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	<title>Commenti a: Bene comune e &#8220;valori non negoziabili&#8221; in una società postsecolare. L&#8217;impegno dell&#8217;Azione Cattolica</title>
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	<description>Azione Cattolica e impegno culturale</description>
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		<title>Di: Dialoghi.net &#187; Blog Archive &#187; Documenti</title>
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		<dc:creator>Dialoghi.net &#187; Blog Archive &#187; Documenti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 10:52:38 +0000</pubDate>
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		<description>[...] A.C.I. - Centro Studi, Bene Comune e &#8220;valori non negoziabili&#8221; in una società postsecolare. L&#8217;impegno del... [...]</description>
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		<title>Di: Dialoghi.net &#187; Blog Archive &#187; I materiali</title>
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		<dc:creator>Dialoghi.net &#187; Blog Archive &#187; I materiali</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 06:36:45 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Bene Comune e “valori non negoziabili” in una società postsecolare. L’impegno dell’Azione C..., A.C.I. - Centro Studi, Seminario di studio, 4 novembre 2006 [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Bene Comune e “valori non negoziabili” in una società postsecolare. L’impegno dell’Azione C&#8230;, A.C.I. &#8211; Centro Studi, Seminario di studio, 4 novembre 2006 [...]</p>
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		<title>Di: Franco Riva</title>
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		<dc:creator>Franco Riva</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2007 08:42:04 +0000</pubDate>
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		<description>Nota del 3 novembre 2006

Franco Riva

In merito all’incontro su &quot;Bene comune e valori non negoziabili&quot;, condivido sia i motivi ispiratori sia la necessità di una riflessione sugli ambiti problematici, di cui i testi allegati all’invito ci danno una mappa e un’inizio di riflessione.
Da un punto di vista filosofico, ed etico-filosofico, a me sembra importante anche seguire un filo di riflessione trasversale che attraversa tutti gli ambiti problematici al momento elencati.
Sentirei infatti l’esigenza di riflettere pure su di un livello per così dire categoriale, non per ritornare sui massimi sistemi o per esimersi dall’impegno in ambiti concreti da scandagliare, ma per un’altra ragione.

Tra le difficoltà del politico e del sociale sembra infatti di poter rubricare oggi anche una difficoltà sempre più vistosa che investe il livello concettuale e terminologico, dal momento che per un verso sembra che le forze in campo nel dibattito pubblico facciano appello a un prontuario di valori in qualche modo comuni, e che utilizzino per lo più lo stesso vocabolario, ma per un altro verso dietro ai cosiddetti valori comuni si nascondono interpretazioni e significati ben differenti tra di loro.
Tenere aperto uno spiraglio in questa direzione mi sembra importante sia per vigilare sia per distinguere. Una riflessione di tipo etico penso possa servire in merito per riflettere di nuovo sul significato di certe parole, che sembrano appunto scontate ma che rischiano, per invecchiamento o per trasversalità, di dire poi poco nel momento stesso in cui vengono utilizzate.

Faccio due esempi di possibile riflessione in merito.

1) Il tema della partecipazione.
Il tema della partecipazione sembra per diversi aspetti scontato, tanto è essenziale alla convivenza democratica. Tuttavia, questa ovvietà del concetto non si dà nella prassi sociale e politica normale, dove la partecipazione si trova spesso ridotta al puro consenso, all’applauso, alla piazza.
Il tema della partecipazione, d’altra parte, è essenziale ai fini di una convivenza democratica, ed incide sulla stessa Costituzione e sulle problematiche della sua revisione.
Una riflessione in merito di tipo pre-politico forse può aiutare.
In proposito indico la tensione tra partecipazione e decisione pubblica come utile per reinquadrare oggi il problema.

2) Il tema della solidarietà.
Il tema della solidarietà è un motivo classico della dottrina sociale. Oggi però non è più una prerogativa esclusiva, perché se ne parla diffusamente e mediaticamente con una certa insistenza. Ma cosa s’intende esattamente? Non può valere anche in questo caso l’esigenza di una riflessione che, avendo di mira l’applicativo, mediti anche sulle sue radici, sui possibili equivoci e, perché no, anche sulle sue retoriche?
Suggerisco, in definitiva, un modo di riflessione morbido, che stia sui problemi concreti e che, nello stesso tempo, rivisiti e riattualizzi il quadro entro cui vengono pensati, evitando però lo schema di pensiero, che mi sembra un po’ invecchiato, che prevede un piano fondativo ma separato, ed uno invece applicativo e derivato.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Nota del 3 novembre 2006</p>
<p>Franco Riva</p>
<p>In merito all’incontro su &#8220;Bene comune e valori non negoziabili&#8221;, condivido sia i motivi ispiratori sia la necessità di una riflessione sugli ambiti problematici, di cui i testi allegati all’invito ci danno una mappa e un’inizio di riflessione.<br />
Da un punto di vista filosofico, ed etico-filosofico, a me sembra importante anche seguire un filo di riflessione trasversale che attraversa tutti gli ambiti problematici al momento elencati.<br />
Sentirei infatti l’esigenza di riflettere pure su di un livello per così dire categoriale, non per ritornare sui massimi sistemi o per esimersi dall’impegno in ambiti concreti da scandagliare, ma per un’altra ragione.</p>
<p>Tra le difficoltà del politico e del sociale sembra infatti di poter rubricare oggi anche una difficoltà sempre più vistosa che investe il livello concettuale e terminologico, dal momento che per un verso sembra che le forze in campo nel dibattito pubblico facciano appello a un prontuario di valori in qualche modo comuni, e che utilizzino per lo più lo stesso vocabolario, ma per un altro verso dietro ai cosiddetti valori comuni si nascondono interpretazioni e significati ben differenti tra di loro.<br />
Tenere aperto uno spiraglio in questa direzione mi sembra importante sia per vigilare sia per distinguere. Una riflessione di tipo etico penso possa servire in merito per riflettere di nuovo sul significato di certe parole, che sembrano appunto scontate ma che rischiano, per invecchiamento o per trasversalità, di dire poi poco nel momento stesso in cui vengono utilizzate.</p>
<p>Faccio due esempi di possibile riflessione in merito.</p>
<p>1) Il tema della partecipazione.<br />
Il tema della partecipazione sembra per diversi aspetti scontato, tanto è essenziale alla convivenza democratica. Tuttavia, questa ovvietà del concetto non si dà nella prassi sociale e politica normale, dove la partecipazione si trova spesso ridotta al puro consenso, all’applauso, alla piazza.<br />
Il tema della partecipazione, d’altra parte, è essenziale ai fini di una convivenza democratica, ed incide sulla stessa Costituzione e sulle problematiche della sua revisione.<br />
Una riflessione in merito di tipo pre-politico forse può aiutare.<br />
In proposito indico la tensione tra partecipazione e decisione pubblica come utile per reinquadrare oggi il problema.</p>
<p>2) Il tema della solidarietà.<br />
Il tema della solidarietà è un motivo classico della dottrina sociale. Oggi però non è più una prerogativa esclusiva, perché se ne parla diffusamente e mediaticamente con una certa insistenza. Ma cosa s’intende esattamente? Non può valere anche in questo caso l’esigenza di una riflessione che, avendo di mira l’applicativo, mediti anche sulle sue radici, sui possibili equivoci e, perché no, anche sulle sue retoriche?<br />
Suggerisco, in definitiva, un modo di riflessione morbido, che stia sui problemi concreti e che, nello stesso tempo, rivisiti e riattualizzi il quadro entro cui vengono pensati, evitando però lo schema di pensiero, che mi sembra un po’ invecchiato, che prevede un piano fondativo ma separato, ed uno invece applicativo e derivato.</p>
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		<title>Di: Franco Venturella</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-40</link>
		<dc:creator>Franco Venturella</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:59:55 +0000</pubDate>
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		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Franco Venturella

