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Bene comune e “valori non negoziabili” in una società postsecolare. L’impegno dell’Azione Cattolica

Il 4 novembre 2006 il Centro Studi dell’Azione Cattolica ha tenuto il Seminario di studio: Bene comune e “valori non negoziabili” in una società postsecolare. L’impegno dell’Azione Cattolica.

Pubblichiamo l’Introduzione di Luigi Alici. Nei commenti a questo articolo trovate gli interventi di alcuni relatori (Giovanni Conso, Luciano Caimi) e di alcuni partecipanti al dibattito.

Luigi Alici

Bene comune e “valori non negoziabili” in una società postsecolare
- Introduzione -
(Seminario del Centro Studi, Roma, 4 novembre 2006)

1. Obiettivi

Il seminario (destinato ai membri dei Comitati scientifici degli Istituti e della rivista “Dialoghi”, oltre che ai Consiglieri nazionali di Azione Cattolica) ha una fisionomia interna di studio e programmazione, e intende:

1.1. precisare un’area tematica di particolare rilevanza strategica, sulla quale si possa registrare una convergenza significativa dei tre Istituti e della rivista “Dialoghi”, afferenti all’Azione Cattolica;

1.2. identificare alcuni possibili approfondimenti specifici;

1.3. disegnare un percorso futuro, distribuendo in modo opportuno le iniziative e scegliendo i possibili interlocutori.

2. Linee introduttive

L’introduzione intende brevemente mettere a fuoco le seguenti coordinate lungo le quali si può sviluppare il dibattito:

2.1. Il dibattito emergente sulla società postsecolare rimette in discussione:

2.1.1. Il principio liberale di una neutralizzazione dello spazio pubblico come risposta al multiculturalismo, riproponendo una nuova articolazione del rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, vincolandole entrambe al primato del bene comune

2.1.2. Il presupposto di una privatizzazione del fatto religioso, soprattutto nelle sue valenze culturali e storiche, riaprendo la riflessione sul rapporto fra religione e società, e insieme sugli equivoci di una “religione civile”

2.2. Doppio livello dei “valori non negoziabili. Rispetto ad una serie di “conflitti negoziabili”, che investono prevalentemente la sfera degli interessi, è possibile articolare una riflessione sui valori non negoziabili almeno a due livelli:

2.2.1. Valori originari e vincolanti, riconducibili ad una “legge naturale” (in senso morale, e quindi giuridico), che disegnano uno sfondo di legami primari, rispetto al quale si apre lo spazio delle libere opzioni individuali; sfondo custodito da un ethos condiviso, storicamente protetto dalla carta costituzionale e sempre aperto ad un libero confronto dialogico e razionale. In questo senso “non negoziabile” non equivale a “non argomentabile”, né ad una serie di “no” opposti dogmaticamente alle libertà individuali, ma ad un “grande sì”, che rende possibile l’esercizio di quelle libertà. Si gioca a questo livello la “questione antropologica”, posta anche al centro del IV Convegno ecclesiale, e la necessità di ancorarla ad un orizzonte non relativistico

2.2.2. Principi identitari, che includono anche il nucleo dogmatico irrinunciabile di una confessione religiosa, cui si aderisce con un atto di fede, nel caso del cristianesimo ecclesialmente qualificato e connotato in forme comunitarie, che nella vita pubblica domandano forme di libera testimonianza e di riconoscimento reciproco. A Regensburg il Papa ha messo in guardia contro ogni tentativo di separare questo livello dal precedente: quando perdiamo il legame di analogia fra il disegno creatore e la ragione creata, esponiamo il vissuto religioso al pericolo di un arbitrio irrazionalistico, in cui può attecchire il germe dell’intolleranza e della violenza.

2.3. L’ambito del bene comune, come non riducibile alla somma degli interessi (e meno ancora degli egoismi) individuali, disegna la trama delle relazioni che istituiscono il “paesaggio invisibile” della convivenza sociale e politica, fondato sulla dignità della persona e sul valore di una reciprocità aperta e inclusiva, che si misura proprio dalla sua capacità di accoglienza degli ultimi. Provando a rileggere oggi la centralità del bene comune (anche in vista della prossima “Settimana sociale dei cattolici”), sullo sfondo del duplice livello dei “valori non negoziabili”, emerge la possibilità, per il laico cristiano, di raccordare in forme nuove:

2.3.1. l’orizzonte naturale e razionale della giustizia, come fondamento dell’impegno sociale e politico, che investe uno strato originario della convivenza umana e precede la stessa distinzione tra credenti e non credenti, in quanto tocca la sfera dei valori originari e vincolanti; si pone a questo livello la possibilità di portare il tema del bene comune dinanzi ad un bivio di ordine culturale: o collegarlo ad un’antropologia relazionale, che riconosce il carattere naturale dei legami interumani, oppure lasciarlo corrodere da un atomismo individualistico, che si riassume nell’assioma libertario: “Se tu non vuoi, perché devi impedire che io possa…?”;

2.3.2. l’orizzonte rivelato della carità cristiana, come frontiera più avanzata della evangelizzazione, che il laico cristiano è chiamato a testimoniare in modo integrale e coerente, come nucleo più profondo della propria identità ecclesiale e comunitaria, coniugando l’integralità del patrimonio storico di un cattolicesimo di popolo, la sua irrinunciabile vocazione missionaria e il rispetto della legittima autonoma delle realtà terrene.

3. In rapporto a questa scaletta di temi, è auspicabile che il dibattito, aperto dai quattro interventi introduttivi dei proff. Conso, Monticone, De Martin, Caimi, affronti le seguenti questoni:

3.1. In quale misura le questioni sollevate investono le finalità originarie e i progetti prossimi degli Istituti e della rivista Dialoghi, e aumentarne la sinergia con la vita dell’associazione?

3.2. Quali approfondimenti tematici potrebbero essere messi in agenda nell’immediato futuro?

3.3. Quali percorsi concreti possono essere individuati per continuare la riflessione? Rivolti a quali destinatari?

14 Commenti a “Bene comune e “valori non negoziabili” in una società postsecolare. L’impegno dell’Azione Cattolica”

  1. Giovanni Conso scrive:

    Azione Cattolica Italiana – Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006

