Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Paradosso: chiudere gli Istituti ma… sovvenzionarli

A volte nella vita incontriamo situazioni difficili, nelle quali l’impegno delle leggi, dello Stato può dare solo piccoli e parziali successi. A volte incontriamo situazioni nelle quali la legge e lo Stato potrebbero intervenire, ma non lo fanno per incuria od omissione. Ma che ne direste se la normativa, il denaro pubblico, i servizi degli enti locali e dello Stato coincidessero nel favorire situazioni di ingiustizia, di disparità, di peggioramento delle condizioni di vita di persone già in difficoltà come i minori in stato di abbandono? È quello che succede nel caso dell’assistenza ai minori fuori dalla famiglia. State a sentire.Una legge del 2001 ha imposto la chiusura, al 31 dicembre 2006, degli Istituti per minori. Una legge di civiltà: dichiara di favorire le strutture più piccole (comunità alloggio e case famiglia), ma soprattutto il potenziamento degli affidi e delle adozioni. Ci occupiamo qui soprattutto dell’affido familiare. È una prospettiva complessa e affascinante: una famiglia che si apre all’accoglienza temporanea di un minore in stato di difficoltà; ne condivide la sorte; gli offre una opportunità; mantiene una difficile trama con la famiglia di origine, il tribunale per i minorenni, le assistenti sociali, gli psicologi… Occorre una serie di competenze molto variegata.

L’affido familiare in Italia non ha avuto grande successo: in dotti convegni si discute anzi sulla sua debolezza, evidente soprattutto nel caso di ragazzi più grandicelli, diciamo dalla prima media in poi, che quasi nessuno vuole. Le norme e i servizi pubblici non possono da soli creare questa cultura dell’accoglienza. Potrebbero però incoraggiarla. Lo fanno? Guardiamo un paio di aspetti.

Prima considerazione. Il tempo. Secondo voi occorre del tempo per inserire un ragazzo in difficoltà dentro una famiglia a lui estranea, fargli scoprire rapporti interpersonali nuovi, dargli il gusto di sé, degli altri, dello studio, delle relazioni? Occorre del tempo per ristrutturare i legami, prendersi cura, tenere d’occhio cosa succede con i figli eventualmente già presenti in famiglia? Avete risposto di sì? Invece, secondo la legge, dipende. Se il ragazzo in affido ha compiuto 12 anni, non serve nessun tempo. La legge non prevede neanche un’ora di permesso dal lavoro per questo motivo. Forse si suppone che non essendoci necessità di cambiare pannolini non occorre dare tempo e disponibilità al nuovo arrivato. Accompagnare un ragazzo lungo i percorsi dell’adolescenza, specialmente se segnato precocemente da esperienze di vita molto dure (sia in famiglia, sia in istituto) non ha bisogno di cura, pazienza, tempo…

Seconda considerazione. I costi. Un medio Comune italiano eroga 70 euro giornaliere per bambino a un istituto, comunità familiare o casa-famiglia: sono 2.100 euro al mese. È una media: altrove si dà di più, altrove di meno. Poiché il bambino ha ovviamente reddito zero, il suo Isee è zero e quindi accede alla gratuità dei libri di testo, dei trasporti, ha vari rimborsi… Vediamo ora cosa succede allo stesso bambino che viene accolto in una famiglia. La cifra mensile che riceve scende a 455 euro. Il bambino – che entra nello stato di famiglia e quindi non è più a Isee zero – perde ogni agevolazione precedente. Per come sono strutturate le tariffe delle utenze domestiche, salgono in maniera esponenziale i costi per nettezza urbana, elettricità, acqua. È noto infatti che secondo una interpretazione pasticciona del risparmio energetico, si paga in proporzione di più all’aumento dei consumi (ma senza tener conto dei componenti il nucleo familiare), per cui un single sprecone spende molto meno di una famiglia dai consumi sobri.

