire che non c’è spazio per la mediazione, per il liberalismo religioso, neppure per il dialogo interreligioso: le religioni sono incompatibili e non possono far altro che farsi la guerra. Con ciò facendo il gioco dei fondamentalisti religiosi e degli anticlericali più rozzi, mentre i suoi – molto numerosi – lettori si autogratificano sentendosi una èlite illuminata uscita dalle nebbie del conformismo infantile. Mentre chi fa le guerre ha un ottimo alibi per nascondere i suoi interessi.

Come è possibile che persone colte possano avere una visione così riduttiva del cristianesimo? Da un punto di vista generale sono possibili tre ipotesi:

a. La concentrazione specialistica su di un settore disciplinare non permette una adeguata conoscenza di altri settori. Essere molto competenti in un ambito non significa godere della stessa autorevolezza in altri campi del sapere.

b. Sia pure secondo diverse gradazioni, esiste una forma di malafede: si crea a scopo polemico un “falso bersaglio”, costituito da una versione banalizzata della posizione che si vuole confutare, per poterla coprire più facilmente di ridicolo.

c. Esiste un pauroso deficit nella capacità di mediare culturalmente i contenuti della fede da parte dei cristiani. La non frequentazione della Bibbia, l’arresto della formazione religiosa all’infanzia, la mancanza di luoghi di dibattito e di confronto immobilizzano le verità di fede, le bloccano a uno stadio immaturo di crescita.

Non è possibile stabilire dall’esterno se sia vera l’ipotesi b) – anche se qualche volta si potrebbe crederlo.

L’ipotesi a) ha le sue ragioni, ma qui si parla di conoscenze elementari di interpretazione biblica, che dovrebbero essere comuni almeno a tutte le persone con un minimo di istruzione. Cancellare dall’orizzonte culturale ogni “testo” che non sia traducibile in formula matematica può diventare un atto dogmatico, intollerante nonché antiscientifico, visto che è il dubbio e non la supponenza a guidare la ricerca.

Probabilmente, insieme a una dose variabile di a) e b), il punto su cui dobbiamo soprattutto impegnarci è il c): per troppe persone il cristianesimo si riduce ad essere qualche pallido ricordo delle informazioni avute da bambini, venendo a mancare quello che già Paolo chiamava “il cibo solido” degli adulti. Mi è capitato una volta di partecipare a una Messa dell’Epifania nella quale il sacerdote avevo pensato bene di mettere all’altare, ai suoi lati, per tutta l’Eucarestia, due persone vestite da Babbo Natale e dalla Befana. In questo modo non si rispettano né i bambini né gli adulti.

Che tipo di lavoro culturale stiamo facendo? Non starà succedendo che gli adulti, compresi gli adulti laureati e gli stessi intellettuali, sono fermi a quanto hanno imparato del cristianesimo da bambini, senza che non abbiamo più trovato (o non siano state loro offerte) occasioni di crescita, approfondimento, elaborazione culturale? Non sarà che quello che diciamo ai bambini è solo “banale” senza essere “semplice”?

Una parola tecnica ma importante è “mistagogia”, un difficile e bellissimo cammino di maturazione dell’intelligenza e della fede. Dobbiamo correre il rischio del saper “rendere ragione” della fede.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Dialogando

4 Commenti a “La paziente fatica della mediazione culturale”

  1. Anselmo Grotti scrive:

    Mi permetto una piccola aggiunta. Se chiedere di comperare in libreria la “Bibbia di Gerusalemme” fosse una pretesa eccessiva, basta acquistare in edicola la copia di “Famiglia Cristiana” di questa settimana. Qui un teologo molto noto, Gianfranco Ravasi, scrive una semplice paginetta (su di un giornale a larga diffusione) e così inizia il suo articolo:
    “Siamo soliti attribuire al primo uomo il nome proprio di Adamo. In realtà, in ebraico si ha la parola ha’-adam che comprende l’articolo ha, “il”, e il sostantivo ‘adam, “uomo”. Si tratta, quindi, di una figura archetipica che incarna quella realtà che tutti ci unisce, l’”umanità”, l’appartenenza allo stesso genere umano” (FC 7/2007, p. 141).

  2. Anselmo Grotti scrive:

    Ulteriore aggiunta.
    Si leggono su “Repubblica” del 28 febbraio corrente anno le seguenti parole, a proposito del libro di Augias e Pesce “Inchiesta su Gesù”: “Gli apostoli fino all’Ultima cena erano 13. Poi col tradimento di Giuda scesero a 12”.
    […].
    Appunto.

  3. Anselmo Grotti scrive:

    Ristampato il libro “Matrimonio e morale” (1929) del matematico e filosofo Russell, un autore impprtante della nostra cultura, premio Nobel 1950. al capitolo 5 l’etica cristiana è definita “contraria ai fatti biologici”, “mostruosa aberrazione”. A dimostrazione si cita Corinti I: “è bene per l’uomo non toccar donna”, anche se “è meglio sposarsi che ardere”.
    Una lettura un po’ talebana della Bibbia….

    Nel frattempo è uscito un libro nuovo: Darwin Loves you. Natural Selection and the Re-enchantment of the World, Princeton University Press. Lo ha scritto George Levine, professore di Letteratura inglese in New Jersey. Ha scritto del filosofo Dennett e dello scienziato Dawkins “credo che siano troppo aggressivi e mi sembra che non si rendano sufficientemente conto che la vita per tutte le persone richiede qualcosa di più della razionalità: richiede anche l’inclusione nella vita dei sentimenti morali. La razionalità è sottile [thin], la vita invece è ben più densa [thick]” (“Repubblica” 26 aprile 2007).

  4. ufficio stampa scrive:

    GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT

    Vergognati, Maurizio!

    di Antonello De Pierro

    E’ un grido di dolore quello che si leva da qualche mese dal mondo della cultura, dopo che la televisione ha catapultato nelle case degli italiani il discusso programma denominato “Grande Fratello”, creando un prodotto inconsistente, che è stato immediatamente e incomprensibilmente rapito dalle cronache dei media. E quando parlo di cultura naturalmente mi riferisco a quella con la c maiuscola, quella dei grandi (purtroppo pochi) uomini, quella nella sua accezione più ampia, quella che ha da sempre rifiutato di nutrirsi di surrogati ideologici e di imparare la lezione della buona ipocrisia, tanto amata dai più. Eppure la televisione, che ormai da anni affoga in una programmazione demenziale, diseducativa, ripetitiva e scadente, ci aveva abituati da tempo allo squallore delle telenovelas e della soap opera, incollando ai teleschermi il popolo televisivo delle casalinghe, col grembiule al ventre, che tra un bucato e l’altro, per innaffiare l’arido giardino della solitudine giornaliera, si incantavano e sognavano di fronte ai miti improbabili di “Beatiful” o di “Quando si ama”. Si trattava sempre e comunque di artisti che, costretti da esigenze professionali e allettati da ingaggi stratosferici, legavano il proprio nome a produzioni di scarso valore culturale. Con il “Grande Fratello” si è valicato ogni limite di decenza, i colossali interessi economici hanno relegato in soffitta qualsiasi senso di moralità. Un manipolo di ragazzi comuni, messi per cento giorni a colloquio con l’occhio freddo di una telecamera “guardona”, sbattuti davanti a pupille spalancate collegate a cervelli altrettanto ristretti, e scaraventati verso una notorietà di cartone non supportata da un’adeguata preparazione professionale. Un business ben congegnato, che ha affondato facilmente le radici in un terreno intriso di sottocultura e ignoranza, atto a spremere come limoni le illusioni di un gruppo di giovani che forse avrebbero potuto intraprendere carriere sicuramente più idonee alle loro attitudini, piuttosto che essere magnificati dai “polli d’allevamento” dell’Italia provinciale che si entusiasma di fronte a tutto ciò che passa sul piccolo schermo, ma essere sottoposti giustamente al mortificante rito dell’irrisione da parte delle vere teste pensanti nazionali. Ed ecco invece i vari Pietro, Salvo, Marina, Cristina, Rocco, Lorenzo, invasati da una droga che si chiama successo, correre con la naturalezza dell’inevitabile, a suon di apparizioni varie, verso un futuro incerto, segnato da suggestioni pseudo-professionali. Di fronte ad una tale situazione non posso avvolgere le mie parole nella carta zuccherata e rinunciare a dissotterrare l’ascia di guerra della polemica. C’è una categoria in Italia fortemente rappresentata, quella degli artisti veri, spinti dal comando imperioso di un’acrobatica passione per lo spettacolo, che annaspa da sempre nell’oceano della precarietà e vive costantemente in bilico sul baratro della disoccupazione. Le scuole di preparazione artistica ne sfornano a centinaia; basta girare i teatri, anche i più piccoli, per scoprire veri talenti, di cui l’Italia non è mai stata avara. E invece ecco apparire improvvisamente sulla scena Marina La Rosa, che ubriacata dalla popolarità riesce ad offendere finanche quei fotografi che da sempre hanno fatto la fortuna dei vip, definendoli “braccia rubate all’agricoltura”; la Sofia nazionale ancora venera i professionisti dei flash a raffica ( comunque c’è da dire che sulla Loren le brume del mito si sono posate davvero). Ma il prodotto più scandaloso si chiama Pietro Taricone, che calzando la sua normale faccia da bullo di paese riesce incredibilmente a vendere la sua presenza a fior di milioni nelle discoteche di provincia e nei suoi sogni lascia ingenuamente galleggiare un futuro alla Kevin Costner: l’importante è crederci, ma purtroppo il risveglio sarà doloroso e disastroso