    Intervento di Giovanni Conso, Presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto “Giuseppe Toniolo”
    Non posso non prendere le mosse dal titolo del nostro Seminario, guardandolo alla luce del proprium dell’Istituto Toniolo: ad illuminare il titolo sono soprattutto le parole virgolettate, i “valori non negoziabili”. Per l’Istituto Toniolo, come per ogni istituzione impegnata sul terreno dei diritti umani, i valori non negoziabili sono quelli sottesi ai diritti umani, inviolabili appunto perché legati alla natura stessa dell’uomo. È, dunque, compito precipuo dell’Istituto impegnarsi per il bene comune attraverso la tutela di questi diritti.
    Il quadro, oggi, è reso più fosco dal fatto che si tratta di diritti ormai proclamati da tanto tempo e in tanti modi, ma nella realtà sempre più violati. Occorre, perciò, cambiare l’approccio all’intera tematica, non essendo sufficiente operare nel modo praticato da decenni, a partire cioè dalla fine della II Guerra mondiale e, più precisamente, dalla Dichiarazione Universale del 1948, invocando testi, pronunce, convenzioni, ratifiche, emendamenti, protocolli. Non basta più proclamare. Anche il “Toniolo” deve contribuire alla ricerca di un approccio innovatore.
    Visto che queste tragedie, questi smacchi continui, queste sconfitte sono sotto gli occhi di tutti, mentre non si è ancora sufficientemente consapevoli della necessità di cambiare passo, occorre porsi alcune drammatiche domande: come reagire, quali rimedi adottare, quale metodo perseguire? Una cosa è certa: troppi sono gli ostacoli, non solo di ordine materiale, stante l’esigenza di forze occulte che continuamente operano per contrastare la realizzazione di quei valori non negoziabili che sottostanno, appunto, ai diritti umani.
    Siamo rimasti particolarmente colpiti dal notevole rilievo – una buona notizia davvero – dato, lo scorso settembre, dai mezzi di comunicazione al XX Incontro Interreligioso di Assisi dedicato alla pace. In quella occasione il Rettore dell’Università del Cairo ha attaccato l’Occidente, denunciando i Paesi più ricchi perché, grazie ai mezzi a loro disposizione, avrebbero potuto rendere felice l’umanità intera, ma che, impiegandoli con (pre)potente egoismo, invece di aiutare deboli ed oppressi, ne hanno peggiorato le sorti, accrescendo ignoranza, malattie e, peggio ancora, seminando morti e distruzioni con l’incessante operare dei mercanti di armi. Ciò che più rattrista è che tutto questo avvenga nonostante l’esistenza di molti trattati internazionali e la diffusione di altrettante promesse che continuano a non venire realizzate.
    La denuncia di Assisi ha cambiato le prospettive da adottare nei riguardi di tali problemi: fino ad ora ci eravamo sforzati di analizzare questi trattati, di curarne l’enunciazione, di coglierne i pregi, di ricostruirne la storia, di coltivarne le proposte migliorative, impegnandoci per diffondere la conoscenza dei loro precetti. Urge rendersi conto che diventa inutile continuare a mettere in risalto convenzioni che vengono di continuo impunemente violate. Esse sono sì alla base di tutto, ma diventa dato non meno fondamentale (in negativo) la loro sistematica e più o meno occulta violazione con i conseguenti disastrosi risultati che sappiamo.
    Nel suo primo intervento, il nuovo Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone, affrontando il tema del dialogo con l’Islam, ha messo in rilievo – un rilievo che vale per tutte le religioni, ma anche per tutti i non credenti – il ruolo cruciale che ai fini della pace e del progresso sociale hanno la promozione della dignità di ogni persona e l’educazione di tutti alla conoscenza e alla necessità di tutelare i diritti umani. Non basta enunciare i diritti: bisogna operare per vederli realizzati, non restando inerti di fronte alle loro violazioni sistematiche.
    Quale potrà, allora, essere in concreto il programma immediato dell’Istituto Toniolo? Per il triennio in corso sono state individuate tre zone di cui occuparsi in modo particolare: l’Africa Centrale, i Balcani, Israele e Palestina. A ciascuno di questi tre nodi cruciali si è già deliberato di dedicare, anno dopo anno, un apposito convegno, preordinato a fare il punto sullo stato di attuazione, tuttora arretratissimo, dei diritti umani.
    Concluderò, tornando al nostro Statuto e al pensiero di Toniolo, quello da Lui praticato, e non solo predicato, soprattutto durante gli anni terribili della I Guerra mondiale, con il prodigarsi nell’incontrare o, comunque, avvicinare le persone più importanti dell’epoca, dal Pontefice ai principali Capi di Stato, per far cessare quel tremendo bagno di sangue, che si sarebbe poi ripetuto, aggravato, con la II Guerra mondiale.
    Resta fondamentale nella produzione culturale di Toniolo, grande docente e grande studioso, il volume “L’economista di Dio”, diretto ad affrontare i problemi economici nell’ottica della fraternità e del costante sguardo ai più bisognosi. Siamo abituati a pensare che con i diritti umani l’economia c’entri fino a un certo punto e li interpretiamo guardando soprattutto ai diritti civili e politici, dal diritto di voto alla parità uomo-donna, dalla vita di famiglia alla scuola, tanto è vero che i diritti civili e politici vengono definiti “di prima categoria”, mentre quelli economici e sociali sono etichettati “di seconda categoria” e teoricamente tutelati in forme meno solenni ed anche meno forti. Invece, l’aspetto economico è fondamentale: ce ne accorgiamo sempre di più vedendo crescere il peso negativo dei problemi relativi alla fame, alla sete, alla salute, al clima. Se non si fermerà la dissennata corsa al consumismo più cieco, il mondo entrerà nell’orbita di una crisi capace di portare nei prossimi cinquanta anni tragedie incontrollabili.
    I problemi economici meritano anch’essi un posto di prima linea. Toniolo aveva visto giusto, richiamando con vigore l’attenzione su di essi. Urge cambiare ritmo: non basta limitarsi ad esaltare i testi internazionali, occorre sfidare gli Stati firmatari sul piano della concretizzazione di ogni diritto umano, nessuno escluso.

  2. Luciano Caimi scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006

    Intervento di Luciano Caimi, Direttore della rivista “Dialoghi”

    A modo d’introduzione
    In un “Forum” intorno all’idea di “bene comune” (BC), pubblicato su “Dialoghi, 4/2005, sono intervenuti i parlamentari Franco Monaco, Livia Turco, Stefania Prestigiacomo, Bruno Tabacci. Nonostante l’inevitabile diversità di accenti e di profondità nell’elaborazione del discorso, dai quattro intervistati sono emersi significativi punti di convergenza. Li riassumerei così:
    - il BC costituisce il cuore dell’azione politica e, come tale, contrasta con una concezione di della politica stessa orientata alla difesa d’interessi particolari;
    - i contenuti inclusi nella nozione di BC sono soggetti a dinamiche storico-evolutive. Oggi è sempre più evidente che al centro sta la tutela dei diritti umani universali;
    - l’idea di BC si misura necessariamente con le questioni etiche, che, a seguito dei radicali mutamenti socio-culturali e scientifici odierni, presentano, sotto molti profili, connotazioni inedite;
    - dinanzi alla rilevazione di un deficit di consapevolezza della centralità del BC nel Paese, gli intervistati hanno fornito suggerimenti per superare la difficoltà: se qualcuno ha enfatizzato le risorse intrinseche dell’azione politica, qualcun altro (a mio parere, più saggiamente), senza sminuire tali potenzialità, ha però richiamato l’attenzione sull’insostituibile necessità dell’opera culturale e educativa.
    Per quanto sia consolante registrare fra appartenenti a diversi schieramenti punti d’intesa sul BC, non so che valore statistico possa avere un campione così ristretto. Sarebbe interessante condurre un’indagine a più ampio raggio fra i parlamentari. Con una punta di malizia si potrebbe forse anticiparne gli esiti: sul nostro tema molti -verosimilmente- predicherebbero bene, ma chissà se a ciò corrisponderebbero comportamenti adeguati!

    1) Un’idea alta di politica
    Da come ho impostato il mio intervento risulta che la questione del BC interseca direttamente il campo politico. Perché venga una risposta conveniente, occorre però una concezione alta dell’attività politica, non, quindi, come semplice gestione del potere. In àmbito cattolico siamo soliti esprimere ciò con l’idea della politica a servizio della “città dell’uomo”. È una definizione che, purificata da ogni enfasi retorica, sta a significare la meta e, nel medesimo tempo, l’intento propulsore di tale “servizio”: la coltivazione del bene di tutti, non degli interessi di una parte.
    Se si osservano i fatti, bisogna dire che sovente le parole (cioè le buone intenzioni) e le pratiche della politica sembrano seguire percorsi divaricati. Come specchio della società civile, la politica nazionale -purtroppo- non riesce, complessivamente parlando, a dare di sé un’immagine “nobile” (ancorché non ingenua, essendo insopprimibile lo scontro fra le visioni ideali in gioco della società, da cui discendono anche interessi diversificati). Per questo era mistificante la tesi circolata negli anni scorsi di una società civile “buona” (“angelicata”, osservò F.P. Casavola), contrapposta a una realtà politica “malata”: il Parlamento, per riferirci al supremo organo istituzionale della democrazia, ritrae esattamente gli Italiani: noi siamo così, con alcuni pregi e con non pochi difetti!
    Il “caso italiano”, negli ultimi anni, si presenta con una particolarità unica nel consesso dei Paesi democratici: il macigno del conflitto d’interessi, ostacolo oggettivo a una politica realmente protesa al BC. Del resto, anche l’elaborazione dell’ultima finanziaria ha plasticamente evidenziato la forte incidenza degli interessi particolari rispetto alla visione complessiva del BC.