Attenzione: non stiamo sostenendo che le difficoltà dell’affido siano dovute solo a queste cause estrinseche. Neppure che l’affido debba diventare fonte di reddito aggiuntivo per la famiglia. Segnaliamo però il fatto scandaloso che un insieme di norme, di fatto, contraddicano proprio quello che ufficialmente si vorrebbe perseguire: la chiusura degli istituti, il preferenziale passaggio dei minori in famiglie. Lo Stato premia gli istituti e punisce le famiglie affidatarie. Si faranno ancora convegni sulla chiusura degli istituti, ma in molti casi avremo di fronte solo un cambiamento di nome: la legge ne prevede la chiusura, di fatto si tratta di un restyling che cambierà poco. A chi conviene lasciar andare un ragazzo che “produce” 2.000 euro?

Crediamo veramente che la famiglia sia il luogo naturale della crescita? Altre situazioni possono essere surrogati, a volte positivi e necessari, ma in attesa di qualcosa di più vicino all’esperienza “naturale”. Perché incentivare proprio quello che vorremmo a parole evitare? Forse ci sono alcune famiglie disponibili all’accoglienza, anche di ragazzi più grandicelli, ma che non se lo possono permettere per il lavoro e per i soldi. Abbiamo adesso uno specifico Ministero per la Famiglia. Potrebbe essere il caso di riflettere su queste scelte normative. Non è detto che le famiglie debbano ricevere la stessa quota di un istituto: può bastare di meno, perché non è un lavoro. Ma si potrebbe lasciare la differenza al minore, attraverso ad esempio un fondo amministrato da un tutore, disponibile alla maggiore età per proseguire gli studi, inserirsi nel mondo del lavoro, aiutare l’acquisizione di una indipendenza di vita.

Che non ci si venga a dire che gli Istituti hanno costi che la famiglia non ha. Siamo ancora al pericoloso equivoco di considerare irrilevante il lavoro domestico. È vero che la “cura” offerta dagli operatori ha un costo, e va pagata, mentre la “cura” offerta dalla famiglia è gratis. Certo che un genitore non è un operatore sociale (detto anche con il massimo rispetto per gli operatori sociali che giustamente ricevono uno stipendio per il loro lavoro), ma lo Stato non può scaricare sulla famiglia pesi incongrui. Altrimenti c’è molta ipocrisia anche quando ci stracciamo le vesti “a difesa della famiglia”. Il “prendersi cura” dei figli (biologici o no), degli anziani, dei malati, ma direi anche dei “sani” nel senso che ciascuno di noi vive adeguatamente in un contesto di relazioni affettive e di attenzioni, ha un costo. Non si tratta di “pagare” chi lo fa, ma di non penalizzarlo.

Vorremmo tornare in futuro sull’argomento. Sta per essere pubblicata una ricerca del Cergas Bocconi che mette in evidenza proprio la disparità di costi: l’81% dei fondi stanziati nel 2003 per i minori fuori famiglia sono stati assorbiti dagli Istituti per minori (che però ospitano solo il 20% della popolazione minorile in esame). All’affido familiare va invece solo il 17%. In particolare, 155 milioni di euro se ne vanno per il solo pagamento delle rette alle strutture di accoglienza, 120 milioni per sussidi alle stesse strutture, il che fa una cifra di 275 milioni su 339,5 stanziati per tutti i minori.

Noi ci scandalizziamo. Ci auguriamo avvenga lo stesso per il Ministro, per tutti gli “addetti ai lavori”, ma anche per tutti noi interessati al bene comune.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Dialogando

2 Commenti a “Paradosso: chiudere gli Istituti ma… sovvenzionarli”

  1. giuseppe Marangoni scrive:

    sono d’accordo in pieno.Questa è la sostanza della politica.

  2. Gregorio scrive:

    Secondo gli ultimi dati ufficiali un figlio “costa” in media 800 euro al mese. La politica dovrebbe tenerne conto, sia per le famiglie affidatarie che per le altre.
    Gregorio

Scrivi un commento

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia