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Tra riforma e controriforma verso il declino

di Nicola Curci
«Va bene la Finanziaria per rientrare sotto la soglia del 3% nel rapporto deficit-PIL, ma va applicata pienamente la riforma delle pensioni secondo le leggi già approvate per evitare aumenti della spesa legati all’invecchiamento della popolazione». Queste parole del commissario per gli Affari Economici dell’UE, Joaquin Almunia, non lasciano dubbi: se l’Italia non riesce a riformare ancora il suo sistema pensionistico, migliorandolo in termini di equità e sostenibilità, almeno si astenga dal controriformarlo! È nella linea sottile che separa una riforma da una controriforma che si gioca la partita attuale all’interno del Governo e con i sindacati.
Si può parlare della riforma delle pensioni in tanti modi, usando i numeri o ricorrendo alle categorie della politica.
La logica stringente dei numeri ci dice che, se si vuole abolire la riforma Maroni, come chiedono i sindacati e la componente più a sinistra dell’Esecutivo, bisogna trovare nuove entrate o tagliare altra spesa per un importo annuo a regime di 9 miliardi di euro. Inoltre, se non si rivedono i coefficienti di trasformazione previsti dalla riforma Dini per mantenere in equilibrio finanziario il sistema, in presenza di un continuo allungamento della vita media, tutto l’impianto riformatore degli ultimi 11 anni potrebbe crollare: il debito riprenderebbe a crescere, i mercati non ci farebbero più credito, probabilmente verremmo cacciati dall’Euro e faremmo la fine dell’Argentina.
La diatriba politica ci dice invece che tutto questo è il frutto avvelenato di riforme che si sono susseguite, senza essere riuscite a risolvere definitivamente il problema. La riforma più importante, quella del 1995, prevede un meccanismo di revisione decennale dei coefficienti di trasformazione del totale dei contributi versati in pensioni erogate. Questa revisione andava fatta nel 2005: il Governo di allora non la fece e oggi se ne pagano le conseguenze, perché essa viene rimessa in discussione. Meglio sarebbe rendere questa revisione automatica e a scadenze più brevi, per evitare tanti mal di pancia ogni qual volta bisogna farla. Anche la riforma Maroni del 2004, pur andando nella direzione di innalzare l’età pensionabile, pecca di iniquità per la previsione del famoso scalone del 1 Gennaio 2008: c’è una enorme disparità, ad esempio, tra quel lavoratore che compie 57 anni di età (con 35 anni di contributi alle spalle) il 31 Dicembre del 2007 e quel lavoratore che compie gli stessi 57 anni di età (con lo stesso requisito di contributi) solo un giorno dopo, il 1 Gennaio 2008. Infatti il primo lavoratore potrà andare in pensione alla fine del 2007, mentre l’altro dovrà aspettare la metà del 2011 per avere la sua pensione. Basta un giorno in più di giovinezza per essere costretto a lavorare tre anni e mezzo di più!
Ma numeri e schermaglie politiche nulla possono, se si utilizza un altro criterio di giudizio, quello fondato sulla giustizia e sull’equità tra le generazioni. La generazione degli attuali 50enni ha goduto dell’esplosione della spesa pubblica improduttiva e dell’evasione fiscale, causa di un debito pubblico enorme che dovrà essere ripagato dalle generazioni successive, con aumenti di tasse o riduzioni di spesa pubblica. È stata inoltre sostanzialmente salvata dalla riforma delle pensioni del 1995, potendo godere di pensioni più alte perché calcolate con le regole in vigore prima di quell’anno, mentre le generazioni successive avranno pensioni molto più basse: solo il 50-60% dell’ultima retribuzione contro l’80% di prima. La conclusione è facile da trarre: ci sono generazioni, quelle più adulte, coccolate e cullate fino alla tomba e generazioni, quelle più giovani, bistrattate e dimenticate. Se è così, il declino del Paese non è di là da venire, ma si decide già qui, su questi numeri, con questa politica, in questa volontà di controriforma!

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