    E’ già criticabile l’operazione, che ha messo a nudo il livello di sottocultura di gran parte degli italiani, ma purtroppo per i produttori televisivi, non è facile sacrificare i propri interessi sull’altare della cultura, della moralità e del buonsenso. Ma quando un giornalista di grande spessore, con vocazione da imprenditore, marcia con i cingoli sopra ogni principio etico-professionale, allora
    il caso diventa inquietante. Quanta popolarità in meno avrebbero ottenuto i ragazzi “usa e getta” del “Grande Fratello” se non fossero stati foraggiati dall’ala protettiva di Costanzo, che li ha aiutati a continuare la semina dei germi di tutti gli aspetti deteriori dell’odierna società? Probabilmente i valori del grafico di notorietà sarebbero molto più modesti. Caro Maurizio, pesa su di te una forte responsabilità morale, sia nei confronti di quelli che il successo l’hanno cucito sulla propria pelle, strappando l’ago e il filo a rinunce e sacrifici fatti nelle scuole, nei teatri, nelle piazze, e sia nei confronti delle fasce più deboli dell’esercito dei telespettatori. Ho visto un giorno in un mercato un bambino giocare con dei soldatini e chiamarli con i nomi dei protagonisti del grande fratello. Hai sostenuto una trasmissione che, anche se con un ipocrita “bip” celava certe espressioni colorite, non dava comunque molto spazio all’immaginazione per capire, risultando quindi altamente diseducativa, tenuto conto anche della fascia oraria in cui veniva trasmessa. Sono tanti i petali di simpatia persi da te in questa occasione. Infine, colpito da un delirio di onnipotenza hai pensato bene di organizzare una puntata chiamata “Pietro contro tutti” in prima serata, con un Taricone versione re dei “coatti”, con canotta strizzamuscoli senza maniche, a troneggiare sul palco del teatro Parioli, ingaggiando un vittorioso “braccio di ferro” a colpi di audience con “La Piovra”, pellicola a interesse sociale in onda su Raiuno, mettendo a nudo ancora una volta, se qualcuno avesse avuto qualche ulteriore dubbio, il livello culturale dei telespettatori del “Maurizio Costanzo Show”. Un’ennesima conferma di come un grande giornalista abbia potuto bruciare sulla graticola dell’interesse economico, perché audience per te vuol dire sponsor, non dimentichiamolo, la propria credibilità professionale. Del resto in nome dell’audience avevi già rifiutato di ospitare in trasmissione i rappresentanti del “Comitato Vittime del Portuense”, perché chiaramente ventisette morti per te non hanno importanza, sono solo una lugubre contabilità di normale amministrazione giornaliera, di fronte al sacro inchino al potere dello sporco Dio denaro, a cui ti sei convertito e sottomesso. Vergogna!

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