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Il “barbone di Dio”

di Giuseppe Masiero

L’Abbé Pierre si è spento all’alba di lunedì 21 gennaio nel corso della settimana ecumenica di preghiera per l’unità dei cristiani. Se ne è andato nella pace dei suoi 94 anni, passati in gran parte a servire e difendere i poveri. Un congedo aspettato e preparato sia interiormente, come nel dialogo confidenziale con i suoi collaboratori: la sua chiesa e gli assetati di giustizia della terra.
Incontrandolo occasionalmente alcuni anni fa nell’abbazia benedettina di Praglia dove trascorreva qualche giorno di riposo e preghiera, alla richiesta di intervenire ad una iniziativa della Missione cittadina di Padova mi rispose così: “Non escludo la partecipazione a meno che non sia già stato chiamato a cavalcare nelle grandi praterie del cielo”. Questa immagine avventurosa di una vita sempre in esplorazione e sulla frontiera, ha scolpito in maniera inconfondibile la sua personalità di uomo, cristiano e prete. Per più di sessant’anni è stato un pioniere instancabile nella mobilitazione ed azione sociale con gli ultimi e fra i diseredati, diventando una sorta di coscienza collettiva non solo della Francia, ma di più generazioni di uomini e donne del mondo. Al Social forum di Nairobi in corso in questi giorni, alla notizia della sua scomparsa tutti i partecipanti hanno fatto spontaneamente un momento di raccoglimento, intenso e commosso.

È stato certamente tra i primi a leggere e vivere il dramma della povertà in chiave di globalizzazione senza però limitarsi come spesso facciamo noi, ai convegni o alle dichiarazioni esortative, ma vivendo e organizzando l’impegno solidale degli straccivendoli, dopo aver lottato da deputato della Repubblica per la costruzione di case popolari nelle grandi periferie urbane. Ancora giovane prete durante la Resistenza al nazismo aveva imparato la pedagogia dei poveri, rischiando più volte la vita nel salvare moltissimi bambini ebrei dallo sterminio nei lagher.
Una figura schiettamente evangelica che va colta dentro e oltre la fragilità che accompagnano da Pietro in poi la vita dei discepoli di Gesù. I suoi passi di vagabondo-pellegrino si sono mossi lungo la strada della compassione e della misericordia, accanto a quella della denuncia, dopo aver sentito il “grido silenzioso” degli umiliati della terra. Le impronte lasciate su questo cammino il mattino di Pasqua, dal “Viandante” proveniente da Gerusalemme e orientato ad Emmaus, ispirano sul nascere l’esperienza della sua prima comunità, chiamata appunto Emmaus, sorta nel 1949 grazie alla collaborazione di un ex carcerato, parricida, Georges che voleva suicidarsi. Il germoglio iniziale darà negli anni frutti in tutta la Francia, in Italia e poi nei quattro angoli del pianeta; oggi sono circa 500 le comunità Emmaus presenti in una quarantina di Paesi, specialmente in Africa ed in Sud-America.

Nel 1987 è nata la Fondazione Abbé Pierre, dedita specialmente alla costruzione e gestione di alloggi popolari. “Il suo radicalismo evangelico interpretato con uno stile dolce e fermo non diventa intransigenza, ma testimonianza esigente delle Beatitudini, attraverso l’accoglienza dell’altro e l’ascolto dei piccoli, di quelli che piangono e che come Gesù non hanno una pietra su cui posare il capo”. Così lo descrive il monaco Enzo Bianchi, ricordando alcuni mesi trascorsi con lui da giovane entusiasta degli anni ’70.
Il Card. Philippe Barbarin. Vescovo di Lione, città natale dell’Abbé Pierre, lo definisce: “un genio della carità” e l’altra voce francese assai autorevole per aver pastoralmente operato a livello di Chiesa universale con simile coraggio, quella del Cardinale Roger Etchegaray, così si esprime: “La gente lo apprezzava e si riconosceva in lui…, può essere considerato un discepolo del Vangelo che ha messo in pratica la carità e l’amore, viveva tra i poveri e per i poveri, senza se, senza ma”.

L’ostensorio ricavato da una pila tascabile estratta dai rottami e regalata al Papa per testamento, testimonia anche l’audacia spirituale di un uomo ed un prete che sapeva spesso fermarsi a pregare nel corso di una faticosa giornata, su di un cumulo di rifiuti guardando oltre l’orizzonte, per scorgere l’invisibile.

Oggi tutti si inchinano davanti a questo “barbone di Dio” attribuendogli funerali di Stato. La Francia secolarizzata con una Chiesa sempre più minoranza saluta uno dei suoi figli che hanno concorso con altri grandi testimoni, basti pensare a Follerau, Suor Madelene Maritain, Maunier, Mauriac, Marcel, Cesbron, Shuman, Congar, Chenu, De Lubac, De Foucauld, a costruire la civiltà dell’amore, in un’Europa riconciliata, laboratorio di democrazia planetaria. Anche i pettegolezzi apparsi su di lui a seguito di alcune dichiarazioni estrapolate da recenti sue pubblicazioni, ora non ci toccano più, ma si rinfrangono come le onde sulla scogliera per perdersi nel mare infinito di quella “insurrezione della bontà” che ha animato tutta la sua vita. Forse non ha incontrato Cristo nel profumo dell’incenso o nelle perfette geometrie liturgiche di alcuni giovani preti privi della memoria viva del Concilio, ma lo ha ritrovato come francescano anomalo nell’“odore umano delle grandi periferie urbane” vero chiostro del suo convento dove gli affamati, gli assetati, i carcerati, gli umiliati, rispecchiano il suo volto.

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