Mi ricollego brevemente ad alcuni aspetti già ampiamente trattati.
Vorrei in primo luogo che venisse, da parte dell’Associazione, un forte rilancio del Concilio, eliminando tutto ciò che dalla percezione esterna possa essere avvertito come paletto-impedimento non voluto. L’espressione “valori non negoziabili” si presta facilmente ad equivoci e può suscitare molte perplessità, che anche nel dibattito sono emerse: non si comprenderebbe, infatti, soprattutto dalla gente comune, quali valori siano negoziabili e quali no. Se sono valori, valgono per se stessi. Questa distinzione potrebbe essere motivata da esigenze di elaborazione e di approfondimento teorico, ma che difficilmente può essere compresa a livello “popolare”. La definizione “non negoziabile” potrebbe significare indisponibilità ad aprire un dialogo con gli altri, mentre occorre offrire ragioni e motivi argomentati di analisi e confronto dialettico. Noi dobbiamo restituire al popolo di Dio, ma anche agli altri uomini, la dimensione dialogale del Concilio, cioè di una Chiesa capace di aprirsi al mondo, di una Chiesa che non si chiude all’alterità, che sa confrontarsi con gli apporti delle culture contemporanee e della ricerca. La Chiesa ha sempre fatto quest’opera di mediazione paziente, riuscendo a comprendere, attraverso i segni dei tempi, ciò che era coerente con le esigenze del Vangelo.
Allora il dialogo dovrebbe essere – credo – la dimensione costitutiva dell’essere relazionale, ma anche la via per la ricerca dell’umano fondamentale. Noi oggi possiamo recuperare il dialogo con le diverse culture, se ricerchiamo insieme ciò che è veramente degno dell’uomo. L’impegno per i Diritti umani e per il bene comune può essere condiviso con altri uomini di buona volontà. Allora qui si apre un cammino di esplorazione consapevole, assieme a tante altre persone, credenti e non credenti. Naturalmente a partire dall’Associazione, nel suo complesso, aiutandola innanzitutto a maturare una maggiore coscienza ecclesiale e civile. Sono due dimensioni che devono stare insieme.
Credo sia necessario compiere un ulteriore sforzo significativo, mediante la creazione di luoghi di riflessione e di ricerca che non siano soltanto di livello “alto”, ma che costituiscano una condizione, un modo di essere, lo stile normale delle nostre comunità diocesane.
C’è poi la possibilità di costruire percorsi praticabili anche di nuova coscienza civile e di cittadinanza. Un tema fondamentale su cui mi trovo ampiamente d’accordo è quello dei diritti umani: esso è un terreno concreto di incontro, di dialogo interculturale, interreligioso.
Sono grato al Presidente Monticone, che ha rimesso in gioco la domanda su quale tipo di Chiesa noi vogliamo. Perché non è indifferente comprendere a quale ecclesiologia facciamo riferimento, quale Chiesa noi vogliamo impiantare, vogliamo costruire, in che modo recuperare il dialogo con la società civile e con il mondo.
Un’ultima cosa volevo dire: accanto a tutti gli Istituti che questa mattina sono qui rappresentati, vi è l’Istituto “G. Lazzati” del Movimento d’Impegno Educativo di AC che si occupa dello studio delle problematiche educative e che potrebbe essere coinvolto in altre occasioni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Franco Venturella</p>
<p>Mi ricollego brevemente ad alcuni aspetti già ampiamente trattati.<br />
Vorrei in primo luogo che venisse, da parte dell’Associazione, un forte rilancio del Concilio, eliminando tutto ciò che dalla percezione esterna possa essere avvertito come paletto-impedimento non voluto. L’espressione “valori non negoziabili” si presta facilmente ad equivoci e può suscitare molte perplessità, che anche nel dibattito sono emerse: non si comprenderebbe, infatti, soprattutto dalla gente comune, quali valori siano negoziabili e quali no. Se sono valori, valgono per se stessi. Questa distinzione potrebbe essere motivata da esigenze di elaborazione e di approfondimento teorico, ma che difficilmente può essere compresa a livello “popolare”. La definizione “non negoziabile” potrebbe significare indisponibilità ad aprire un dialogo con gli altri, mentre occorre offrire ragioni e motivi argomentati di analisi e confronto dialettico. Noi dobbiamo restituire al popolo di Dio, ma anche agli altri uomini, la dimensione dialogale del Concilio, cioè di una Chiesa capace di aprirsi al mondo, di una Chiesa che non si chiude all’alterità, che sa confrontarsi con gli apporti delle culture contemporanee e della ricerca. La Chiesa ha sempre fatto quest’opera di mediazione paziente, riuscendo a comprendere, attraverso i segni dei tempi, ciò che era coerente con le esigenze del Vangelo.<br />
Allora il dialogo dovrebbe essere – credo – la dimensione costitutiva dell’essere relazionale, ma anche la via per la ricerca dell’umano fondamentale. Noi oggi possiamo recuperare il dialogo con le diverse culture, se ricerchiamo insieme ciò che è veramente degno dell’uomo. L’impegno per i Diritti umani e per il bene comune può essere condiviso con altri uomini di buona volontà. Allora qui si apre un cammino di esplorazione consapevole, assieme a tante altre persone, credenti e non credenti. Naturalmente a partire dall’Associazione, nel suo complesso, aiutandola innanzitutto a maturare una maggiore coscienza ecclesiale e civile. Sono due dimensioni che devono stare insieme.<br />
Credo sia necessario compiere un ulteriore sforzo significativo, mediante la creazione di luoghi di riflessione e di ricerca che non siano soltanto di livello “alto”, ma che costituiscano una condizione, un modo di essere, lo stile normale delle nostre comunità diocesane.<br />
C’è poi la possibilità di costruire percorsi praticabili anche di nuova coscienza civile e di cittadinanza. Un tema fondamentale su cui mi trovo ampiamente d’accordo è quello dei diritti umani: esso è un terreno concreto di incontro, di dialogo interculturale, interreligioso.<br />
Sono grato al Presidente Monticone, che ha rimesso in gioco la domanda su quale tipo di Chiesa noi vogliamo. Perché non è indifferente comprendere a quale ecclesiologia facciamo riferimento, quale Chiesa noi vogliamo impiantare, vogliamo costruire, in che modo recuperare il dialogo con la società civile e con il mondo.<br />
Un’ultima cosa volevo dire: accanto a tutti gli Istituti che questa mattina sono qui rappresentati, vi è l’Istituto “G. Lazzati” del Movimento d’Impegno Educativo di AC che si occupa dello studio delle problematiche educative e che potrebbe essere coinvolto in altre occasioni.</p>
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	<item>
		<title>Di: Paolo Nepi</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-39</link>
		<dc:creator>Paolo Nepi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:59:05 +0000</pubDate>
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		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Paolo Nepi

Propongo tre spunti di riflessione. Poiché si tratta di un Seminario di studio, accentuerò volutamente gli aspetti problematici del discorso.

