L’incapacità di vivere la morte
In una delle sue lettere a Lucilio (la 77), Seneca sostiene che se c’è un solo modo per entrare nella vita, ce ne sarebbero molti per uscirne. Nasce anche da simili ambiguità il tormentato dibattito sull’eutanasia – riesploso in modo drammatico nel caso Welby – dove talvolta l’attenzione si sposta più sul come si muore che sul fatto in sé del morire. In realtà, proprio tale vicenda umana dolorosa prova al contrario che dalla vita si esce comunque in un modo solo: attraverso il morire.
Il punto allora è: come vivere la morte? A questo proposito Welby rappresenta quasi un paradosso: una sorprendente voglia di decidere di sé, pur all’interno di un corpo segnato dal limite; una intelligenza vigile fino alla fine, pur dentro una condizione paralizzante; una straordinaria capacità di contatto e di mobilitazione con il mondo esterno, pur se in uno stato di totale mancanza di autosufficienza. La scelta – d’altra parte – è stata inequivocabile.
Di fatto quella “voce”, anzi quella coscienza è stata spenta. La stessa “sofferta” decisione di negare le esequie, in fondo, ne ha rimarcato per converso il significato, evidenziando quella libertà di porre termine alla vita. «In quelle condizioni – ha sottolineato il presidente della Cei – una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio». Senza peraltro che questo equivalga ad un giudizio esaustivo sulla persona, che evidentemente compete solo a «Dio ricco di misericordia (che) è l’unico a conoscere fino in fondo il cuore di ogni uomo», ha precisato il cardinale Ruini.
Tuttavia, proprio la scelta di Welby richiama in sé – come è ovvio – una possibilità di segno diverso, anch’essa centrata sull’autonomia della persona che non vuole subire la morte, ma interpretarla. Non è semplicemente la sensibilità religiosa che spinge a “vivere” la propria morte, ma lo stesso rigore logico e lo stesso istinto vitale che non si accontentano di vivere una morte qualunque: siccome non si accetta la dimensione finale della vita, spesso dolente e patologica, allora si decide di morire.
Scegliere di vivere è la forma della responsabilità più propria e in concreto vuol dire semplicemente vivere: senza anticipare e senza prolungare la vita. In entrambi i casi infatti si tratterebbe di una morte “espropriata”, cioè non appartenente come propria all’uomo, ma artificiosamente collocata in un tempo che non è quello di chi sta vivendo l’evento della morte. Di fatto l’eutanasia più che esprimere il dominio della persona sulla sua vita la priva, di fatto, della possibilità di vivere la propria morte.
Quest’incapacità di afferrare la propria morte è pure il limite dell’accanimento terapeutico che non accetta l’inizio del processo irreversibile della morte e cerca di prolungare una vita indefinitamente, anche se non infinitamente. Se è vero che si muore come si vive, bisognerà dunque coltivare atteggiamenti corrispondenti: la capacità di sostenere i conflitti, la disponibilità di accogliere la vita anche se imperfetta, la lotta contro le cause di disperazione a livello sociale ed individuale, l’educazione alla serenità, pur dentro l’esperienza dell’angoscia e della tristezza. In fondo, dietro il pianto del neonato e il rantolo del morente si nasconde semplicemente la vita che è sempre un appello, una domanda di aiuto rivolta a chi ci sta attorno.