    2) Dalla politica all’“ethos” e ritorno
    Alle radici dei nostri problemi riguardo al BC vi è la persistente debolezza di un ethos civile condiviso. Il discorso si farebbe lungo, toccando anche la particolarità della storia nazionale. Mi limito a segnalare che la questione dell’ethos debole si salda con la cronica gracilità del senso dello Stato e della sempre fragile etica pubblica. Il nostro resta sempre il Paese dei “mille campanili”, di chi “tiene famiglia”, della “furbizia” come “virtù” nazionale. Per diverse zone, inoltre, continua ad avere notevole grado d’incidenza il fenomeno del “familismo amorale” (E.C. Banfield).
    D’altra parte, la Costituzione repubblicana, come presidio giuridico della convivenza democratica, patisce l’attacco di molti… non proprio bene intenzionati. Tutte cose arcinote. In simili situazioni v’è da domandarsi che cosa rimanga della nozione e della pratica del BC.
    Un punto deve essere chiaro: l’azione politica è necessaria per perseguire l’ideale del BC nelle concrete determinazioni storiche. Affinché questo ideale diventi patrimonio saldo e costitutivo di un ethos condiviso, occorre però puntare anche sull’azione culturale e educativa. Senza formazione di un’adeguata coscienza morale, civica e politica non si compiranno passi significativi in avanti. In questo senso emerge per intero la responsabilità delle stesse istituzioni ecclesiali. Basti qui la segnalazione del problema, rispetto al quale -a onor del vero- non poche energie sono già attive (Azione Cattolica compresa).
    Va da sé che la speranza di una classe politica migliore dell’attuale non può prescindere dall’attivazione d’idonei percorsi formativi, attenti anche agli aspetti propriamente etici dall’attività pubblica.

    3) Nella società post-secolare
    Le analisi sul nostro tempo figurano sotto gli occhi di noi tutti e non è il caso ora d’indugiarvi. “Complessità”, “post-secolarità”, “liquidità” sono, fra gli altri, termini sintetici in voga, con i quali si cerca di fissare il profilo di una società “mobile”, in continuo e accelerato cambiamento, che sembra non offrire agganci stabili anche (forse soprattutto) a livello valoriale.
    Assistiamo, fra l’altro, all’incremento di una cultura “soggettivistica”, esito ultimo di un radicalismo antropocentrico: l’“io ipertrofico” da essa prefigurato si trova però privo di saldi “ancoraggi”, con conseguente, grave forma di “spaesamento”. In questa situazione assume rilievo decisivo la “questione antropologica”. L’antico interrogativo: “uomo, chi sei?”, si propone oggi con inedita densità di accenti.
    Accanto a questa linea di tendenza si colloca la “questione della scienza”, il cui potere crescente, se da un lato lascia stupiti per le sempre più straordinarie conquiste, dall’altro fa sorgere interrogativi sui limiti e le regole della ricerca scientifica. “Se si può, perché non farlo”: è il criterio argomentativo di molti scienziati, non propensi ad accettare vincoli extra-scientifici alle loro indagini. Il discorso concerne in modo particolare il campo bio-medico, rispetto al quale i cattolici mostrano (non a torto) particolare attenzione e preoccupazione.
    La propensione iper-soggettivistica di molta cultura “dotta” trova oggi canali di volgarizzazione nei mezzi di comunicazione sociale (TV in primis). Ne consegue che il senso di “spaesamento” dell’io, sopra menzionato, esprime non una moda prevalente fra gli intellettuali, ma un sentire diffuso, trasversale rispetto alle classi sociali e alle generazioni. Le fasce adolescenziali e giovanili ne sembrano particolarmente insidiate.
    Nelle analisi dei cattolici s’indulge di frequente sull’esito morale del panorama socio-culturale descritto, qualificandolo come “relativistico” o, peggio, “nichilistico”. Mi domando se questa valutazione colga sino in fondo la complessità del tempo presente? È proprio sotto il segno “meno” la cultura “laica” prevalente? Senza voler negare l’evidenza dei tratti problematici indicati, mi sembra resti però legittimo porre il dubbio.
    Di fatto, i secchi giudizi di parecchi, fra noi cattolici, nei confronti della cultura laica (che - è bene non scordarlo - al suo interno ha una ricca varietà di posizioni) stimolano la reazione e il contrattacco degli esponenti di quest’ultima, i quali respingono il ritratto di relativismo (e, a maggior ragione, di nichilismo) confezionato nei loro riguardi, riproponendo come solide ancore di riferimento i valori intangibili dell’uomo “moderno”, “adulto” ed “emancipato” (I. Kant): universalità dei diritti, primato della ragione contro ogni forma di mito o superstizione, inviolabilità della coscienza e della libertà personale, responsabilità sociale e civica, spirito democratico e tollerante, laicità delle istituzioni pubbliche. Anzi, di frequente i laici più pensosi e avvertiti sfidano apertamente i cattolici a interrogarsi se con questi valori della modernità hanno accettato di fare i conti sino in fondo.
    Dentro un complesso orizzonte etico-culturale di tale genere che cosa significa parlare di “valori non negoziabili”?
    Premesso che la formula fa sorgere qualche dubbio (qualsiasi valore, se riferito al bene dell’uomo, è intrinsecamente “non negoziabile”), propenderei per considerarla in senso non “esclusivo-restrittivo” (rischio forse non del tutto scongiurato quando - come talvolta avviene - si riduce l’intera questione alla bio-etica), ma “inclusivo-aperto”.
    Il cuore del problema cui allude quest’ultima aggettivazione lo esprimerei parafrasando la Scrittura: “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Tradotto in altri termini, direi che la “non negoziabilità” dei valori concerne quanto attiene al bene integrale dell’uomo nella sua concreta condizione esistenziale. Dunque: il bene di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, per riprendere una sottolineatura cara alla Populorum Progressio di Paolo VI (della quale - noto - ricorre nel marzo 2007 il quarantesimo).
    Ovviamente, non è il caso di proporre qui la lista di tali valori. Dico solo che, nel rispetto di tutto (e sottolineo tutto) il Magistero sociale della Chiesa, si tratta di tirare le debite conseguenze circa la piattaforma valoriale connessa all’idea di bene integrale dell’uomo, storicamente considerato.

