Una libertà più grande di tutte le regole: la fede e la storia
di Anselmo Grotti
Ultimo capitolo della Regola di san Benedetto (n. 73): “Questa regola non contiene la totalità di ciò che è giusto”. È una frase di infinita libertà. Benedetto è consapevole dell’importanza della stabilità, della disciplina di vita. Nella Regola organizza nei minimi particolari la vita dei monaci, sia pure con grande equilibrio. E tuttavia termina con queste parole meravigliose: nessun testo, nessuna incarnazione storica, nessuna realtà terrena – per quanto buone, sante e giuste possano essere – sequestra in sé l’infinita ricchezza della fede.
Quello che sbrigativamente chiamiamo “buio medioevo” continua a illuminare anche i nostri difficili giorni, quando – ancora una volta – da più parti si vorrebbe ridurre il cristianesimo e la fede a un’arma con cui far valere le proprie ragioni, le proprie opinioni, il proprio “particolare”.Il cristianesimo ridotto a strumento di parte è un’aberrazione. C’è chi ha detto che l’Italia non deve essere un Paese multietnico, ma “degli italiani” e “cattolico”. Le parole sono importanti e se cominciamo a fare confusione non abbiamo scampo. “Cattolico” vuol dire “universale”, e non può essere un’etichetta per tagliare fuori qualcuno. Non è buonismo o irenismo: è la consapevolezza della grandezza della fede, e della provvisorietà e parzialità di ogni nostra realizzazione, per quanto necessaria. Al recente convegno di Verona è stato autorevolmente detto che “è meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo”. Se è vero che i capi di certe cosche mafiose si riuniscono periodicamente nei santuari in occasione di feste patronali e di pellegrinaggi religiosi, è evidente che non è sufficiente andare in chiesa per essere buoni cristiani.L’allora cardinale Ratzinger si espresse tempo fa con queste parole: ”È diffusa anche in ambienti ecclesiastici elevati l’idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più impegnata in attività ecclesiali” (1990, Meeting di Rimini). Dobbiamo ringraziare Benedetto XVI per il coraggio con il quale è andato in Turchia, nonostante le difficoltà, dimostrando che si può e si deve coltivare la coerenza con la propria fede assieme all’ascolto e alla sincera apertura all’altro. La preghiera nella Moschea Blu accanto al Gran Muftì ha scompaginato gli alfieri della guerra santa e dello scontro di civiltà. Quelli stessi che rimasero spiazzati dalla ferma volontà di Giovanni Paolo II di non dare alla guerra in Iraq nessuna giustificazione di carattere religioso, come certi ambienti avrebbero voluto.Custodire come un tesoro prezioso il capitolo 73 della Regola di san Benedetto è il presupposto più importante per un vero dialogo. Noi non possediamo la verità, e non per questo siamo scettici o disincantati. C’è una importante osservazione di Kant da meditare: : “A volte si pensa che un potere superiore potrebbe toglierci la facoltà di comunicare, ma non potrebbe mai toglierci la facoltà di pensare“. Apparentemente sembra così, perché io posso sì privare della libertà di stampa, ma ciò che passa nelle menti sembrerebbe rimanere libero. In realtà il pensiero di Kant va oltre e ci lascia una certa inquietudine: “Ma chiediamoci quanto in realtà penseremmo e soprattutto quanto liberamente penseremmo se non avessimo la facoltà di comunicare ad altri i nostri pensieri e se altri non potessero comunicarli a noi”.
8 marzo 2007 alle 23:22
E’ UNA QUESTIONE CENTRALE.. CREDO… non possediamo la verità …il vangelo è un incontro trasformante che come comunità e come persone abbiamo fatto… nell’imperfezione di questa bella e faticosa esistenza…
se è così, non abbiamo ricette per annunciare Gesù “qui ed ora”, nè risposte predeterminate, nècrociate, nè giudizi…la strada è un’altra, quella della gaudium et spes… credo…
Ri-assumere la categoria del discernimento come categoria della presenza della chiesa del mondo, come categoria dell’annuncio, significa avere il coraggio di mettersi in discussione, di assumere la ricerca come categoria costitutiva, di abbandonare la pretesa che la verità del vangelo sia un concetto definitivamente acquisito e posseduto, e non piuttosto una Persona. Discernimento e ricerca dicono l’assunzione dell’imperfezione come categoria ontologica dell’annuncio nella storia (cfr. GS 40). Imperfezione che – è chiaro – non appartiene all’Oggetto, bensì ai suoi custodi e testimoni, a chi annuncia e anche al destinatario, nonché al luogo stesso della salvezza, la storia.
