Crimine non scaccia crimine
Purtroppo c’è molto da dubitarne. Aveva detto qualche giorno prima dell’esecuzione il cardinale Renato Martino: “Spero che non si compensi un crimine con un altro crimine”. Adesso abbiamo visto anche le immagini del cappio della morte, trasmesse su tutti i canali. Ha detto uno che di immagini si intende, il regista Ermanno Olmi: “Ho visto soltanto un pezzetto di tg e mi è bastato. È una scena da Circo Massimo, con le belve e i gladiatori. Come Piazzale Loreto, spettacolarizza la morte ma non serve a nulla. Saddam doveva scontare i suoi crimini rimanendo in carcere per tutta la vita”. C’erano state altre immagini, quelle della cattura, con l’ispezione della bocca. Anche allora la Chiesa, sempre con le parole del card. Martino, protestò: non si tratta un uomo come una vacca cui si controllano i denti. La Chiesa proclama che la vita va difesa dal concepimento alla morte naturale. E la pena di morte non è una morte naturale.
Antonio Cassese ha detto: gli Usa sostengono che in Iraq all’arbitrio si è sostituta la legge. Ma non è vero. Il processo non è stato regolare, nessun tribunale internazionale riconosce la pena di morte. In questo modo non si possono celebrare processi per crimini ancora più gravi: armi chimiche contro i curdi iracheni (1988), già usate (secondo la stessa ammissione di Saddam Hussein) nella guerra contro l’Iran (1980-88) - con i gas forniti dagli Usa per la guerra contro Khomeini, , l’aggressione al Kuwait (1990), la repressione dei curdi e degli sciiti (1991). Perché non si è voluto mettere sotto processo crimini così gravi?
Non è sospetta questa fretta di dare la morte? Non sarebbe stato meglio far luce su fatti complessi, cercare tutte le responsabilità, punire tutti i colpevoli, cercare di rendere un minimo di giustizia a tutte le vittime?
Poteva essere l’occasione per dare respiro al diritto internazionale. Invece non si è accettata la giurisdizione del Tribunale Penale Internazionale, creato con tanta fatica e tanti sforzi. Si è preferito un tribunale fatto dai vincitori militari, stipendiato da forze esterne, con una composizione modificata più volte in corso di processo perché percorresse binari già stabiliti. Questo non è Occidente, questo non è legalità, questo non ci appartiene. Ha detto il senatore Usa Mario Cuomo: “Ci siamo abbassati ai suoi [di Saddam] standard, perdendo un’occasione per mostrare all’Iraq e al mondo la strada della civiltà”.
Ci sono motivi morali che ci spingono a negare la legittimità della pena di morte nel mondo contemporaneo. Anche quella di un dittatore sanguinario e pericoloso. Ma i motivi morali non sono in contrasto con i motivi di giustizia e di sicurezza internazionale. C’erano altri mezzi per far valere la giustizia. Mezzi soprattutto coerenti non solo con il fine morale, ma anche con quello giuridico e politico. Forse si è fatto un favore all’odio, al terrorismo, a chi vuol presentare l’Occidente come il nemico. Uccidere il dittatore può essere anche un modo per coprire altre responsabilità: Questo vale per tanti casi. Mussolini avrebbe potuto raccontare molti retroscena delle vicende italiane, così come Ceausescu. Morale e diritto non hanno ragioni contrapposte. Cercano la verità e la giustizia, senza cedere alle emozioni e all’inganno.
21 gennaio 2007 alle 09:29
Qualcuno a suo tempo aveva detto: “attenzione ad esportare la democrazia. Magari va a finire che noi rimaniamo senza”. Temo che le prigioni di Abu Graib, l’uccisione di civili, il processo di Saddam non abbiano dato una grande immagine della democrazia. Non parliamo di quanto siano state risibili le risentite proteste dell’attuale governo iracheno per le “ingerenze” europee nei propri affari interni…
Vasco