    4) Itinerari ricostruttivi
    Conviene, a questo punto, domandarci perché non possiamo non preoccuparci, come cristiani, del BC e della dilatazione dei valori ai quali esso allude. Privilegio tre possibili considerazioni responsive:
    - la fede cristiana, lungi dal risolversi in una sorta di spiritualismo disincarnato e intimistico, sollecita piuttosto ad “amare la terra” (K. Rahner), prendendosi cura dei suoi molteplici problemi;
    - la “custodia del fratello”, cioè la cura di lui e la preoccupazione per il suo bene, già chiaramente adombrata nelle pagine della Genesi, trova ancora più stringente determinazione negli scritti neotestamentari, dove con inequivocabile chiarezza viene proposta come imperativo dell’amore;
    - la città (“benedetta, maledetta”, C.M. Martini) è, per gli uomini di ogni condizione, il luogo della condivisione di un comune destino: l’essere pellegrini, viandanti che sperimentano la medesima fatica di vivere, nella ricerca di un senso plausibile.
    Resta tutt’altro che secondario lo stile con il quale stare dentro la comune storia degli uomini nella città secolare. Anche qui tre sottolineature:
    - Primo. Il “rendere ragione della nostra speranza”, di cui parla la I Lettera di Pietro, va proposto “con dolcezza e rispetto” (3, 15-16);
    - Secondo. La testimonianza, doverosa per ogni cristiano convinto del dono ricevuto, oggi deve rivestirsi di mitezza, disponibilità all’ascolto, dialogo;
    - Terzo. L’insegnamento dell’A Diogneto sul cristiano come “anima mundi”, capace di scelte e comportamenti “alternativi” rispetto alla logica mondana, si ripropone con straordinaria attualità.
    Insieme con tutto questo, penso debbano esserci alcune consapevolezze. Nell’Occidente secolarizzato, per i credenti in Gesù è, in modo speciale, il tempo della semina. Occorre assumere la “pazienza del contadino” (B. Maggioni) contro l’impazienza degli zeloti di turno. Il loglio, ci ammonisce la parabola evangelica, deve crescere insieme con il grano. Non tocca a noi procedere alla definitiva separazione dei due elementi. Forse non è inutile domandarci se, dinanzi alla pur sacrosanta denuncia dei limiti etico-antropologici presenti in varie espressioni della cultura contemporanea, abbiamo anche occhi per cogliere i “semina Verbi” sparsi nel nostro tempo.
    Certo, ci si dischiude un vasto campo di lavoro per concorrere a far crescere consapevolezze diffuse circa il BC e i valori ad esso congiunti. È necessario investire in educazione, curare la qualità dell’annuncio, puntare sulla maturità del laicato, coltivare vocazioni all’impegno socio-politico, con la preoccupazione di “mettere in rete” risorse e iniziative.
    L’Azione Cattolica sta operando in questa direzione. È augurabile che lo sforzo in atto si qualifichi e s’irrobustisca sempre meglio.

  3. Francesco D’Agostino scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Francesco D’Agostino

    Sono molto grato agli organizzatori di questo Seminario e ai relatori che lo hanno introdotto, anche perché mi consente di comunicare lo strano sentimento psicologico che mi pervade, tra il disagio e l’imbarazzo, quando mi trovo ad ascoltare o ad usare parole come quelle che sostanziano il titolo che è stato dato ai nostri lavori di oggi.
    Il titolo Bene comune e valori non negoziabili in una società postsecolare è indubbiamente suggestivo. Eppure, in un piccolo angolo del cervello, mi viene da pensare che coloro che lo hanno scelto siano stati mossi da una certa malizia (probabilmente inconscia!), tanto esso mi sembra, almeno ad prima lettura, carico di una irriducibile ambiguità! E credo che questo dipenda dalla corrosione del lessico a nostra disposizione e in particolare del lessico politico-sociale comunemente usato da noi cattolici.
    Scendiamo nel concreto. Cosa può voler dire, ad esempio, l’espressione “società postsecolare”? Vuol dire che si deve accettare, come un dato acquisito, l’idea che il secolarismo sia una realtà assolutamente consolidata e tale da costituire un orizzonte invalicabile di riferimento? E che di conseguenza la religione sia un residuo premoderno nel contesto della modernità? O con “postsecolare” si vuole piuttosto evidenziare come siano rinate in questi ultimi anni dinamiche di tipo religioso, che hanno alterato e hanno messo in crisi il secolarismo? Il rifiorire della religiosità islamica e il consolidarsi dei fondamentalismi di vario tipo sono fenomeni premoderni o postmoderni?
    Ancora: cosa significa l’espressione “bene comune”? In genere, chi usa un’espressione del genere, lo fa adottando il senso aristotelico del termine. Ma noi sappiamo benissimo che, nel dibattito tipico della modernità, è dominante l’idea, assolutamente irriducibile a quella aristotelica, secondo la quale il bene comune –se mai esiste- nasce dalla somma dei singoli interessi particolari: l’idea di Mandeville, per il quale gli egoismi particolari sommati insieme massimizzano il bene comune più di qualunque progetto di tipo eticistico, è quella realmente oggi più diffusa. Possiamo permetterci di parlare del bene comune, se non assumiamo piena consapevolezza di quanto oggi questa espressione sia equivoca?
    Quando parliamo di “valori non negoziabili”, che valenza si vuol dare al termine valore? Stefano Zamagni ci ha appena dato indicazioni interessanti al riguardo, che avvalorano l’idea del valore. Ma accanto alle categorie predilette da Zamagni, non dimentichiamoci che esistono altre e complesse categorie, che non solo non avvalorano l’idea di valore, ma la ritengono esiziale, perché (in queste prospettive alternative) i valori divengono inevitabilmente tirannici e nel momento in cui si impone la tirannia dei valori non c’è più spazio per la libertà, non solo civile ma addirittura morale. Questa è la posizione che, per esempio, ha sempre accanitamente difeso il mio maestro Sergio Cotta, che ha passato molti, molti anni della sua attività di filosofo, e di filosofo del diritto, a combattere il linguaggio valoriale, cercando di sostituirlo con una lessico che subordinasse senza timidezze l’ assiologia all’ontologia.
    Ho fatto esempi banali. Credo che essi possano servire solo a mostrare come, a mio avviso, il primo compito che dobbiamo assumerci è quello di elaborare con la pazienza che sarà necessaria un lessico rigoroso, univoco e trasparente: dobbiamo mettere in chiaro che cosa sia per noi la società postsecolare, cosa siano per noi i valori, se questi valori si possano negoziare e soprattutto qual sia il paradigma di bene comune che intendiamo proporre.
    Dobbiamo partire dall’amara constatazione che viviamo in un sistema che ha vinto (o ritiene di aver vinto) il confronto culturale col pensiero cristiano non grazie alla propria originalità teoretica e linguistica, ma piuttosto appropriandosi di temi e di usi linguistici che tradizionalmente erano i nostri. Si pensi a quanto si è logorato il riferimento ai diritti dell’uomo! Ma voglio fare un solo esempio e lo traggo da uno degli orizzonto più scottanti del momento presente, quello della bioetica. Pensiamo a che strumentalizzazione è stata fatta del termine “persona”. Quando Mons. Sgreccia ha scritto il suo manuale di bioetica (destinato a uno straordinario successo: è stato tradotto in moltissime lingue, perfino in russo!) e ha dovuto indicare attraverso una formula sintetica e appropriata la prospettiva nella quale egli intendeva muoversi, è stato costretto a utilizzare l’espressione personalismo ontologicamente fondato, perché si è reso conto che un riferimento non meglio determinato alla persona è vuoto di ogni contenuto, da quando tutti i bioeticisti laici e libertari orgogliosamente definiscono la loro bioetica come personalistica, dando però a questo termine una valenza profondamente ambigua: considerando persone solo i soggetti “autonomi” essi mettono tra parentesi la vita prenatale, la vita infantile, la vita degli handicappati, in quanto vite di individui umani non persone, in quanto vite carenti di autonomia e di responsabilità. Insomma, il lessico personalistico si è corroso e ci sta scivolando tra le mani. Come possiamo reagire a queste dinamiche se non cercando di ripartire dal linguaggio?
    Ecco perché – e ritorno a quello che dicevo all’inizio – penso che il titolo dato a questo seminario possa avere una valenza paradossalmente provocatoria, cioè che non dia per ovvio che noi ci impegniamo a difendere i diritti umani, a difendere la persona, a difendere il bene comune, a difendere i valori, se prima non siamo in grado di impegnarci in una durissima battaglia ideale, per rimettere in chiaro cosa davvero siano i diritti dell’uomo, cosa sia la persona, cosa sia il bene comune, cosa siano i valori. Credo che questo sia il nostro dovere, il dovere di chi vuole pensare in modo intellettualmente onesto.