* Prima riflessione. Il primo spunto di riflessione riguarda la caratterizzazione storica del discorso che stiamo facendo. Dicendo “società postsecolare” non si dice infatti una cosa secondaria, come se si trattasse di una descrizione del tutto neutrale: il “postsecolare” afferma una caratteristica determinante del nostro tempo, con cui occorre confrontarsi con adeguati strumenti critici. Perché qualificandola come “postsecolare” significa affermare che questo modello di società viene dopo le religioni secolari, ovvero dopo i grandi messianismi politici. Significa, con questa denominazione, dichiarare la consapevolezza che si parla anche della società del relativismo, del nichilismo, della crisi della ragione.
La cultura cristiana si è sempre confrontata con l’interlocutore tenendo conto del punto di vista da cui parte quest’ultimo. Bisogna allora veramente rendersi conto che parlare di “valori non negoziabili in una società postsecolare” significa rivendicare per tutti il diritto ad un fondamentalismo assiologico. Le religioni secolari erano forme estreme di razionalizzazione secolarizzata, che hanno messo in questione l’essenza stessa del cristianesimo in quanto religione con una intrinseca dimensione escatologica. Le religioni secolari trovano il loro paradigma nel progetto feuerbachiano del rovesciamento della teologia in antropologia. La cultura cristiana si è confrontata a lungo con le religioni secolari, attraverso un lento processo di dialogo critico, e trovando di volta in volta punti di convergenza senza mai rinunciare alla sua specifica dimensione escatologica, in nome della quale ha denunciato il pericoloso assolutismo terreno delle religioni secolari.
La società postsecolare, pertanto, non è soltanto una cornice dentro la quale si colloca il discorso, ma è qualcosa di determinante rispetto al discorso che stiamo facendo anche sui valori. Dove trovano oggi il loro fondamento i valori? Nella ragione? Mi sembra che oggi la razionalità, anche quella secolarizzata delle ideologie e delle religioni secolari, sia in forte crisi. Oggi le emozioni valgono molto di più della ragione, cosa che si può facilmente verificare anche nel vissuto delle comunità cristiane. Capita, certamente più frequentemente di un tempo, di incontrare dei sacerdoti che assomigliano a degli sciamani piuttosto che alla figura tradizionale del sacerdote. In questo contesto, di passioni più che di ragioni, c’è il rischio che ciascun individuo e ciascun gruppo si senta legittimato a farsi paladino di valori non negoziabili senza strumenti razionali di mediazione e di dialogo. Quesito riassuntivo di questa prima riflessione: la cultura della mediazione e del dialogo è praticabile solo con le religioni secolari e non più con quella del nichilismo relativistico della società postsecolare?

* Seconda riflessione. Credo che valga ancora la pena, all’interno del discorso che siamo venuti facendo, ricorrere alla distinzione tra teorico e pratico, cioè tra il livello “teorico-filosofico” e quello “pratico-politico”. Se si dice “valori non negoziabili”, occorre infatti precisare a quale livello ci si colloca. Perché sul terreno teorico-filosofico, i valori certamente non sono negoziabili. Ma sul terreno della prassi, ossia sul terreno della politica, del bene comune (“casa comune”) in cui tutti i cittadini devono vivere assieme, il più possibile in una giusta e pacifica convivenza, dobbiamo trovare forme di incontro con tutti gli altri, a loro volta portatori legittimi, in una società democratica, di valori non negoziabili.
A questo riguardo mi sembra interessante il discorso pronunciato da Jaques Maritain all’Assemblea dell’UNESCO a Città del Messico nel 1947. L’Assemblea era stata organizzata in vista della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che sarebbe stata proclamata l’anno successivo dalle Nazioni Unite. Maritain si chiedeva come può avvenire la cooperazione in un mondo diviso. Diviso da che cosa? Proprio da concezioni del mondo non solo diverse ma opposte, ossia da valori ritenuti da tutti, ciascuno dal suo punto di vista, non negoziabili. In questa situazione, osservava Maritain, l’accordo può avvenire «non in base ad un pensiero speculativo, ma in base ad un pensiero pratico comune, non per l’affermazione di una medesima concezione del mondo, dell’uomo e della conoscenza, bensì per quella di uno stesso insieme di convinzioni che guidano l’agire. È poco senza dubbio, è l’estremo rifugio per l’accordo degli spiriti, sufficiente tuttavia per iniziare la grande opera».
Il bene comune si colloca appunto a livello pratico, anche se non bisogna affatto trascurare i riferimenti ad un piano teorico-filosofico di riferimento. Se infatti lo consideriamo solo a livello teorico-filocofico ci imbattiamo in una insolubile difficoltà. Pur essendo una espressione bella e fortemente evocativa, ne possiamo vedere immediatamente anche i limiti. Sul piano puramente teorico, infatti, parlare di bene comune è come parlare di una verità comune. Non c’è molta differenza tra dire bene comune e verità comune. È evidente che dire “verità comune” significa dire una banalità. Non esiste una verità comune oggi se non sul piano delle verità empiriche, ma sul piano assiologico una verità comune non esiste, quindi non esiste neanche un bene comune sul piano teorico-filosofico. Però esiste un bene comune in relazione alle attuazioni pratiche, alle realizzazioni pratiche. Diceva Carmelo Vigna: ci sono alcune cose evidenti a tutti, ad esempio l’esecrazione della coscienza morale di fronte al bambino che viene violentato. D’accordo. Però poi la tutela pratica, ad esempio sul piano giuridico, di questo valore è frutto di un negoziato. La tutela del valore, non negoziabile sul piano dell’affermazione di principio, sul piano della prassi ha necessariamente un livello di negoziazione, cioè di mediazione tra le varie proposte.

* Terza riflessione. Come esempio di questa necessità di mediazione pratica sui valori, mi viene da riflettere su quella che è stata l’esperienza del referendum dell’anno scorso sulla legge 40. Qui la Chiesa italiana nelle sue massime espressioni (fino al punto che quasi ha messo in imbarazzo qualcuno) ha fatto una vera e propria opera di calcolo se non proprio di negoziazione, o perlomeno di utilizzo di uno strumento come quello referendario attraverso diciamo una mediazione tipicamente politica, dunque laicale e secolare. Il risultato del referendum avrebbe potuto fare piazza pulita della Legge 40, riportando la situazione ad una totale deregolamentazione della materia. A quel punto si è scelto la difesa di una legge imperfetta, che non è sicuramente espressione della posizione della Chiesa, rispetto ad un vuoto legislativo che sarebbe stata certamente una soluzione peggiore.
Il referendum, anche nelle sue modalità problematiche come il ricorso all’astensione, è stato usato dunque razionalmente e consapevolmente (e a mio parere legittimamente) come strumento di calcolo negoziale - in un certo senso – in dialogo con il corpo elettorale. Tanto che su quella posizione c’è stato anche un largo consenso, perfino al di là di quello che è – per così dire – il popolo credente, e questa operazione è stata guidata dalla Chiesa che si è coinvolta con i suoi massimi vertici istituzionali.
Ora mi chiedo: che questo lo possa fare la Chiesa ai suoi massimi vertici, mentre al laicato cattolico viene richiesta la difesa ad oltranza dei valori non negoziabili sul piano specifico della secolarità e della laicità della politica, mi sembra aprire uno dei problemi su cui la Chiesa italiana ha bisogno di chiarirsi. Che la Chiesa compia una legittima mediazione di natura politica attraverso il coinvolgimento delle sue più alte cariche istituzionali, mentre su questi temi i laici impegnati vengano invece chiamati a raccolta sui valori non negoziabili, mi sembra aprire il problema del riconoscimento dei ruoli e dei carismi specifici dentro la comunità ecclesiale.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Paolo Nepi</p>
<p>Propongo tre spunti di riflessione. Poiché si tratta di un Seminario di studio, accentuerò volutamente gli aspetti problematici del discorso.</p>
<p>* Prima riflessione. Il primo spunto di riflessione riguarda la caratterizzazione storica del discorso che stiamo facendo. Dicendo “società postsecolare” non si dice infatti una cosa secondaria, come se si trattasse di una descrizione del tutto neutrale: il “postsecolare” afferma una caratteristica determinante del nostro tempo, con cui occorre confrontarsi con adeguati strumenti critici. Perché qualificandola come “postsecolare” significa affermare che questo modello di società viene dopo le religioni secolari, ovvero dopo i grandi messianismi politici. Significa, con questa denominazione, dichiarare la consapevolezza che si parla anche della società del relativismo, del nichilismo, della crisi della ragione.<br />
La cultura cristiana si è sempre confrontata con l’interlocutore tenendo conto del punto di vista da cui parte quest’ultimo. Bisogna allora veramente rendersi conto che parlare di “valori non negoziabili in una società postsecolare” significa rivendicare per tutti il diritto ad un fondamentalismo assiologico. Le religioni secolari erano forme estreme di razionalizzazione secolarizzata, che hanno messo in questione l’essenza stessa del cristianesimo in quanto religione con una intrinseca dimensione escatologica. Le religioni secolari trovano il loro paradigma nel progetto feuerbachiano del rovesciamento della teologia in antropologia. La cultura cristiana si è confrontata a lungo con le religioni secolari, attraverso un lento processo di dialogo critico, e trovando di volta in volta punti di convergenza senza mai rinunciare alla sua specifica dimensione escatologica, in nome della quale ha denunciato il pericoloso assolutismo terreno delle religioni secolari.<br />
La società postsecolare, pertanto, non è soltanto una cornice dentro la quale si colloca il discorso, ma è qualcosa di determinante rispetto al discorso che stiamo facendo anche sui valori. Dove trovano oggi il loro fondamento i valori? Nella ragione? Mi sembra che oggi la razionalità, anche quella secolarizzata delle ideologie e delle religioni secolari, sia in forte crisi. Oggi le emozioni valgono molto di più della ragione, cosa che si può facilmente verificare anche nel vissuto delle comunità cristiane. Capita, certamente più frequentemente di un tempo, di incontrare dei sacerdoti che assomigliano a degli sciamani piuttosto che alla figura tradizionale del sacerdote. In questo contesto, di passioni più che di ragioni, c’è il rischio che ciascun individuo e ciascun gruppo si senta legittimato a farsi paladino di valori non negoziabili senza strumenti razionali di mediazione e di dialogo. Quesito riassuntivo di questa prima riflessione: la cultura della mediazione e del dialogo è praticabile solo con le religioni secolari e non più con quella del nichilismo relativistico della società postsecolare?</p>
<p>* Seconda riflessione. Credo che valga ancora la pena, all’interno del discorso che siamo venuti facendo, ricorrere alla distinzione tra teorico e pratico, cioè tra il livello “teorico-filosofico” e quello “pratico-politico”. Se si dice “valori non negoziabili”, occorre infatti precisare a quale livello ci si colloca. Perché sul terreno teorico-filosofico, i valori certamente non sono negoziabili. Ma sul terreno della prassi, ossia sul terreno della politica, del bene comune (“casa comune”) in cui tutti i cittadini devono vivere assieme, il più possibile in una giusta e pacifica convivenza, dobbiamo trovare forme di incontro con tutti gli altri, a loro volta portatori legittimi, in una società democratica, di valori non negoziabili.<br />
A questo riguardo mi sembra interessante il discorso pronunciato da Jaques Maritain all’Assemblea dell’UNESCO a Città del Messico nel 1947. L’Assemblea era stata organizzata in vista della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che sarebbe stata proclamata l’anno successivo dalle Nazioni Unite. Maritain si chiedeva come può avvenire la cooperazione in un mondo diviso. Diviso da che cosa? Proprio da concezioni del mondo non solo diverse ma opposte, ossia da valori ritenuti da tutti, ciascuno dal suo punto di vista, non negoziabili. In questa situazione, osservava Maritain, l’accordo può avvenire «non in base ad un pensiero speculativo, ma in base ad un pensiero pratico comune, non per l’affermazione di una medesima concezione del mondo, dell’uomo e della conoscenza, bensì per quella di uno stesso insieme di convinzioni che guidano l’agire. È poco senza dubbio, è l’estremo rifugio per l’accordo degli spiriti, sufficiente tuttavia per iniziare la grande opera».<br />
Il bene comune si colloca appunto a livello pratico, anche se non bisogna affatto trascurare i riferimenti ad un piano teorico-filosofico di riferimento. Se infatti lo consideriamo solo a livello teorico-filocofico ci imbattiamo in una insolubile difficoltà. Pur essendo una espressione bella e fortemente evocativa, ne possiamo vedere immediatamente anche i limiti. Sul piano puramente teorico, infatti, parlare di bene comune è come parlare di una verità comune. Non c’è molta differenza tra dire bene comune e verità comune. È evidente che dire “verità comune” significa dire una banalità. Non esiste una verità comune oggi se non sul piano delle verità empiriche, ma sul piano assiologico una verità comune non esiste, quindi non esiste neanche un bene comune sul piano teorico-filosofico. Però esiste un bene comune in relazione alle attuazioni pratiche, alle realizzazioni pratiche. Diceva Carmelo Vigna: ci sono alcune cose evidenti a tutti, ad esempio l’esecrazione della coscienza morale di fronte al bambino che viene violentato. D’accordo. Però poi la tutela pratica, ad esempio sul piano giuridico, di questo valore è frutto di un negoziato. La tutela del valore, non negoziabile sul piano dell’affermazione di principio, sul piano della prassi ha necessariamente un livello di negoziazione, cioè di mediazione tra le varie proposte.</p>
<p>* Terza riflessione. Come esempio di questa necessità di mediazione pratica sui valori, mi viene da riflettere su quella che è stata l’esperienza del referendum dell’anno scorso sulla legge 40. Qui la Chiesa italiana nelle sue massime espressioni (fino al punto che quasi ha messo in imbarazzo qualcuno) ha fatto una vera e propria opera di calcolo se non proprio di negoziazione, o perlomeno di utilizzo di uno strumento come quello referendario attraverso diciamo una mediazione tipicamente politica, dunque laicale e secolare. Il risultato del referendum avrebbe potuto fare piazza pulita della Legge 40, riportando la situazione ad una totale deregolamentazione della materia. A quel punto si è scelto la difesa di una legge imperfetta, che non è sicuramente espressione della posizione della Chiesa, rispetto ad un vuoto legislativo che sarebbe stata certamente una soluzione peggiore.<br />
Il referendum, anche nelle sue modalità problematiche come il ricorso all’astensione, è stato usato dunque razionalmente e consapevolmente (e a mio parere legittimamente) come strumento di calcolo negoziale &#8211; in un certo senso – in dialogo con il corpo elettorale. Tanto che su quella posizione c’è stato anche un largo consenso, perfino al di là di quello che è – per così dire – il popolo credente, e questa operazione è stata guidata dalla Chiesa che si è coinvolta con i suoi massimi vertici istituzionali.<br />
Ora mi chiedo: che questo lo possa fare la Chiesa ai suoi massimi vertici, mentre al laicato cattolico viene richiesta la difesa ad oltranza dei valori non negoziabili sul piano specifico della secolarità e della laicità della politica, mi sembra aprire uno dei problemi su cui la Chiesa italiana ha bisogno di chiarirsi. Che la Chiesa compia una legittima mediazione di natura politica attraverso il coinvolgimento delle sue più alte cariche istituzionali, mentre su questi temi i laici impegnati vengano invece chiamati a raccolta sui valori non negoziabili, mi sembra aprire il problema del riconoscimento dei ruoli e dei carismi specifici dentro la comunità ecclesiale.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Fabio Mazzocchio</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-38</link>
		<dc:creator>Fabio Mazzocchio</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:58:19 +0000</pubDate>
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		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Fabio Mazzocchio

Prendo le mosse dalla questione sollevata dagli interventi che mi hanno preceduto riguardo la &quot;equivocità&quot; dei termini che compongono il titolo di questo nostro incontro. Vedo in questa equivocità una sfida culturale: dietro questa polisemia c’è infatti anche un progetto di ri-tessitura culturale. Il fatto stesso che per noi oggi cristiani laici, appartenenti in qualche modo ad una certa sensibilità, ci sia difficoltà di ricollocare in modo coerente il tema del bene e dei valori insieme alla questione del secolarismo, indica già una prospettiva complessa, una prospettiva di necessaria ri-articolazione non solo di un lessico, come diceva il Prof. D’Agostino, ma proprio di un’operazione culturale a tutti i livelli che rimetta insieme queste dimensioni in una prospettiva condivisibile. Ciò rappresenta una sfida culturale per l’Azione Cattolica, per il mondo ecclesiale e per il laicato più esigente.
Vorrei mettere in risalto un secondo punto, offertomi dagli stimoli provenienti dalla interessante relazione del Prof. Monticone. Secondo me scommettere oggi su un laicato che ripensa il Concilio in modo originale e operoso non può essere un’attenzione secondaria, se proprio vogliamo tornare ad articolare valori, bene comune e impegno per il bene comune.
Questo significa pensare ad una laicità “in situazione”, una laicità storica, una laicità che assume tutta la fatica della finitezza e della processualità delle cose storiche. Significa anche pensare al bene comune sia come idea regolativa, sia come ciò che i padri del cattolicesimo democratico ci hanno insegnato a definire come un bene di tutti e per tutti concretamente possibile da realizzare.
Penso che le lezioni di Moro, Dossetti, La Pira, De Gasperi non siano superate dal punto di vista della vocazione pubblica del cristianesimo. Ciò significa concretamente provare a ri-pensare anche nuove coordinate per un’autonomia del laicato; coordinate che ci aiutino ad assumere il &quot;travaglio&quot; della sintesi culturale. Un laicato che osa sperare oltre i confini dell’identità e che assume la fatica del confronto, quello quotidiano e non solo teorico, è ciò che la nostra chiesa e il mondo ci chiedono.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Fabio Mazzocchio</p>
<p>Prendo le mosse dalla questione sollevata dagli interventi che mi hanno preceduto riguardo la &#8220;equivocità&#8221; dei termini che compongono il titolo di questo nostro incontro. Vedo in questa equivocità una sfida culturale: dietro questa polisemia c’è infatti anche un progetto di ri-tessitura culturale. Il fatto stesso che per noi oggi cristiani laici, appartenenti in qualche modo ad una certa sensibilità, ci sia difficoltà di ricollocare in modo coerente il tema del bene e dei valori insieme alla questione del secolarismo, indica già una prospettiva complessa, una prospettiva di necessaria ri-articolazione non solo di un lessico, come diceva il Prof. D’Agostino, ma proprio di un’operazione culturale a tutti i livelli che rimetta insieme queste dimensioni in una prospettiva condivisibile. Ciò rappresenta una sfida culturale per l’Azione Cattolica, per il mondo ecclesiale e per il laicato più esigente.<br />
Vorrei mettere in risalto un secondo punto, offertomi dagli stimoli provenienti dalla interessante relazione del Prof. Monticone. Secondo me scommettere oggi su un laicato che ripensa il Concilio in modo originale e operoso non può essere un’attenzione secondaria, se proprio vogliamo tornare ad articolare valori, bene comune e impegno per il bene comune.<br />
Questo significa pensare ad una laicità “in situazione”, una laicità storica, una laicità che assume tutta la fatica della finitezza e della processualità delle cose storiche. Significa anche pensare al bene comune sia come idea regolativa, sia come ciò che i padri del cattolicesimo democratico ci hanno insegnato a definire come un bene di tutti e per tutti concretamente possibile da realizzare.<br />
Penso che le lezioni di Moro, Dossetti, La Pira, De Gasperi non siano superate dal punto di vista della vocazione pubblica del cristianesimo. Ciò significa concretamente provare a ri-pensare anche nuove coordinate per un’autonomia del laicato; coordinate che ci aiutino ad assumere il &#8220;travaglio&#8221; della sintesi culturale. Un laicato che osa sperare oltre i confini dell’identità e che assume la fatica del confronto, quello quotidiano e non solo teorico, è ciò che la nostra chiesa e il mondo ci chiedono.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Chiara Dal Maso</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-37</link>
		<dc:creator>Chiara Dal Maso</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:57:36 +0000</pubDate>
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		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Chiara Dal Maso

Prendo spunto da un fatto concreto legato alla mia quotidianità. Lavoro in uno studio legale e mi occupo di immigrazione. Un mese fa Mustafà, cittadino pakistano, marito, padre di famiglia, nonché musulmano credente e praticante, mi dice che l’anno prossimo ha intenzione di chiedere il passaporto italiano, perché con il passaporto italiano può andare in tutto il mondo e non avrà più problemi, anche se ciò comporta rinunciare alla cittadinanza pakistana. Ci tiene a sottolineare che “farà il passaporto” e non “richiederà la cittadinanza”.
Nei prossimi mesi verranno modificati i criteri di richiesta della cittadinanza italiana. I lavori parlamentari sono già avanti e ci sono diverse proposte sia per quanto riguarda la maggioranza che l’opposizione.
Formulo due proposte di dibattito: la prima riguardo al dibattito sulla cittadinanza. Che cosa significa la richiesta della cittadinanza per queste persone rispetto ai temi che abbiamo trattato oggi? Tra i criteri di richiesta della cittadinanza ed in tutte le proposte, ad esempio, c’è quello censitario, ma una sola proposta su sette fa riferimento anche a criteri culturali. Mi chiedo in base a cosa quella persona diventa italiana? Credo che l’Azione Cattolica su questo dibattito possa esprimere un’opinione.
La mia seconda proposta è in ordine alla formazione di questi nuovi cittadini italiani. Quando il signor Mustafà avrà il passaporto italiano, riceverà anche la scheda elettorale e si troverà di fronte al suo primo referendum, quale formazione pensare per lui?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Chiara Dal Maso</p>
<p>Prendo spunto da un fatto concreto legato alla mia quotidianità. Lavoro in uno studio legale e mi occupo di immigrazione. Un mese fa Mustafà, cittadino pakistano, marito, padre di famiglia, nonché musulmano credente e praticante, mi dice che l’anno prossimo ha intenzione di chiedere il passaporto italiano, perché con il passaporto italiano può andare in tutto il mondo e non avrà più problemi, anche se ciò comporta rinunciare alla cittadinanza pakistana. Ci tiene a sottolineare che “farà il passaporto” e non “richiederà la cittadinanza”.<br />
Nei prossimi mesi verranno modificati i criteri di richiesta della cittadinanza italiana. I lavori parlamentari sono già avanti e ci sono diverse proposte sia per quanto riguarda la maggioranza che l’opposizione.<br />
Formulo due proposte di dibattito: la prima riguardo al dibattito sulla cittadinanza. Che cosa significa la richiesta della cittadinanza per queste persone rispetto ai temi che abbiamo trattato oggi? Tra i criteri di richiesta della cittadinanza ed in tutte le proposte, ad esempio, c’è quello censitario, ma una sola proposta su sette fa riferimento anche a criteri culturali. Mi chiedo in base a cosa quella persona diventa italiana? Credo che l’Azione Cattolica su questo dibattito possa esprimere un’opinione.<br />
La mia seconda proposta è in ordine alla formazione di questi nuovi cittadini italiani. Quando il signor Mustafà avrà il passaporto italiano, riceverà anche la scheda elettorale e si troverà di fronte al suo primo referendum, quale formazione pensare per lui?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Piergiorgio Grassi</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-36</link>
		<dc:creator>Piergiorgio Grassi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:56:42 +0000</pubDate>
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		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Piergiorgio Grassi

Bisogna intendersi sul sintagma “società postsecolare” che indica il contesto in cui si deve operare in vista del bene comune, investendo su “valori non negoziabili”. Se stiamo alla letteratura sociologica più avvertita, postsecolari sono quelle società che, dopo imponenti processi di secolarizzazione, hanno visto l’affermarsi di contromovimenti culturali e religiosi. Le religioni sono tornate sulla scena pubblica. Inoltre, se un tempo erano isolate entro precisi confini, oggi coesistono nel medesimo spazio geopolitico e il loro messaggio risuona nella stessa agorà.
Tutto ciò comporta, nel cercare di comprendere i fenomeni in atto, non tanto l’abbandono del paradigma secolarizzazione, quanto l’integrazione di questo con altre categorie, ad esempio quella di pluralismo e di pluralizzazione. Secolarizzazione, risveglio religioso, nuovi movimenti religiosi, antiche e recenti correnti culturali sono destinate a convivere, dando luogo a esiti contradditori e non sempre prevedibili.
Le grandi religioni sono portatrici di precise istanze etiche e il cristianesimo insiste soprattutto su una prassi animata dall’&lt;em&gt;essere per gli altri&lt;/em&gt;. Il credente non è mai senza l’altro e senza gli altri, così simili e così diversi. Di qui l’elaborazione continua, storicamente documentabile, di un’etica che risente dell’ethos comune, più o meno condiviso. C’è un reciproco condizionamento che letture non fondamentalistiche hanno già messo in luce. Basti pensare all’incidenza della cultura mesopotamica ed egiziana sull’etica veterotestamentaria e di quella ellenistica sulla produzione neotestamentaria (v. Paolo).
Non è quindi indifferente, per la vitalità del cristianesimo, il confronto continuo con l’alterità, l’abbandono di ogni complesso difensivo, l’apertura dialogica (nonostante le difficoltà e i rischi), le convergenze etiche come segno, il più vistoso e comprensibile, di una volontà di riconciliazione che si muove tra il &lt;em&gt;già &lt;/em&gt;e il &lt;em&gt;non ancora&lt;/em&gt;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Piergiorgio Grassi</p>
<p>Bisogna intendersi sul sintagma “società postsecolare” che indica il contesto in cui si deve operare in vista del bene comune, investendo su “valori non negoziabili”. Se stiamo alla letteratura sociologica più avvertita, postsecolari sono quelle società che, dopo imponenti processi di secolarizzazione, hanno visto l’affermarsi di contromovimenti culturali e religiosi. Le religioni sono tornate sulla scena pubblica. Inoltre, se un tempo erano isolate entro precisi confini, oggi coesistono nel medesimo spazio geopolitico e il loro messaggio risuona nella stessa agorà.<br />
Tutto ciò comporta, nel cercare di comprendere i fenomeni in atto, non tanto l’abbandono del paradigma secolarizzazione, quanto l’integrazione di questo con altre categorie, ad esempio quella di pluralismo e di pluralizzazione. Secolarizzazione, risveglio religioso, nuovi movimenti religiosi, antiche e recenti correnti culturali sono destinate a convivere, dando luogo a esiti contradditori e non sempre prevedibili.<br />
Le grandi religioni sono portatrici di precise istanze etiche e il cristianesimo insiste soprattutto su una prassi animata dall’<em>essere per gli altri</em>. Il credente non è mai senza l’altro e senza gli altri, così simili e così diversi. Di qui l’elaborazione continua, storicamente documentabile, di un’etica che risente dell’ethos comune, più o meno condiviso. C’è un reciproco condizionamento che letture non fondamentalistiche hanno già messo in luce. Basti pensare all’incidenza della cultura mesopotamica ed egiziana sull’etica veterotestamentaria e di quella ellenistica sulla produzione neotestamentaria (v. Paolo).<br />
Non è quindi indifferente, per la vitalità del cristianesimo, il confronto continuo con l’alterità, l’abbandono di ogni complesso difensivo, l’apertura dialogica (nonostante le difficoltà e i rischi), le convergenze etiche come segno, il più vistoso e comprensibile, di una volontà di riconciliazione che si muove tra il <em>già </em>e il <em>non ancora</em>.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Gennaro Ferrara</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-35</link>
		<dc:creator>Gennaro Ferrara</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:55:16 +0000</pubDate>
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		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Gennaro Ferrara

Intervengo anch’io sull’espressione “non negoziabili”; lo faccio senza l’autorevolezza di chi mi ha preceduto, offrendo il punto di vista di chi si trova quotidianamente a lavorare con il contingente, con la cronaca.
Da qui deriva l’osservazione che nella concretezza della vita sociale tutti i valori finiscono per essere negoziati. Allora se esistono in linea di principio i valor non negoziabili, nella prassi al contrario non capita mai di incontrarli.
La stessa legge 40, considerata giustamente simbolo di una vittoriosa battaglia in difesa del valore non negoziabile della vita, è in realtà frutto di una negoziazione. Come del resto la legge 194 - emblema stavolta di una sconfitta in un confronto referendario diverso ma centrato sullo stesso valore - è oggi considerata una negoziazione accettabile, sebbene lesiva del non negoziabile valore della vita. E questo discorso mi sembra valga per tutti gli altri temi: il no assoluto alla guerra è continuamente negoziato attorno a elaborazioni che parlano di polizia internazionale, di interventi militari a difesa della libertà. Così pure quando si fa un programma per dimezzare in lunghi anni il problema della fame nel mondo, evidentemente si scende a patti con il diritto non negoziabile al cibo e alla vita. Più in generale i diritti umani e le libertà, oggi sono continuamente sottoposti a negoziazioni, perché messi in crisi dai nuovi problemi della sicurezza.
Coniugare astrattamente valori non negoziabili e bene comune ci fa correre il rischio di considerare quest’ultimo come una somma di dogmi, costringendoci al paradosso di una vita sociale che è totalmente altro.
Un’Azione Cattolica che vuole offrire un contributo solido alla Chiesa e al Paese, mettendosi a servizio del bene comune, è invece un’AC che sceglie di compromettersi nella prassi e di dire parole chiare su quali mediazioni e quali negoziazioni possono essere accettate.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Gennaro Ferrara</p>
<p>Intervengo anch’io sull’espressione “non negoziabili”; lo faccio senza l’autorevolezza di chi mi ha preceduto, offrendo il punto di vista di chi si trova quotidianamente a lavorare con il contingente, con la cronaca.<br />
Da qui deriva l’osservazione che nella concretezza della vita sociale tutti i valori finiscono per essere negoziati. Allora se esistono in linea di principio i valor non negoziabili, nella prassi al contrario non capita mai di incontrarli.<br />
La stessa legge 40, considerata giustamente simbolo di una vittoriosa battaglia in difesa del valore non negoziabile della vita, è in realtà frutto di una negoziazione. Come del resto la legge 194 &#8211; emblema stavolta di una sconfitta in un confronto referendario diverso ma centrato sullo stesso valore &#8211; è oggi considerata una negoziazione accettabile, sebbene lesiva del non negoziabile valore della vita. E questo discorso mi sembra valga per tutti gli altri temi: il no assoluto alla guerra è continuamente negoziato attorno a elaborazioni che parlano di polizia internazionale, di interventi militari a difesa della libertà. Così pure quando si fa un programma per dimezzare in lunghi anni il problema della fame nel mondo, evidentemente si scende a patti con il diritto non negoziabile al cibo e alla vita. Più in generale i diritti umani e le libertà, oggi sono continuamente sottoposti a negoziazioni, perché messi in crisi dai nuovi problemi della sicurezza.<br />
Coniugare astrattamente valori non negoziabili e bene comune ci fa correre il rischio di considerare quest’ultimo come una somma di dogmi, costringendoci al paradosso di una vita sociale che è totalmente altro.<br />
Un’Azione Cattolica che vuole offrire un contributo solido alla Chiesa e al Paese, mettendosi a servizio del bene comune, è invece un’AC che sceglie di compromettersi nella prassi e di dire parole chiare su quali mediazioni e quali negoziazioni possono essere accettate.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Giorgio Campanini</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2006/11/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/comment-page-1/#comment-34</link>
		<dc:creator>Giorgio Campanini</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 09:54:20 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.dialoghi.net/index.php/2007/03/bene-comune-e-valori-non-negoziabili-in-una-societa-postsecolare-limpegno-dellazione-cattolica/#comment-34</guid>
		<description>Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
Seminario di studio - 4 novembre 2006
Dibattito

Giorgio Campanini

Riprendendo alcune considerazioni già svolte dagli amici Zamagni e D’Agostino, sintetizzerei il tema centrale di questo nostro seminario in un tentativo di dare risposta a due domande che negli interventi introduttivi non sono state, mi sembra, esplicitamente messe a fuoco e che potrebbero essere così formulate. Innanzitutto quali sono i valori che il Magistero della Chiesa definisce “non negoziabili”? In secondo luogo, chi stabilisce quali siano questi valori: la Chiesa come Magistero od anche il “popolo di Dio” che è in Italia, e dunque il cattolicesimo italiano nelle sue varie espressioni? Non avendo il tempo di offrire io stesso una risposta a questi due interrogativi in un breve intervento (e d’altronde non dovrebbe trattarsi di una risposta individuale ma di una ricerca comunitaria), vorrei limitarmi ad alcune sintetiche considerazioni.

In primo luogo occorre essere molto cauti nell’adozione della terminologia. In passato molti fraintendimenti sono intervenuti sui “valori non negoziabili”. Gli storici, ma anche tutti coloro che hanno un minimo di cultura storica, sanno assai bene – per fare soltanto un esempio – che “valore non negoziabile” è stato considerato, per tutto il corso dell’Ottocento ed anche un poco oltre, l’esistenza dello Stato Pontificio. In nome di questo “valore non negoziabile” sono state comminate scomuniche e sanzioni, si sono esclusi dalla Chiesa interi gruppi sociali, sono avvenuti, anche fra cattolici, durissimi scontri. La storia, dunque, ci invita a procedere con molta cautela, per evitare di ripetere gli errori del passato.