Riconoscere il carattere dell’imperfezione come strutturale vuol dire accogliere la logica del “già e non ancora”, della gradualità, della migliore soluzione possibile qui ed ora. Una profezia che si fa storia non può pretendere di possedere e offrire l’annuncio nella sua purezza, né di trarne solo una denuncia sui principi … deve coraggiosamente lavorare ad una continua auto purificazione, imparando a liberare il cuore dell’annuncio dalle forme storiche che necessariamente esso ha assunto – e che rischiano di soffocarlo. Deve rischiare la ricerca di soluzioni, di percorsi umanamente sempre più autentici, il più possibile condivisibili – anche da chi credente non è; capaci di migliorare la vita delle persone qui ed ora; con la consapevolezza che non si tratta ancora del Regno (e che, anzi, l’Avvento del Regno mantiene una sua feconda, inafferrabile ulteriorità).
Solo una comunità aperta e dinamica, in grado di valorizzare tutti i carismi, può affrontare un simile compito. Una chiesa-corpo una chiesa tutta sinodale, nella quale ogni membro è ed è davvero ritenuto essenziale alla vita di tutti e del tutto. Una chiesa dove la diversità è percepita come dono fecondo: le diversità di genere, le diverse esperienze sociali, culturali, le diverse opzioni politiche. Dove il dialogo, il confronto, la molteplicità – persino le divergenze e i contrasti di opinione – sono accolti e stimolati come fonte di accrescimento reciproco, come contributo all’unica missione, poiché volti alla migliore testimonianza possibile qui ed ora. In essa i laici, con le loro specifiche competenze, assumono un ruolo decisamente significativo, poiché l’interpretazione della realtà (“un mondo che cambia”) non può che essere opera di una paziente ricostruzione scientifica nella quale non vi è soluzione già data, per cui è necessario adottare lo stile dell’ascolto, valorizzare ogni contributo ed esperienza, anche quelli più critici, fino alla riflessione dei non credenti: aperta e dialogica, o critica ed aggressiva, essa rappresenta uno stimolo per un annuncio sempre più credibile.
Una comunità così concepita (conciliare) è possibile nella misura in cui i laici non si percepiranno, né saranno vissuti come ‘operatori’ (collaboratori parrocchiali), quasi funzionali, strumentali, in relazione a determinati compiti che vengono loro delegati o assegnati. In una chiesa tutta sinodale (ministeriale), senza confusione di carismi, vi sarà necessità di laici competenti delle due città, capaci di apportare un contributo scientifico al discernimento comunitario, dalla comprensione del proprio tempo (e delle singole questioni), alla lettura credente (spirituale) degli eventi, fino alla fase progettuale e propositiva di tutta la vita della comunità (cfr. GS 43). E questo evitando separazioni manichee ed infruttuose: la liturgia e la catechesi, da una parte, e la carità, dall’altra; o ancora la comunione e la missione, il dentro e il fuori, la fede e la vita… Laici capaci, per un verso, da adulti, di contribuire alla laicità di tutta la chiesa, alla sua ‘mondità’: le ansie e le speranze degli uomini di oggi vanno sempre, nuovamente, condotte nel cuore della vita (liturgica catechetica, caritativa…). E, dall’altro, in grado, nella libertà e nella fatica della storicità (secondo l’autonomia delle cose temporali) di assumersi le proprie responsabilità nella città dell’uomo. Ben consci di agire nel ‘perfettibile’ (e perciò secondo la categoria dell’imperfezione), dovendo scegliere per una soluzione parziale, ma interiormente illuminati dalla prospettiva ultima, orientante e vivificante del Regno. Capaci di collaborare, da un lato, al cammino di una chiesa che, rinunciando ad ogni tentazione di potere temporale (magari usato per un nobile fine), ha a cuore gli ultimi di questo mondo ed il massimo bene comune della comunità umana; e, dall’altro, ad una città dell’uomo più giusta, solidale, fraterna. Nella consapevolezza, né l’una, né l’altra sono – né potranno mai essere – il Regno, ma alla chiesa spetta l’impari compito di doverlo sempre, nuovamente, umilmente, imperfettamente, perfettibilmente annunciarlo.