  4. Renato Balduzzi scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Renato Balduzzi

    Articolo il mio intervento in tre punti:la questione del “non negoziabile”, il rapporto tra regole istituzionali e bene comune, e infine una proposta.
    Primo punto: la formula “valori o principi non negoziabili”. Mi sembra che su di essa si siano creati alcuni malintesi, com’è dimostrato dalla stessa introduzione del presidente Alici e dal riferimento alla differenza tra negoziazione e argomentazione. Tale locuzione concettuale viene a collocarsi in un contesto culturale e civile nel quale tutto è per definizione oggetto di deliberazione argomentata e questa situazione viene spiegata spesso usando il termine “negozio” e i suoi derivati. La negoziazione è intesa sovente come cifra della convivenza: si arriva a concludere che la mia identità è negoziale, perché negoziando sono. Potremmo anche applicare questo schema alla nostra fede: a partire da un nucleo veritativo (il Cristo morto e risorto); le mediazioni successive sono sotto il segno dell’inculturazione della fede e dunque, in un’accezione certo diversa da quella cui si riferisce il titolo del nostro seminario, di negoziazione.
    Secondo punto: il rapporto tra regole istituzionali e bene comune. Esiste una circolarità fra le regole istituzionali e il bene comune, nel senso che regole buone producono una convivenza buona e d’altro canto una società buona è quella in grado di darsi regole buone. Questa circolarità ci impedisce di pensare alle regole istituzionali come la soluzione di tutti i problemi, anche se è vero che certe regole possono aggravare le situazioni. Un esempio è costituito dalla legge elettorale politica ora vigente in Italia: è una legge “sconveniente”, indecorosa - per usare degli eufemismi -, ma che provoca una altrettanto sconveniente e indecorosa rappresentanza parlamentare, certo salvo isolate eccezioni. In questo caso il concentrarsi sulle regole non è irrilevante ai fini dell’esito finale.
    Terzo punto: una proposta. Non dobbiamo dimenticare il referendum costituzionale dello scorso giugno, il cui esito non può essere sottaciuto o dato semplicemente per scontato (come non può essere sottaciuto o dato semplicemente per scontato l’esito del referendum abrogativo dell’anno precedente: cose diverse, certo, ma con più nessi di quelli che normalmente forse siamo abituati a vedere). In questo referendum costituzionale ci siamo impegnati, come Meic ma anche come Istituto Bachelet. Sul tappeto non c’erano solo regole organizzative, ma una certa idea di bene comune e di Costituzione, potremmo dire un’idea comprensiva di Costituzione in cui non c’è soltanto l’articolo 92 ma, ad esempio, c’è anche l’articolo 29, per usare un gioco alfanumerico. Lo “scampato pericolo” penso non ci debba far dimenticare che è stato comunque possibile proporre nel nostro Paese un approccio assai lontano dallo spirito e dalla lettera della costituzione vigente, un modo molto diverso di considerare la carta costituzionale e il modo con cui essa organizza e garantisce il bene comune di una collettività. Allora di qui, la proposta: in vista della Settimana sociale sul bene comune, potremmo immaginare proprio una riflessione di fondo sul rapporto tra bene comune e costituzione. La carta costituzionale, infatti, non è solo un documento scritto ma è un documento vivente, è una Costituzione che vive, che continua a vivere e a ricavare senso da tante operazioni, istituzionali e non, che si fanno su di essa.
    Penso che abbiamo la possibilità, appunto raccogliendo le varie forze che sono a disposizione della famiglia associativa, per dare un segnale in questa direzione.

  5. Giorgio Campanini scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Giorgio Campanini

    Riprendendo alcune considerazioni già svolte dagli amici Zamagni e D’Agostino, sintetizzerei il tema centrale di questo nostro seminario in un tentativo di dare risposta a due domande che negli interventi introduttivi non sono state, mi sembra, esplicitamente messe a fuoco e che potrebbero essere così formulate. Innanzitutto quali sono i valori che il Magistero della Chiesa definisce “non negoziabili”? In secondo luogo, chi stabilisce quali siano questi valori: la Chiesa come Magistero od anche il “popolo di Dio” che è in Italia, e dunque il cattolicesimo italiano nelle sue varie espressioni? Non avendo il tempo di offrire io stesso una risposta a questi due interrogativi in un breve intervento (e d’altronde non dovrebbe trattarsi di una risposta individuale ma di una ricerca comunitaria), vorrei limitarmi ad alcune sintetiche considerazioni.

    In primo luogo occorre essere molto cauti nell’adozione della terminologia. In passato molti fraintendimenti sono intervenuti sui “valori non negoziabili”. Gli storici, ma anche tutti coloro che hanno un minimo di cultura storica, sanno assai bene – per fare soltanto un esempio – che “valore non negoziabile” è stato considerato, per tutto il corso dell’Ottocento ed anche un poco oltre, l’esistenza dello Stato Pontificio. In nome di questo “valore non negoziabile” sono state comminate scomuniche e sanzioni, si sono esclusi dalla Chiesa interi gruppi sociali, sono avvenuti, anche fra cattolici, durissimi scontri. La storia, dunque, ci invita a procedere con molta cautela, per evitare di ripetere gli errori del passato.

    In secondo luogo occorrerebbe mettere a confronto – nel particolare contesto italiano – i “valori non negoziabili” proposti dalla Chiesa e il quadro di insieme offerto dalla Costituzione repubblicana che, già in sé, ed ancor più in alcuni autorevolissimi pronunziamenti costituzionali, ha essa stessa indicato alcuni “valori non negoziabili” (quali, ad esempio, la forma repubblicana e la laicità dello Stato) e come tali non suscettibili di revisione costituzionale. Né il Parlamento né lo stesso popolo – si è affermato da parte della Corte – potrebbero rimettere in discussione questi principii.
    Solo ponendo a confronto fra loro i “valori non negoziabili” proposti dal Magistero della Chiesa e i “valori non negoziabili” facenti riferimento alla Costituzione repubblicana è possibile avviare anche in ambito cattolico una seria e franca discussione sui criteri attraverso i quali individuare questi principii: evitando un arroccamento pregiudiziale che, a mio avviso, non sarebbe favorevole a quel dialogo fra cattolici e “laici” che da più parti è stato auspicato.

    Per fare soltanto un esempio del terreno sul quale potrebbe avvenire questo dialogo, si può tenere presente da una parte quanto il Magistero, sulla base della Scrittura e della tradizione, afferma in ordine al matrimonio e quanto, in parallelo, afferma, all’art. 29, la Costituzione repubblicana. A ben guardare vi è una sostanziale convergenza fra l’una e l’altra posizione e dunque l’ideale etico della famiglia fondata sul matrimonio può essere considerato nell’una e nell’altra prospettiva “principio non negoziabile”. Ma ciò non esclude che altre forme di relazione fra le persone possano avere un parziale riconoscimento: altro è riconoscere la superiorità etica e sociale della famiglia fondata sul matrimonio (“principio non negoziabile”), altro è regolare in forma diversa e con parziali riconoscimenti unioni diverse dal matrimonio. Si tratta dunque di operare intelligenti scelte di campo che consentano una realistica mediazione fra principii da affermare e mediazioni necessarie in sede politica.

    In altre parole, è doveroso e necessario da parte del Magistero della Chiesa proporre i valori e sottolinearne l’importanza; ma la concreta attuazione di questi valori in un determinato contesto storico è compito e responsabilità tipica della mediazione della politica e dunque dell’impegno laicale. Per ricorrere, conclusivamente, ad un altro esempio, è doveroso da parte della Chiesa proclamare il “principio non negoziabile” della pace; ma valutare come la pace si difenda e si promuova in un particolare contesto è compito e responsabilità della politica. Né la mediazione, necessaria, fra valori e storia, può essere confusa con un cedimento al relativismo etico.

  6. Gennaro Ferrara scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Gennaro Ferrara

    Intervengo anch’io sull’espressione “non negoziabili”; lo faccio senza l’autorevolezza di chi mi ha preceduto, offrendo il punto di vista di chi si trova quotidianamente a lavorare con il contingente, con la cronaca.
    Da qui deriva l’osservazione che nella concretezza della vita sociale tutti i valori finiscono per essere negoziati. Allora se esistono in linea di principio i valor non negoziabili, nella prassi al contrario non capita mai di incontrarli.
    La stessa legge 40, considerata giustamente simbolo di una vittoriosa battaglia in difesa del valore non negoziabile della vita, è in realtà frutto di una negoziazione. Come del resto la legge 194 - emblema stavolta di una sconfitta in un confronto referendario diverso ma centrato sullo stesso valore - è oggi considerata una negoziazione accettabile, sebbene lesiva del non negoziabile valore della vita. E questo discorso mi sembra valga per tutti gli altri temi: il no assoluto alla guerra è continuamente negoziato attorno a elaborazioni che parlano di polizia internazionale, di interventi militari a difesa della libertà. Così pure quando si fa un programma per dimezzare in lunghi anni il problema della fame nel mondo, evidentemente si scende a patti con il diritto non negoziabile al cibo e alla vita. Più in generale i diritti umani e le libertà, oggi sono continuamente sottoposti a negoziazioni, perché messi in crisi dai nuovi problemi della sicurezza.
    Coniugare astrattamente valori non negoziabili e bene comune ci fa correre il rischio di considerare quest’ultimo come una somma di dogmi, costringendoci al paradosso di una vita sociale che è totalmente altro.
    Un’Azione Cattolica che vuole offrire un contributo solido alla Chiesa e al Paese, mettendosi a servizio del bene comune, è invece un’AC che sceglie di compromettersi nella prassi e di dire parole chiare su quali mediazioni e quali negoziazioni possono essere accettate.

  7. Piergiorgio Grassi scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Piergiorgio Grassi

    Bisogna intendersi sul sintagma “società postsecolare” che indica il contesto in cui si deve operare in vista del bene comune, investendo su “valori non negoziabili”. Se stiamo alla letteratura sociologica più avvertita, postsecolari sono quelle società che, dopo imponenti processi di secolarizzazione, hanno visto l’affermarsi di contromovimenti culturali e religiosi. Le religioni sono tornate sulla scena pubblica. Inoltre, se un tempo erano isolate entro precisi confini, oggi coesistono nel medesimo spazio geopolitico e il loro messaggio risuona nella stessa agorà.
    Tutto ciò comporta, nel cercare di comprendere i fenomeni in atto, non tanto l’abbandono del paradigma secolarizzazione, quanto l’integrazione di questo con altre categorie, ad esempio quella di pluralismo e di pluralizzazione. Secolarizzazione, risveglio religioso, nuovi movimenti religiosi, antiche e recenti correnti culturali sono destinate a convivere, dando luogo a esiti contradditori e non sempre prevedibili.
    Le grandi religioni sono portatrici di precise istanze etiche e il cristianesimo insiste soprattutto su una prassi animata dall’essere per gli altri. Il credente non è mai senza l’altro e senza gli altri, così simili e così diversi. Di qui l’elaborazione continua, storicamente documentabile, di un’etica che risente dell’ethos comune, più o meno condiviso. C’è un reciproco condizionamento che letture non fondamentalistiche hanno già messo in luce. Basti pensare all’incidenza della cultura mesopotamica ed egiziana sull’etica veterotestamentaria e di quella ellenistica sulla produzione neotestamentaria (v. Paolo).
    Non è quindi indifferente, per la vitalità del cristianesimo, il confronto continuo con l’alterità, l’abbandono di ogni complesso difensivo, l’apertura dialogica (nonostante le difficoltà e i rischi), le convergenze etiche come segno, il più vistoso e comprensibile, di una volontà di riconciliazione che si muove tra il già e il non ancora.

  8. Chiara Dal Maso scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Chiara Dal Maso

    Prendo spunto da un fatto concreto legato alla mia quotidianità. Lavoro in uno studio legale e mi occupo di immigrazione. Un mese fa Mustafà, cittadino pakistano, marito, padre di famiglia, nonché musulmano credente e praticante, mi dice che l’anno prossimo ha intenzione di chiedere il passaporto italiano, perché con il passaporto italiano può andare in tutto il mondo e non avrà più problemi, anche se ciò comporta rinunciare alla cittadinanza pakistana. Ci tiene a sottolineare che “farà il passaporto” e non “richiederà la cittadinanza”.
    Nei prossimi mesi verranno modificati i criteri di richiesta della cittadinanza italiana. I lavori parlamentari sono già avanti e ci sono diverse proposte sia per quanto riguarda la maggioranza che l’opposizione.
    Formulo due proposte di dibattito: la prima riguardo al dibattito sulla cittadinanza. Che cosa significa la richiesta della cittadinanza per queste persone rispetto ai temi che abbiamo trattato oggi? Tra i criteri di richiesta della cittadinanza ed in tutte le proposte, ad esempio, c’è quello censitario, ma una sola proposta su sette fa riferimento anche a criteri culturali. Mi chiedo in base a cosa quella persona diventa italiana? Credo che l’Azione Cattolica su questo dibattito possa esprimere un’opinione.
    La mia seconda proposta è in ordine alla formazione di questi nuovi cittadini italiani. Quando il signor Mustafà avrà il passaporto italiano, riceverà anche la scheda elettorale e si troverà di fronte al suo primo referendum, quale formazione pensare per lui?

  9. Fabio Mazzocchio scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Fabio Mazzocchio

    Prendo le mosse dalla questione sollevata dagli interventi che mi hanno preceduto riguardo la “equivocità” dei termini che compongono il titolo di questo nostro incontro. Vedo in questa equivocità una sfida culturale: dietro questa polisemia c’è infatti anche un progetto di ri-tessitura culturale. Il fatto stesso che per noi oggi cristiani laici, appartenenti in qualche modo ad una certa sensibilità, ci sia difficoltà di ricollocare in modo coerente il tema del bene e dei valori insieme alla questione del secolarismo, indica già una prospettiva complessa, una prospettiva di necessaria ri-articolazione non solo di un lessico, come diceva il Prof. D’Agostino, ma proprio di un’operazione culturale a tutti i livelli che rimetta insieme queste dimensioni in una prospettiva condivisibile. Ciò rappresenta una sfida culturale per l’Azione Cattolica, per il mondo ecclesiale e per il laicato più esigente.
    Vorrei mettere in risalto un secondo punto, offertomi dagli stimoli provenienti dalla interessante relazione del Prof. Monticone. Secondo me scommettere oggi su un laicato che ripensa il Concilio in modo originale e operoso non può essere un’attenzione secondaria, se proprio vogliamo tornare ad articolare valori, bene comune e impegno per il bene comune.
    Questo significa pensare ad una laicità “in situazione”, una laicità storica, una laicità che assume tutta la fatica della finitezza e della processualità delle cose storiche. Significa anche pensare al bene comune sia come idea regolativa, sia come ciò che i padri del cattolicesimo democratico ci hanno insegnato a definire come un bene di tutti e per tutti concretamente possibile da realizzare.
    Penso che le lezioni di Moro, Dossetti, La Pira, De Gasperi non siano superate dal punto di vista della vocazione pubblica del cristianesimo. Ciò significa concretamente provare a ri-pensare anche nuove coordinate per un’autonomia del laicato; coordinate che ci aiutino ad assumere il “travaglio” della sintesi culturale. Un laicato che osa sperare oltre i confini dell’identità e che assume la fatica del confronto, quello quotidiano e non solo teorico, è ciò che la nostra chiesa e il mondo ci chiedono.