In secondo luogo occorrerebbe mettere a confronto – nel particolare contesto italiano – i “valori non negoziabili” proposti dalla Chiesa e il quadro di insieme offerto dalla Costituzione repubblicana che, già in sé, ed ancor più in alcuni autorevolissimi pronunziamenti costituzionali, ha essa stessa indicato alcuni “valori non negoziabili” (quali, ad esempio, la forma repubblicana e la laicità dello Stato) e come tali non suscettibili di revisione costituzionale. Né il Parlamento né lo stesso popolo – si è affermato da parte della Corte – potrebbero rimettere in discussione questi principii.
Solo ponendo a confronto fra loro i “valori non negoziabili” proposti dal Magistero della Chiesa e i “valori non negoziabili” facenti riferimento alla Costituzione repubblicana è possibile avviare anche in ambito cattolico una seria e franca discussione sui criteri attraverso i quali individuare questi principii: evitando un arroccamento pregiudiziale che, a mio avviso, non sarebbe favorevole a quel dialogo fra cattolici e “laici” che da più parti è stato auspicato.

Per fare soltanto un esempio del terreno sul quale potrebbe avvenire questo dialogo, si può tenere presente da una parte quanto il Magistero, sulla base della Scrittura e della tradizione, afferma in ordine al matrimonio e quanto, in parallelo, afferma, all’art. 29, la Costituzione repubblicana. A ben guardare vi è una sostanziale convergenza fra l’una e l’altra posizione e dunque l’ideale etico della famiglia fondata sul matrimonio può essere considerato nell’una e nell’altra prospettiva “principio non negoziabile”. Ma ciò non esclude che altre forme di relazione fra le persone possano avere un parziale riconoscimento: altro è riconoscere la superiorità etica e sociale della famiglia fondata sul matrimonio (“principio non negoziabile”), altro è regolare in forma diversa e con parziali riconoscimenti unioni diverse dal matrimonio. Si tratta dunque di operare intelligenti scelte di campo che consentano una realistica mediazione fra principii da affermare e mediazioni necessarie in sede politica.

In altre parole, è doveroso e necessario da parte del Magistero della Chiesa proporre i valori e sottolinearne l’importanza; ma la concreta attuazione di questi valori in un determinato contesto storico è compito e responsabilità tipica della mediazione della politica e dunque dell’impegno laicale. Per ricorrere, conclusivamente, ad un altro esempio, è doveroso da parte della Chiesa proclamare il “principio non negoziabile” della pace; ma valutare come la pace si difenda e si promuova in un particolare contesto è compito e responsabilità della politica. Né la mediazione, necessaria, fra valori e storia, può essere confusa con un cedimento al relativismo etico.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Azione Cattolica Italiana &#8211; Centro Studi<br />
Seminario di studio &#8211; 4 novembre 2006<br />
Dibattito</p>
<p>Giorgio Campanini</p>
<p>Riprendendo alcune considerazioni già svolte dagli amici Zamagni e D’Agostino, sintetizzerei il tema centrale di questo nostro seminario in un tentativo di dare risposta a due domande che negli interventi introduttivi non sono state, mi sembra, esplicitamente messe a fuoco e che potrebbero essere così formulate. Innanzitutto quali sono i valori che il Magistero della Chiesa definisce “non negoziabili”? In secondo luogo, chi stabilisce quali siano questi valori: la Chiesa come Magistero od anche il “popolo di Dio” che è in Italia, e dunque il cattolicesimo italiano nelle sue varie espressioni? Non avendo il tempo di offrire io stesso una risposta a questi due interrogativi in un breve intervento (e d’altronde non dovrebbe trattarsi di una risposta individuale ma di una ricerca comunitaria), vorrei limitarmi ad alcune sintetiche considerazioni.</p>
<p>In primo luogo occorre essere molto cauti nell’adozione della terminologia. In passato molti fraintendimenti sono intervenuti sui “valori non negoziabili”. Gli storici, ma anche tutti coloro che hanno un minimo di cultura storica, sanno assai bene – per fare soltanto un esempio – che “valore non negoziabile” è stato considerato, per tutto il corso dell’Ottocento ed anche un poco oltre, l’esistenza dello Stato Pontificio. In nome di questo “valore non negoziabile” sono state comminate scomuniche e sanzioni, si sono esclusi dalla Chiesa interi gruppi sociali, sono avvenuti, anche fra cattolici, durissimi scontri. La storia, dunque, ci invita a procedere con molta cautela, per evitare di ripetere gli errori del passato.</p>
<p>In secondo luogo occorrerebbe mettere a confronto – nel particolare contesto italiano – i “valori non negoziabili” proposti dalla Chiesa e il quadro di insieme offerto dalla Costituzione repubblicana che, già in sé, ed ancor più in alcuni autorevolissimi pronunziamenti costituzionali, ha essa stessa indicato alcuni “valori non negoziabili” (quali, ad esempio, la forma repubblicana e la laicità dello Stato) e come tali non suscettibili di revisione costituzionale. Né il Parlamento né lo stesso popolo – si è affermato da parte della Corte – potrebbero rimettere in discussione questi principii.<br />
Solo ponendo a confronto fra loro i “valori non negoziabili” proposti dal Magistero della Chiesa e i “valori non negoziabili” facenti riferimento alla Costituzione repubblicana è possibile avviare anche in ambito cattolico una seria e franca discussione sui criteri attraverso i quali individuare questi principii: evitando un arroccamento pregiudiziale che, a mio avviso, non sarebbe favorevole a quel dialogo fra cattolici e “laici” che da più parti è stato auspicato.</p>
<p>Per fare soltanto un esempio del terreno sul quale potrebbe avvenire questo dialogo, si può tenere presente da una parte quanto il Magistero, sulla base della Scrittura e della tradizione, afferma in ordine al matrimonio e quanto, in parallelo, afferma, all’art. 29, la Costituzione repubblicana. A ben guardare vi è una sostanziale convergenza fra l’una e l’altra posizione e dunque l’ideale etico della famiglia fondata sul matrimonio può essere considerato nell’una e nell’altra prospettiva “principio non negoziabile”. Ma ciò non esclude che altre forme di relazione fra le persone possano avere un parziale riconoscimento: altro è riconoscere la superiorità etica e sociale della famiglia fondata sul matrimonio (“principio non negoziabile”), altro è regolare in forma diversa e con parziali riconoscimenti unioni diverse dal matrimonio. Si tratta dunque di operare intelligenti scelte di campo che consentano una realistica mediazione fra principii da affermare e mediazioni necessarie in sede politica.</p>
<p>In altre parole, è doveroso e necessario da parte del Magistero della Chiesa proporre i valori e sottolinearne l’importanza; ma la concreta attuazione di questi valori in un determinato contesto storico è compito e responsabilità tipica della mediazione della politica e dunque dell’impegno laicale. Per ricorrere, conclusivamente, ad un altro esempio, è doveroso da parte della Chiesa proclamare il “principio non negoziabile” della pace; ma valutare come la pace si difenda e si promuova in un particolare contesto è compito e responsabilità della politica. Né la mediazione, necessaria, fra valori e storia, può essere confusa con un cedimento al relativismo etico.</p>
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