  10. Paolo Nepi scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Paolo Nepi

    Propongo tre spunti di riflessione. Poiché si tratta di un Seminario di studio, accentuerò volutamente gli aspetti problematici del discorso.

    * Prima riflessione. Il primo spunto di riflessione riguarda la caratterizzazione storica del discorso che stiamo facendo. Dicendo “società postsecolare” non si dice infatti una cosa secondaria, come se si trattasse di una descrizione del tutto neutrale: il “postsecolare” afferma una caratteristica determinante del nostro tempo, con cui occorre confrontarsi con adeguati strumenti critici. Perché qualificandola come “postsecolare” significa affermare che questo modello di società viene dopo le religioni secolari, ovvero dopo i grandi messianismi politici. Significa, con questa denominazione, dichiarare la consapevolezza che si parla anche della società del relativismo, del nichilismo, della crisi della ragione.
    La cultura cristiana si è sempre confrontata con l’interlocutore tenendo conto del punto di vista da cui parte quest’ultimo. Bisogna allora veramente rendersi conto che parlare di “valori non negoziabili in una società postsecolare” significa rivendicare per tutti il diritto ad un fondamentalismo assiologico. Le religioni secolari erano forme estreme di razionalizzazione secolarizzata, che hanno messo in questione l’essenza stessa del cristianesimo in quanto religione con una intrinseca dimensione escatologica. Le religioni secolari trovano il loro paradigma nel progetto feuerbachiano del rovesciamento della teologia in antropologia. La cultura cristiana si è confrontata a lungo con le religioni secolari, attraverso un lento processo di dialogo critico, e trovando di volta in volta punti di convergenza senza mai rinunciare alla sua specifica dimensione escatologica, in nome della quale ha denunciato il pericoloso assolutismo terreno delle religioni secolari.
    La società postsecolare, pertanto, non è soltanto una cornice dentro la quale si colloca il discorso, ma è qualcosa di determinante rispetto al discorso che stiamo facendo anche sui valori. Dove trovano oggi il loro fondamento i valori? Nella ragione? Mi sembra che oggi la razionalità, anche quella secolarizzata delle ideologie e delle religioni secolari, sia in forte crisi. Oggi le emozioni valgono molto di più della ragione, cosa che si può facilmente verificare anche nel vissuto delle comunità cristiane. Capita, certamente più frequentemente di un tempo, di incontrare dei sacerdoti che assomigliano a degli sciamani piuttosto che alla figura tradizionale del sacerdote. In questo contesto, di passioni più che di ragioni, c’è il rischio che ciascun individuo e ciascun gruppo si senta legittimato a farsi paladino di valori non negoziabili senza strumenti razionali di mediazione e di dialogo. Quesito riassuntivo di questa prima riflessione: la cultura della mediazione e del dialogo è praticabile solo con le religioni secolari e non più con quella del nichilismo relativistico della società postsecolare?

    * Seconda riflessione. Credo che valga ancora la pena, all’interno del discorso che siamo venuti facendo, ricorrere alla distinzione tra teorico e pratico, cioè tra il livello “teorico-filosofico” e quello “pratico-politico”. Se si dice “valori non negoziabili”, occorre infatti precisare a quale livello ci si colloca. Perché sul terreno teorico-filosofico, i valori certamente non sono negoziabili. Ma sul terreno della prassi, ossia sul terreno della politica, del bene comune (“casa comune”) in cui tutti i cittadini devono vivere assieme, il più possibile in una giusta e pacifica convivenza, dobbiamo trovare forme di incontro con tutti gli altri, a loro volta portatori legittimi, in una società democratica, di valori non negoziabili.
    A questo riguardo mi sembra interessante il discorso pronunciato da Jaques Maritain all’Assemblea dell’UNESCO a Città del Messico nel 1947. L’Assemblea era stata organizzata in vista della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che sarebbe stata proclamata l’anno successivo dalle Nazioni Unite. Maritain si chiedeva come può avvenire la cooperazione in un mondo diviso. Diviso da che cosa? Proprio da concezioni del mondo non solo diverse ma opposte, ossia da valori ritenuti da tutti, ciascuno dal suo punto di vista, non negoziabili. In questa situazione, osservava Maritain, l’accordo può avvenire «non in base ad un pensiero speculativo, ma in base ad un pensiero pratico comune, non per l’affermazione di una medesima concezione del mondo, dell’uomo e della conoscenza, bensì per quella di uno stesso insieme di convinzioni che guidano l’agire. È poco senza dubbio, è l’estremo rifugio per l’accordo degli spiriti, sufficiente tuttavia per iniziare la grande opera».
    Il bene comune si colloca appunto a livello pratico, anche se non bisogna affatto trascurare i riferimenti ad un piano teorico-filosofico di riferimento. Se infatti lo consideriamo solo a livello teorico-filocofico ci imbattiamo in una insolubile difficoltà. Pur essendo una espressione bella e fortemente evocativa, ne possiamo vedere immediatamente anche i limiti. Sul piano puramente teorico, infatti, parlare di bene comune è come parlare di una verità comune. Non c’è molta differenza tra dire bene comune e verità comune. È evidente che dire “verità comune” significa dire una banalità. Non esiste una verità comune oggi se non sul piano delle verità empiriche, ma sul piano assiologico una verità comune non esiste, quindi non esiste neanche un bene comune sul piano teorico-filosofico. Però esiste un bene comune in relazione alle attuazioni pratiche, alle realizzazioni pratiche. Diceva Carmelo Vigna: ci sono alcune cose evidenti a tutti, ad esempio l’esecrazione della coscienza morale di fronte al bambino che viene violentato. D’accordo. Però poi la tutela pratica, ad esempio sul piano giuridico, di questo valore è frutto di un negoziato. La tutela del valore, non negoziabile sul piano dell’affermazione di principio, sul piano della prassi ha necessariamente un livello di negoziazione, cioè di mediazione tra le varie proposte.

    * Terza riflessione. Come esempio di questa necessità di mediazione pratica sui valori, mi viene da riflettere su quella che è stata l’esperienza del referendum dell’anno scorso sulla legge 40. Qui la Chiesa italiana nelle sue massime espressioni (fino al punto che quasi ha messo in imbarazzo qualcuno) ha fatto una vera e propria opera di calcolo se non proprio di negoziazione, o perlomeno di utilizzo di uno strumento come quello referendario attraverso diciamo una mediazione tipicamente politica, dunque laicale e secolare. Il risultato del referendum avrebbe potuto fare piazza pulita della Legge 40, riportando la situazione ad una totale deregolamentazione della materia. A quel punto si è scelto la difesa di una legge imperfetta, che non è sicuramente espressione della posizione della Chiesa, rispetto ad un vuoto legislativo che sarebbe stata certamente una soluzione peggiore.
    Il referendum, anche nelle sue modalità problematiche come il ricorso all’astensione, è stato usato dunque razionalmente e consapevolmente (e a mio parere legittimamente) come strumento di calcolo negoziale - in un certo senso – in dialogo con il corpo elettorale. Tanto che su quella posizione c’è stato anche un largo consenso, perfino al di là di quello che è – per così dire – il popolo credente, e questa operazione è stata guidata dalla Chiesa che si è coinvolta con i suoi massimi vertici istituzionali.
    Ora mi chiedo: che questo lo possa fare la Chiesa ai suoi massimi vertici, mentre al laicato cattolico viene richiesta la difesa ad oltranza dei valori non negoziabili sul piano specifico della secolarità e della laicità della politica, mi sembra aprire uno dei problemi su cui la Chiesa italiana ha bisogno di chiarirsi. Che la Chiesa compia una legittima mediazione di natura politica attraverso il coinvolgimento delle sue più alte cariche istituzionali, mentre su questi temi i laici impegnati vengano invece chiamati a raccolta sui valori non negoziabili, mi sembra aprire il problema del riconoscimento dei ruoli e dei carismi specifici dentro la comunità ecclesiale.

  11. Franco Venturella scrive:

    Azione Cattolica Italiana - Centro Studi
    Seminario di studio - 4 novembre 2006
    Dibattito

    Franco Venturella

    Mi ricollego brevemente ad alcuni aspetti già ampiamente trattati.
    Vorrei in primo luogo che venisse, da parte dell’Associazione, un forte rilancio del Concilio, eliminando tutto ciò che dalla percezione esterna possa essere avvertito come paletto-impedimento non voluto. L’espressione “valori non negoziabili” si presta facilmente ad equivoci e può suscitare molte perplessità, che anche nel dibattito sono emerse: non si comprenderebbe, infatti, soprattutto dalla gente comune, quali valori siano negoziabili e quali no. Se sono valori, valgono per se stessi. Questa distinzione potrebbe essere motivata da esigenze di elaborazione e di approfondimento teorico, ma che difficilmente può essere compresa a livello “popolare”. La definizione “non negoziabile” potrebbe significare indisponibilità ad aprire un dialogo con gli altri, mentre occorre offrire ragioni e motivi argomentati di analisi e confronto dialettico. Noi dobbiamo restituire al popolo di Dio, ma anche agli altri uomini, la dimensione dialogale del Concilio, cioè di una Chiesa capace di aprirsi al mondo, di una Chiesa che non si chiude all’alterità, che sa confrontarsi con gli apporti delle culture contemporanee e della ricerca. La Chiesa ha sempre fatto quest’opera di mediazione paziente, riuscendo a comprendere, attraverso i segni dei tempi, ciò che era coerente con le esigenze del Vangelo.
    Allora il dialogo dovrebbe essere – credo – la dimensione costitutiva dell’essere relazionale, ma anche la via per la ricerca dell’umano fondamentale. Noi oggi possiamo recuperare il dialogo con le diverse culture, se ricerchiamo insieme ciò che è veramente degno dell’uomo. L’impegno per i Diritti umani e per il bene comune può essere condiviso con altri uomini di buona volontà. Allora qui si apre un cammino di esplorazione consapevole, assieme a tante altre persone, credenti e non credenti. Naturalmente a partire dall’Associazione, nel suo complesso, aiutandola innanzitutto a maturare una maggiore coscienza ecclesiale e civile. Sono due dimensioni che devono stare insieme.
    Credo sia necessario compiere un ulteriore sforzo significativo, mediante la creazione di luoghi di riflessione e di ricerca che non siano soltanto di livello “alto”, ma che costituiscano una condizione, un modo di essere, lo stile normale delle nostre comunità diocesane.
    C’è poi la possibilità di costruire percorsi praticabili anche di nuova coscienza civile e di cittadinanza. Un tema fondamentale su cui mi trovo ampiamente d’accordo è quello dei diritti umani: esso è un terreno concreto di incontro, di dialogo interculturale, interreligioso.
    Sono grato al Presidente Monticone, che ha rimesso in gioco la domanda su quale tipo di Chiesa noi vogliamo. Perché non è indifferente comprendere a quale ecclesiologia facciamo riferimento, quale Chiesa noi vogliamo impiantare, vogliamo costruire, in che modo recuperare il dialogo con la società civile e con il mondo.
    Un’ultima cosa volevo dire: accanto a tutti gli Istituti che questa mattina sono qui rappresentati, vi è l’Istituto “G. Lazzati” del Movimento d’Impegno Educativo di AC che si occupa dello studio delle problematiche educative e che potrebbe essere coinvolto in altre occasioni.

  12. Franco Riva scrive:

    Nota del 3 novembre 2006

    Franco Riva

    In merito all’incontro su “Bene comune e valori non negoziabili”, condivido sia i motivi ispiratori sia la necessità di una riflessione sugli ambiti problematici, di cui i testi allegati all’invito ci danno una mappa e un’inizio di riflessione.
    Da un punto di vista filosofico, ed etico-filosofico, a me sembra importante anche seguire un filo di riflessione trasversale che attraversa tutti gli ambiti problematici al momento elencati.
    Sentirei infatti l’esigenza di riflettere pure su di un livello per così dire categoriale, non per ritornare sui massimi sistemi o per esimersi dall’impegno in ambiti concreti da scandagliare, ma per un’altra ragione.

    Tra le difficoltà del politico e del sociale sembra infatti di poter rubricare oggi anche una difficoltà sempre più vistosa che investe il livello concettuale e terminologico, dal momento che per un verso sembra che le forze in campo nel dibattito pubblico facciano appello a un prontuario di valori in qualche modo comuni, e che utilizzino per lo più lo stesso vocabolario, ma per un altro verso dietro ai cosiddetti valori comuni si nascondono interpretazioni e significati ben differenti tra di loro.
    Tenere aperto uno spiraglio in questa direzione mi sembra importante sia per vigilare sia per distinguere. Una riflessione di tipo etico penso possa servire in merito per riflettere di nuovo sul significato di certe parole, che sembrano appunto scontate ma che rischiano, per invecchiamento o per trasversalità, di dire poi poco nel momento stesso in cui vengono utilizzate.

    Faccio due esempi di possibile riflessione in merito.

    1) Il tema della partecipazione.
    Il tema della partecipazione sembra per diversi aspetti scontato, tanto è essenziale alla convivenza democratica. Tuttavia, questa ovvietà del concetto non si dà nella prassi sociale e politica normale, dove la partecipazione si trova spesso ridotta al puro consenso, all’applauso, alla piazza.
    Il tema della partecipazione, d’altra parte, è essenziale ai fini di una convivenza democratica, ed incide sulla stessa Costituzione e sulle problematiche della sua revisione.
    Una riflessione in merito di tipo pre-politico forse può aiutare.
    In proposito indico la tensione tra partecipazione e decisione pubblica come utile per reinquadrare oggi il problema.

    2) Il tema della solidarietà.
    Il tema della solidarietà è un motivo classico della dottrina sociale. Oggi però non è più una prerogativa esclusiva, perché se ne parla diffusamente e mediaticamente con una certa insistenza. Ma cosa s’intende esattamente? Non può valere anche in questo caso l’esigenza di una riflessione che, avendo di mira l’applicativo, mediti anche sulle sue radici, sui possibili equivoci e, perché no, anche sulle sue retoriche?
    Suggerisco, in definitiva, un modo di riflessione morbido, che stia sui problemi concreti e che, nello stesso tempo, rivisiti e riattualizzi il quadro entro cui vengono pensati, evitando però lo schema di pensiero, che mi sembra un po’ invecchiato, che prevede un piano fondativo ma separato, ed uno invece applicativo e derivato.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

    Un mondo da condividere

    Il mondo: una “risorsa” da custodire e da “usare” come bene comune.